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Covid-19: ma l’Ausl si ricorda che Piacenza è la porta sulla Lombardia?

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Piacenza: a leggere le dichiarazioni soddisfatte sulla riapertura di domani, naturalmente corredate da slogan come “guardia alta” o cose del genere, non si può che pensare alla voglia di voltare pagina. Siamo d’accordo sulla necessità di riaprire, ma purtroppo questa pagina sull’epidemia di Coronavirus è ancora aperta e chissà per quanto la sarà ancora.

In questo mix di attesa e soddisfazione, a Piacenza colpisce una dimenticanza. La classica trave davanti agli occhi, mentre anche qui ci si è accapigliati sui centimetri di distanziamento da imporre nei negozi, nei bar o dal parrucchiere.

Riaprire Piacenza significa riaprire le porte alla Lombardia. Anche se sono chiuse le “frontiere regionali” ancora e almeno fino al 3 giugno, dalla Lombardia comunque arriveranno molte persone in più per “comprovate esigenze lavorative”. E per lo stesso motivo molti piacentini in più torneranno a frequentare il Basso Lodigiano.

Ausl e dintorni

Stiamo parlando di quel traffico di persone e di relazioni così speciale, e forse unico in Italia, che ha generato la tragedia di Piacenza o viceversa, visto che per uno studio attribuito all’Ausl (e mai smentito) nella città emiliana c’erano già 102 casi di Covid-19 prima del 21 febbraio. E cioè prima del Paziente 1 di Codogno e della zona rossa del Basso Lodigiano.

Nella speranza che qualcuno un giorno chiarisca questa vicenda, il fatto di oggi è un altro. Che nessuno, almeno pare, si è preoccupato di mettere in piedi qualche controllo in più su questo flusso di lavoratori transregionali; persone che potrebbero diventare ancora uno dei vettori principali di una nuova ondata dell’epidemia. Anche perché, come sappiamo tutti, in Lombardia le cose sui contagi non stanno andando per niente bene.

Quindi, se ci fa piacere l’annuncio dell’assessore alle Politiche per la salute Raffaele Donini sull’aumento dei tamponi negli ospedali per degenti in entrata e in uscita, qualcuno dovrebbe ricordargli di controllare anche i lavoratori che entreranno e usciranno quotidianamente attraversando il ponte sul Po che separa Piacenza e il Basso Lodigiano.

Un tracciamento che a quanto pare, men che meno interessa all’Azienda sanitaria. Dimostrando, se ce ne fosse ancora bisogno, che sul fronte territoriale ha davvero il polso della situazione. Forse perché in questo caso per i manager guidati dall’ingegner Luca Baldino è troppo banale trovare una soluzione che potrebbe partire dall’incrocio dei dati di residenza e luogo di lavoro di queste persone (Inps, Camere di commercio, Comuni e così via). Anche solo per capire, nel pieno rispetto della privacy, chi sono e quanti sono questi lavoratori.

Screening pubblici?

Si dirà, a Piacenza nessuno ha pensato di farlo già nelle scorse settimane con la riapertura di molte attività partite dal 4 maggio. Ma se allora i numeri potevano essere più limitati, oggi la riapertura di commercio, ristorazione, uffici e servizi alla persona fa pensare a flussi molto più importanti. Con la necessità di test sierologici e tamponi che non possono essere lasciati alla volontarietà dei cittadini o dei datori di lavoro, pesando oltretutto sulle loro tasche.

Sono tutte persone che quindi potrebbero essere inserite subito negli screening sierologici sul Covid-19 attivati dalla Regione Emilia-Romagna. Perché una memoria troppo corta su una tragedia da oltre 930 morti ufficiali ci potrebbe costare ancora molto cara.

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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