Corte costituzionale e mancata elezione parlamentare di un giudice: a sinistra ci si vanta di ciò che a parte invertite si denuncerebbe come un vergognoso sabotaggio, mentre a destra si fa finta di ignorare come il problema non sia di colori politici ma di forme istituzionali. Giorgia Meloni, alle prese con la grana della manovra e le corrispondenti convulsioni della maggioranza (si può evitare il malcontento sociale e, diversamente, chi dovrà accollarselo elettoralmente?), ha provato a giocare prima questa partita.
Detto che la questione risulta meno appassionante del temuto aumento delle tasse sulla casa e sul gasolio, non conviene ignorarne il rilievo. Infatti, la fallita elezione del professor Francesco Saverio Marini alla Corte costituzionale da parte del Parlamento dice molto sia dell’attualità dei rapporti politici tra le coalizioni, sia di quello che non va nei meccanismi istituzionali nazionali. Vediamo, dunque, di cosa si tratta.
La Consulta, un organo “difficile”
Ricordiamo brevemente cos’è la Corte costituzionale, cioè quel tribunale sui generis che, su sollecitazione della Magistratura, giudica le leggi in vigore approvate dal Parlamento e promulgate dal capo dello Stato. Basta questo per capire che la Consulta è al centro del sistema. La sua composizione è stabilita dall’articolo 135 della Costituzione. I 15 giudici sono nominati ed eletti per un terzo ciascuno dal presidente della Repubblica, dal Parlamento in seduta comune e dalle magistrature (Cassazione, Consiglio di Stato e Corte dei Conti).
Una legge costituzionale del 1967 (non i mitizzati padri costituenti del 1947) ha stabilito che le Camere debbano votare i loro 5 giudici con la maggioranza dei 2/3 di deputati e senatori congiunti nei primi tre scrutini, mentre dal quarto scrutinio in poi è sufficiente la maggioranza dei 3/5 di Camera e Senato riuniti. Per cui, non bastando la maggioranza assoluta né tantomeno quella semplice, è necessaria una convergenza che vada oltre i consueti schieramenti politici.
Bisogna aggiungere che il mandato di tutti i giudici costituzionali dura nove anni e non è mai rinnovabile. Sicché, alla scadenza dell’incarico di ogni giudice, occorre sostituirlo con una persona diversa. E quindi, nel caso dei giudici di spettanza parlamentare, ogni volta che scade il mandato di uno di loro, Camera e Senato riuniti devono provvedere alla relativa elezione. Camere riunite vogliono dire, oggi, 600 onorevoli più i senatori a vita. Sino alla riduzione del numero dei parlamentari, cioè sino a quattro anni fa, voleva dire quasi 1.000 persone.
Il tentativo di Giorgia Meloni
Detto del diritto, passiamo ai fatti. Mettere d’accordo tutti i partiti e riuscire a farne rispettare le indicazioni da centinaia di parlamentari, che devono ratificare le intese, che effetto produce? Semplice: la ricorrente mancanza di un certo numero di giudici rispetto al plenum della composizione della Corte, ogni volta che scade il mandato di uno o più giudici di elezione parlamentare. Sì, perché la necessità della spartizione tra gli schieramenti e al loro interno dei giuristi d’area da mandare alla Consulta viene ricorrentemente affrontata con il noto sistema del “pacchetto”: aspettiamo che ci siano da coprire 3 o 4 incarichi, perché 3 a me e 1 a te o 2 ciascuno riesce meglio.
L’altro giorno, la presidente Meloni ha provato a serrare i ranghi della sua maggioranza, in occasione dello scrutinio indetto dai presidenti di Camera e Senato per l’elezione del sostituto della giudice costituzionale Silvana Sciarra, scaduta ormai da quasi un anno (12 novembre 2023). Peccato che, come abbiamo detto, compattare la maggioranza che sostiene il Governo e assicura il normale funzionamento del Parlamento non basti ad eleggere i giudici costituzionali. E peccato che per Meloni fosse impossibile contare su voti delle minoranze in aggiunta alla maggioranza, perché le opposizioni avevano in mano uno strumento formidabile, che hanno puntualmente usato: l’ordine di scuderia ai propri gruppi parlamentari di disertare la votazione. Così è avvenuto martedì scorso e questo ha prodotto l’ennesima fumata nera per il seggio vacante alla Consulta.
