Opinioni

Coronavirus, basta perdere tempo: per l’Italia un modello Wuhan

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Coronavirus: da Wuhan all’Italia. In questi giorni se ne dicono e se ne sentono tante, forse troppe. Noi ci limitiamo a fare qualche breve considerazione su quanto è accaduto e sta accadendo. E sull’unica cosa certa: a questo punto, con l’epidemia che galoppa e gli ospedali allo stremo (oggi si contano altre 168 vittime) servono ulteriori decisioni e bisogna fare presto.

Made in Wuhan

Il presupposto è chiaro. A Wuhan le misure erano più che drastiche: tutti in casa; stop alle attività lavorative; spesa consentita a giorni alterni con un solo componente per famiglia autorizzato a uscire; negozi riforniti dall’esercito, divieto di utilizzo dei mezzi privati. E si è visto che la strategia è stata un successo.

Conte, con l’ultimo decreto #iorestoacasa, il Dpcm 9 marzo 2020, ha privilegiato una via di mezzo: tutti a casa MENO quelli che lavorano. Con autocertificazione. Il termine “comprovati motivi” di lavoro fa molto venire in mente la frase “è severamente vietato sporgersi dal finestrino” del treno. Perché in Italia non basta dire “è vietato”?

Pieni di contraddizioni

Perché, a fronte di moltissimi esercizi commerciali che responsabilmente hanno deciso di chiudere i battenti e di restare a casa, sopravvivono negozianti di bomboniere che invitano (via social) agli acquisti? Perché, sempre per il decreto Conte che ha blindato l’Italia, i bar possono restare aperti? Il caffè e la brioche sono generi sanitari o di prima necessità? E avete notato la discrasia tra l’ordine di “restare a casa” e lasciare aperti gli esercizi commerciali di occhiali, abbigliamento, intimo, sportivo? A cosa servono diecimila ristoranti aperti fino alle 18, quando si sa bene che a mezzogiorno si servono solo “pasti di lavoro” a prezzi talmente bassi da risultare in perdita?

Governatori all’attacco

Quasi tutti i governatori italiani stanno seguendo il presidente lombardo Fontana che chiede al governo un altro giro di vite. Lo stesso hanno chiesto a Conte i leader dell’opposizione Salvini, Meloni e Taiani. La risposta è stata, per ora, un no secco. Perché? Perché siamo in Italia. Perché fino a ieri (vedremo stasera) la movida continuava sui navigli come nel napoletano o in Sicilia. Perché fermare tutto comporterebbe un danno economico maggiore.

Il coronavirus è servito

Intanto viviamo le contraddizioni dei numerosi figli che durante il giorno sono a contatto con mille persone nelle banche, nelle concessionarie d’auto, nei mercati, nei bar e alla sera vanno ad accudire i loro anziani che, ligi alle regole, sono rimasti in casa. Giusto in tempo per ricevere dai figli – magari portatori sani e asintomatici – quel contagio che li spedirà dritti alla tomba (e fra poco senza nemmeno un veloce passaggio in una congestionata rianimazione).

Wuhan all’italiana

Si osserva che la Cina, a fronte di una provincia come l’Hubei completamente militarizzata a causa del coronavirus, ne aveva altre 21 (più 5 regioni autonome) che, funzionando a pieno regime, potevano rifornirla di tutto. Noi, se ci fermiamo, abbiamo un’Europa che, per essere gentili, ci mette le dita negli occhi.

Infatti l’idea è questa: non dovremmo fermare la logistica di scopo per i settori farmaceutico e dei macchinari biomedici impegnati a pieno ritmo per rifornire la sanità; non dovremmo fermare la forza pubblica, i militari, i vigili del fuoco, la pulizia urbana e la rimozione dei rifiuti. E non dovremmo fermare tutti i settori alimentari e di distribuzione. A nostro parere non dovrebbero fermarsi pure i trasporti pubblici locali comunque da contingentare e controllare. Ma i Freccia rossa e gli Italo possono restare fermi in stazione, o no?

Coronavirus il tempo stringe

Al solito: per ora il governo Conte, che pure ha dimostrato una determinazione che sarebbe stata più problematica con i vari Gentiloni e Letta (forse Renzi premier avrebbe avuto lo stesso piglio), nicchia e prende tempo. Tra una settimana, se i contagi continueranno ad aumentare, si deciderà a stringere la morsa. Forse non sarà troppo tardi, ma avremo perso un’altra, preziosa, settimana. Perlomeno qualche centinaio dei nostri anziani e non solo sarà andato al Creatore. E la nostra economia avrà perso pezzi preziosi di Pil.

Super commissario: sì o no?

Altra richiesta delle opposizioni è la nomina di un super commissario con poteri quasi dittatoriali. Si sono fatti anche i nomi di Guido Bertolaso o di Gianni De Gennaro.

Se la Storia ci insegna qualcosa, anche la democraticissima repubblica romana prevedeva la nomina di un dittatore, della durata massima di sei mesi, in caso di grave crisi. Nei 500 anni di storia repubblicana Roma ne ha nominati ben 65, da Cincinnato a Furio Camillo, da Appio Claudio Cieco a Quinto Fabio Massimo, il temporeggiatore, allo stesso Giulio Cesare. Dopo di lui, l’avvento dell’Impero aveva, com’è ovvio, reso inutile la nomina.

Ma Conte, secondo Marcello Sorgi su La Stampa, teme di essere “commissariato” da un uomo forte più forte e deciso di lui. E sta pensando, da perfetto cerchiobottista, ad un sottosegretario che debba comunque essere subordinato al premier. Intanto il coronavirus galoppa, e miete vittime sotto gli occhi di tutti.

Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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