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Covid-19, il virus manda il calcio nel pallone

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Covid-19: il virus dilaga e il calcio italiano finisce nel pallone. Dopo due settimane di caos completo, sembra che l’ultimo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri sull’emergenza sanitaria abbia detto una parola definitiva anche per il gioco nazionale. Ma il bello è che quest’ultima parola sarebbe stata anche la prima a dover essere pronunciata. Questo perché era indiscutibilmente la più ragionevole fra quelle possibili, anche tenuto conto dei rapporti con l’Uefa della Nazionale e dei club. Le parole sono in realtà 2: porte chiuse.

Prima di addentrarci nel merito della vicenda, chiariamo una cosa. Non parliamo di quest’argomento in ragione di una sua insostenibile priorità. Sappiamo bene, anzi, che in momenti come questi il calcio è l’ultimo dei problemi, anzi non lo è affatto. Siccome, però, è tuttora il gioco per eccellenza presso di noi, il calcio è una buona cartina di tornasole della realtà italiana. Insomma: lo stop & go della Serie A è anche un po’ un pretesto per tornare a riflettere sull’Italia.

Lega Calcio padrona, ma le regole spettano alla Figc

Tutto nasce, a parer nostro, dallo smarrimento del senso delle regole e delle formalità.
La Lega Calcio è la Confindustria del pallone: rappresentando chi vi investe i capitali, vuole avere logicamente voce in capitolo nel governo dei campionati. Ma, dal momento che esiste una Federazione italiana gioco calcio (Figc), non si capisce come quest’ultima possa essere e apparire estranea alla fissazione e all’imposizione delle regole, ove risulti necessario. Le funzioni regolatrici e di garanzia, com’è ovvio, sono espressamente menzionate tra quelle demandate alla Federazione. E allora come mai fino a ieri la Figc ha taciuto pubblicamente, mentre la Lega e le società che ne fanno parte si dilaniavano fra loro e si avvitavano nel dilemma rinvio/porte chiuse?

In ordine sparso

Anche se il governo ordinario della varie divisioni fosse demandato alla lega corrispondente, un’emergenza come quella del Covid-19 (ovvero, secondo la denominazione più aggiornata, SARS-CoV-2) dovrebbe esautorare ipso facto le società di calcio. E lasciar spazio al Governo, tramite il Coni e la Figc. In questo bailamme regolamentare, invece, si è proceduto in ordine sparso. La Lega Pro (Serie C) è ferma sin dall’ultima settimana di febbraio. La Lega di Serie B ha giocato a porte aperte fino a ieri sera. E la Lega di A ha invece proceduto inizialmente “à la carte”, lasciando giocare alcuni e fermando altri; 4 partite della 25esima giornata (Atalanta-Sassuolo, Inter-Sampdoria, Verona-Cagliari e Torino-Parma) non sono state disputate e solo delle ultime due è già stato fissato il recupero (11 marzo). Nessuna squadra di A è poi scesa in campo nella 26esima giornata, lo scorso 1° marzo . Non prima, però, del balletto tra entrambi i poli dell’alternativa: porte chiuse e rinvio. Senza farsi mancare, relativamente al big match Juventus-Inter, l’ipotesi di giocare a porte aperte il 2 marzo, perché il decreto del Governo allora in essere le vietava solo fino al 1°. Come se non si fosse saputo che il prefetto di Torino non le avrebbe comunque consentite!

La montagna ha partorito il topolino

A riprova: ieri e oggi erano in programma anche le semifinali di ritorno di Coppa Italia, Juventus-Milan e Napoli-Inter. Prima del decreto del presidente del Consiglio di ieri, i prefetti di Torino e Napoli avevano rinviato entrambe le gare. Motivo: impossibile selezionare, tra i tifosi in trasferta da una regione in “zona gialla” come la Lombardia, quelli a rischio contatti con le “zone rosse”. Più prosaicamente: con le scuole chiuse ovvero in procinto di esserle, poteva il Governo consentire gli stadi aperti? No, ovviamente, ma intanto la Lega Calcio aveva confermato entrambe le partite.

Le società e tra loro alcune in particolare si sono dimostrate ossessionate dall’ipotesi delle partite senza pubblico. Temono, oltre al danno agonistico, la svalutazione del loro prodotto maggiormente remunerativo: lo sfruttamento dei diritti d’immagine. E si fa presto a capire il perché: ormai quest’ultimo rappresenta in media la metà dei loro fatturati. E poi c’è il problema del rimborso dei biglietti, con le associazioni dei consumatori subito sul piede di guerra e sotto i riflettori.

Il punto della Figc

Ieri, comunque, la Figc ha messo il sospirato punto, dopo il Dpcm di Giuseppe Conte: calcio a porte chiuse almeno fino al 3 aprile prossimo. Di conseguenza, in Lega di A si sono accordati per far slittare la scorsa giornata (saltata) al prossimo week-end. Fermi, naturalmente, i previ controlli sanitari degli atleti e degli altri tesserati ammessi negli impianti. Restano da fissare i recuperi delle partite di Atalanta e Inter saltate il 23 febbraio e le due semifinali di ritorno di Coppa Italia. Si vedrà in base al cammino europeo delle squadre coinvolte, per non ingolfarne ulteriormente i calendari. E a giugno c’è l’Europeo, donde completare la stagione oltre maggio è impossibile.

Anarchia e ridicolo

Parafrasando Churchill, diremo che l’Italia sembra talvolta governata come il suo mondo del calcio e viceversa. È certo anche un segno dei tempi il disprezzo malcelato per le regole e le formalità. Nondimeno, sa molto anche di italiano. Decidi tu, decido io, meglio non si sappia, almeno fino a quando, oppure rinviamo…
I frutti di tutte queste tortuosità e storture sono un po’ di insana anarchia e una buona dose di ridicolo rovesciata sul capo delle istituzioni. E lo smarrimento ai vertici si ripercuote su quanti stanno alla base dell’edificio sociale: siamo noi tutti, ove mai dovessimo scordarlo.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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