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Crisi di governo: coi 5 Stelle mai dire mai

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Crisi di governo: le trattative sotto il sol leone sono diventate febbrili. Al momento tutto ruota vorticosamente attorno a Luigi Di Maio e ai 5 Stelle. E per dirla con Roberto Maroni, sulla crisi molti giocano una tripla da Totocalcio. Non escludono cioè nessuna delle ipotesi in campo: rimpasto o nuovo governo 5 Stelle-Lega; nuovo esecutivo 5 Stelle-Pd; governo tecnico che porti il Paese alle elezioni anticipate.

Crisi di governo: Di Maio premier?

L’ultima novità (già smentita dai 5 Stelle) è quella di un vero ritorno di fiamma con la Lega. Salvini, che ora teme la saldatura tra Zingaretti e Di Maio, avrebbe proposto a quest’ultimo un succoso rimpasto anche sul piano personale. Pur di evitare il ribaltone e di finire all’opposizione, il leader del Carroccio sarebbe disposto a portare Di Maio a Palazzo Chigi al posto di Conte, complice anche il recentissimo scambio di accuse tra il premier e il ministro dell’Interno sui migranti, con Conte che ha accusato Salvini di “slealtà”. Che fine farebbe l’ex premier? C’è già chi parla di un esilio dorato in quel di Bruxelles nelle vesti di commissario al fianco di Ursula von der Leyen.
Ma restiamo in Italia, e partiamo dalle contromosse per accaparrarsi i consensi dei 5 Stelle che vogliono far fuori Salvini e le elezioni anticipate in un colpo solo.

Crisi di governo: il lodo Delrio

Dopo quella di Renzi, che ha aperto le danze, l’ultima presa di posizione di un esponente di vaglia del Pd è di Graziano Delrio. Il predecessore di Toninelli al ministero delle Infrastrutture ha lanciato l’idea di un accordo alla tedesca tra i Dem e il Movimento. Dopo averlo irriso in passato, sono parole che sdoganano e nobilitano il contratto di governo, stavolta giallo-rosso, partendo da ambiente e lavoro, temi sui quali, per Delrio, Pd e 5 Stelle hanno molto in comune.
Quindi, non solo per un governo di scopo onde evitare l’esercizio provvisorio del bilancio statale con l’aumento dell’Iva ed approvare il taglio dei parlamentari. Delrio, cui fa eco il collega Richetti, guarda più lontano: a un esecutivo di legislatura, che comprenderebbe anche la delicatissima elezione del successore di Mattarella al Quirinale nella primavera del 2022.

Crisi di governo: le manovre nel Pd

La convergenza sul ribaltone è una marea che da sinistra monta forte e veloce. E che spiega senza dubbio il repentino tentativo di riavvicinamento di Salvini a Di Maio.
Zingaretti? Per adesso tace. Il segretario del Pd lascia muovere i maggiorenti del partito senza prendere posizione. O meglio, continuando a far credere che la sua opinione prevalente sia sempre “meglio il voto”. Ma sarà davvero così? Nel Pd la merce di scambio è chiara. L’attuale pattuglia parlamentare è stata scelta da Renzi. E la voglia di ridisegnarla con altri criteri è forte. Una possibilità realizzabile solo con una nuova corsa alle urne.
Le conseguenze interne però potrebbero essere sanguinose. Temendo una resa dei conti in caso di voto anticipato, Renzi e i suoi potrebbero tentare l’avventura di un’ennesima scissione, facendo nascere Azione civile, partito pseudo-centrista quotato a un 5% dei consensi.

Quindi per Zingaretti meglio approfondire l’ipotesi di un solido ribaltone. I Dem seduti in Parlamento dovrebbero dimostrare una fedeltà indiscussa alla sua segreteria. E questo potrebbe avvenire accettando di aprire “insieme” una nuova stagione politica. Una stagione che parta proprio da un accordo forte con il Movimento, tutto da definire anche nei nomi e nei ruoli della delegazione Pd nel nuovo esecutivo, decisi in primis da Zingaretti.

Crisi di governo: 5 Stelle al bivio

Nel frattempo, attorno a Di Maio prende sempre più forza la corrente di chi vuole aprire la trattativa col Pd. Una posizione gettonatissima tra gli oltre 330 deputati e senatori, che vogliono restare a Montecitorio e a palazzo Madama. Ma sempre più solida anche tra gli spin doctor e i padri del Movimento (vedi Grillo), che in caso di ritorno alle urne temono quantomeno un altro risultato disastroso come quello delle Europee.

La maledizione di Strasburgo

Sì, le Europee. E a ben guardare sembra che il risultato del 26 maggio scorso sia stato il vero detonatore a scoppio ritardato dell’attuale crisi di governo. Perché un conto è quotare il peso elettorale di Salvini e della Lega sulla base dei sondaggi, un conto è vederlo arrivare nei fatti a oltre il 34% dei voti. E qui ci sarebbe stato il bagno di realtà degli avversari e l’errore del “Capitano”: invece di crogiolarsi sugli allori continentali, avrebbe dovuto aprire la crisi ben prima, se non addirittura subito dopo il voto per il Parlamento di Strasburgo.

Insomma, aver aspettato fino all’8 agosto per aprire la crisi di governo ha dato il tempo a tutti, dai tanto evocati “poteri forti” agli avversari politici, di riorganizzarsi contro Salvini. E il primo segnale è arrivato proprio con il consenso per la von der Leyen, quando i 5 Stelle hanno eletto insieme al Pd, e con voti determinanti, la presidente della Commissione Ue.
Una strizzata d’occhio su una potenziale maggioranza alternativa arrivata poi al Senato con il voto sul calendario della crisi di governo. E si sa, due indizi cominciano a fare una prova anche per chi osserva dal Colle l’evolversi della situazione. Manca il terzo, e magari prima del 20 agosto, quando Conte sarà in Senato e si potrebbe votare la mozione di sfiducia leghista, arriverà anche quello.

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