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Corso di medicina nell’ex ospedale militare: sarà vera gloria?

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Corso di medicina nell’ex ospedale militare di Piacenza. Bene, una bella notizia, che dà conto dell’impegno dell’Amministrazione comunale e del sindaco Patrizia Barbieri. La prima cittadina parlava da tempo dell’ipotesi di fare la sede del corso di laurea in medicina in lingua inglese nella grande struttura di viale Palmerio, abbandonata da oltre 20 anni. Quindi chi scredita parlando di una studiata mossa elettorale, forse ha poca memoria e non si deve fermare alla grancassa mediatica dei gongolanti partiti della maggioranza di centrodestra.

Bene anche l’impegno delle altre istituzioni che hanno firmato il protocollo d’intesa con il Comune di Piacenza. In particolare pesa quella del ministro della Difesa, il Pd lodigiano Lorenzo Guerini, coadiuvato dai colleghi Roberto Speranza e Maria Stella Gelmini, rispettivamente responsabili dei dicasteri della Salute e degli Affari Regionali. Poteva mancare la firma del presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini? Naturalmente no. Così come quella del suo braccio operativo nella sanità del Piacentino, il direttore dell’Ausl Luca Baldino, e infine quella del magnifico rettore dell’Università di Parma, che ha la gestione del corso di medicina, il professor Paolo Andrei.

I punti chiave

Che cosa prevede il Protocollo firmato da Barbieri, Guerini, Bonaccini, Baldino e Andrei, che hanno espresso grande soddisfazione per  questo risultato? Ce lo spiega la nota della Regione Emilia-Romagna che ha annunciato l’operazione: «Il Protocollo prevede un progetto di riqualificazione urbana e recupero dell’esistente, e quindi niente nuovo consumo di suolo ma rigenerazione e restituzione alla città di un complesso di grande pregio. Qui sarà trasferito il Corso di Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia in inglese, istituito proprio quest’anno: entro 60 giorni dalla sottoscrizione, infatti, l’Università di Parma dovrà presentare la ‘scheda progetto’ per il recupero del complesso che, a lavori ultimati, ospiterà il Corso di Laurea Magistrale a ciclo unico in Medicine And Surgery (Lm-41 Medicina e Chirurgia). Questa cooperazione istituzionale tra l’altro preserverà l’uso duale, civile e militare, del compendio di Viale Palmerio: 7.670 metri quadrati di superficie coperta, per un volume di circa 80mila metri cubi, e una superficie scoperta di 15.500 metri quadrati».

Adesso che cosa succederà? È sempre la nota della Regione che ci viene in soccorso: «Un Tavolo tecnico nominato dai firmatari e coordinato dal Comune di Piacenza, destinatario della concessione da parte del Ministero, curerà tutti gli aspetti necessari a centrare gli obiettivi fissati nel Protocollo, fra cui l’acquisizione delle informazioni relative agli aspetti catastali e ai vincoli storico-artistici dell’area militare, la definizione delle soluzioni tecniche e dei percorsi amministrativi adeguati per il raggiungimento degli obiettivi strategici condivisi, la verifica delle possibili sinergie tra le esigenze di razionalizzazione, valorizzazione, sviluppo e gestione della struttura».

L’ombra della burocrazia

Dopo la lettura di queste righe, però cominciano i grattacapi dovuti a un’orticaria che affligge i normali cittadini e che si chiama burocrazia. Appuntiamoci la prima data: entro 60 giorni l’Università di Parma dovrà presentare la scheda progetto. Quindi al netto delle festività in arrivo potremmo ipotizzare la metà di febbraio 2022. Da lì, da questa scheda, anche se non è chiaro, si dovrebbe cominciare a valutare il tutto, attraverso questo Tavolo tecnico coordinato dal Comune, che logica vuole dovrebbe essere nominato nel frattempo…

Campa cavallo? Il rischio indubbiamente c’è, visto che non si fa menzione nemmeno di un’ipotetica data di fine lavori. Per carità, passare dalle firme ai fatti quando è coinvolto il settore pubblico non è mai facile. A Piacenza, tanto per citare un esempio, la vicenda del Polo del ferro, un impegno siglato due anni fa da Comune e Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, sostanzialmente ancora fermo al palo, è lì a dimostrarlo.

Nel caso dell’ex ospedale militare poi la situazione si complica per la presenza di un numero di interlocutori superiore. Altro aspetto non indifferente, a meno che questa parte del Protocollo sia rimasta top secret: oltre ai tempi, non sono stati quantificati il peso economico dell’investimento e i fondi a disposizione, che addirittura non si conoscono sul corso di Medicina appena iniziato al Collegio Alberoni. Quindi, oltre a non sapere ad oggi chi in effetti ci metterà che cosa (fondi Pnrr, europei, regionali?), come nel caso del nuovo ospedale alla Farnesiana i costi potrebbero lievitare a dismisura.

Che fare, allora per ritrovare un po’ di ottimismo sull’ex ospedale militare? Un esempio di come si batte la burocrazia, quella sì indubbiamente vischiosa, in Italia lo abbiamo avuto a Genova, con il rifacimento del Ponte Morandi: 18 mesi e via. Ecco, più di un Tavolo tecnico che rischia di accapigliarsi su qualsiasi cosa, forse usando un termine militare più che mai indicato per la vicenda, servirebbe una task force, se non un commissario ad acta. Con tutti i poteri e gli strumenti in deroga per dare tempi certi all’operazione, che tra l’altro potrebbe ricomprendere anche la famosa bretella di viale Malta.

Naturalmente speriamo di essere smentiti, ma l’impressione data da questo Protocollo è che l’idea di rendere prioritaria una realizzazione veloce delle opere anche in questo caso non ha fatto e non farà presa. E se sarà così, ancora una volta perderemo una sfida col passato, quando nella seconda metà dell’Ottocento l’ospedale militare di viale Palmerio è stato costruito in circa quattro anni.

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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1 commento

  1. Intanto, le notizie che mi arrivano da fonti interne alla neonata sede piacentina del corso sono tutt’altro che confortanti: disorganizzazione, persistente impossibilità a trovare alloggi, lezioni da parte di professori che parlano un inglese alquanto stentato – al punto che molti studenti non capiscono cosa viene detto ed optano per il corso parallelo in italiano. Insomma, non proprio una partenza brillante, com’è purtroppo nelle corde di questa città.
    Domanda: da quanto tempo sapevamo che serviva una sede? E case per gli studenti? E professori preparati e fluenti in inglese?

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