La circostanza è stata vieppiù spiacevole per Meloni, in quanto ne era già trapelata l’insofferenza per le fughe di notizie dalle sue chat con i parlamentari di Fratelli d’Italia, proprio in occasione dell’avviso ad essere tutti presenti alla votazione. Inoltre, il candidato non eletto (alla fine non votato neanche dalla maggioranza per non “bruciarlo”) e su cui puntava la presidente del Consiglio era il suo attuale consigliere giuridico a palazzo Chigi, il citato professor Marini, ordinario di Diritto pubblico nell’Università di Roma “Tor Vergata”. Del ripristino del plenum della Consulta si tornerà comunque a parlare, tanto più che il prossimo 21 dicembre altri tre giudici di nomina parlamentare (il presidente Barbera, Modugno e Prosperetti) andranno a scadenza. Ricordiamo che il numero minimo di componenti occorrente per la validità delle decisioni della Consulta è 11: sicché, dopo Natale, basterà una banale influenza per paralizzare il “giudice delle leggi”.
Successo tattico e autogol
Le opposizioni hanno prima gridato allo scandalo sul nome di Marini, straparlando di un suo presunto conflitto di interessi per il fatto che egli sarebbe l’autore della proposta governativa di riforma costituzionale del cosiddetto premierato, presentata dal Governo. E poi hanno contestato il metodo della sua designazione: i nomi di maggioranza vanno previamente condivisi con la minoranza, mentre pare di capire che non valga l’inverso altrimenti cadremmo in dittatura. Insomma: se non è stato l’agnello a parlare male del lupo, sarà stato suo padre. Fatto sta che il fronte unito Pd-5 Stelle-AVS-Azione-Italia viva ha esultato per avere boicottato l’elezione di Marini, di fatto impedendo addirittura alla maggioranza di votarlo.
Per parte sua, il centrodestra denuncia come abnorme e prepotente il ricorso all’aventinismo (diserzione dell’Aula) da parte delle opposizioni. Non può però fare a meno di masticare amaro, avendo mancato l’indicazione di una figura molto vicina alla presidente del Consiglio ed essendo noto quanto la leader di Fratelli d’Italia tenesse al risultato.
I veleni e le contraddizioni
Dell’insostenibilità della posizione delle sinistre si è già detto. Queste ultime hanno affermato un sacco di cose non vere: dall’attribuzione ai Costituenti originari della necessità della maggioranza iper-rafforzata per l’elezione dei giudici, alla possibilità che la Consulta possa sindacare una proposta di revisione costituzionale qual è quella del premierato. La realtà è che, per la sinistra, le figure di garanzia per tutti sono solo quelle di sua espressione e non specialmente, come vorrebbe fare credere in questo frangente, quelle indicate da chi si trova all’opposizione. È delle ultime ore un nuovo caso polemico, con Matteo Renzi che accusa il presidente del Senato Ignazio La Russa di avere invitato una deputata di Italia viva a passare in maggioranza, sfruttando l’occasione del voto per la Consulta, circostanza seccamente smentita da La Russa tramite il suo portavoce.
La destra, però, ha anch’essa colpe gravi. A regime vigente, l’accordo con parte delle opposizioni è necessario anche soltanto per una questione numerica. Provarci senza esserselo assicurato non ha senso. Se poi, come ci auguriamo, a Governo e maggioranza dovesse sembrare assurdo continuare a conferire a diverse centinaia di persone l’elezione di singole personalità in base ad accordi palesemente spartitori, poi rivestiti ipocritamente di stucchevole retorica, la strada sarebbe tracciata. È quella della revisione della Seconda Parte della Costituzione, anche nel titolo relativo alla Corte costituzionale.
C’è però un piccolo problema, al riguardo. Meloni e la sua maggioranza hanno presentato una proposta di riforma costituzionale che concerne forma di governo e giustizia ordinaria, ma non tocca per niente la giustizia costituzionale. E allora, se sta bene anche a loro questo sistema, almeno lo usino come si deve.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







