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Da Foti a De Micheli, anche a Piacenza vincono i professionisti della politica

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Tommaso Foti: lui nega senza lasciare dubbi. Ma siamo convinti che se dopo il voto del 25 settembre Giorgia Meloni gli chiedesse di entrare nel suo Governo, l’onorevole di Fratelli d’Italia ci andrebbe eccome. Sarebbe il coronamento di una carriera politica di primo piano, a cui però manca la ciliegina sulla torta.

Per Foti, il deus ex machina del centrodestra piacentino, fermandoci alla storia recente significherebbe diventare il primo esponente della sua parte politica ad avere incarichi da ministro o sottosegretario; entrando al pari di Bersani, De Micheli e Reggi (anche se non è mai stato in Parlamento), in questo ristretto club governativo di Piacenza, che avvalora un pedigree a cui manca davvero poco o nulla su scala nazionale.

La selezione della specie

Con la ricandidatura di Foti alla Camera, addirittura in tre collegi (l’uninominale e il plurinominale a Piacenza e ancora come capolista in Romagna), si chiude così il cerchio dei professionisti piacentini della politica, sempre sulla cresta dell’onda del potere; quelli che la fanno e lo gestiscono da una vita. E che sono stati addirittura favoriti dalla riduzione dei parlamentari nella prossima legislatura. Con 400 deputati e 200 senatori vanno serrati i ranghi, non si possono correre rischi di cambi di casacca.

Dunque niente fughe in avanti, solo candidati super affidabili. E ricambio generazionale ridotto ai minimi termini; con candidature sulla carta perdenti, vedi quella della consigliera comunale di Vigolzone Beatrice Ghetti per il Pd all’uninominale contro Foti, o in posizioni di contorno. Le segreterie dei partiti insomma hanno fatto quadrato, puntando sull’usato sicuro dal centrodestra al centrosinistra, dove Enrico Letta ha ricandidato a Piacenza Paola De Micheli come capolista del Pd al plurinominale della Camera.

Il caso Murelli

Discorso un po’ diverso, e per molti osservatori discutibile, quello della ricandidatura della deputata leghista Elena Murelli, stavolta nell’uninominale al Senato per il centrodestra. Un collegio a detta degli esperti pressoché sicuro, che a meno di clamorose sorprese potrebbe portarla a palazzo Madama.

Dopo le note vicende sul bonus Covid di due anni fa, Murelli sembrava fuori dai giochi; e non è del tutto chiaro, tra molti mal di pancia dei leghisti piacentini, perché sia stata voluta da Salvini. Se poi parlando di cose spiacevoli, qualcuno per spezzare una lancia a favore di Murelli ricorda che Foti è coinvolto nell’inchiesta della Procura di Piacenza partita dai sindaci dell’Alta Val Trebbia, il mistero nel Carroccio rimane. Poteva essere l’occasione per lanciare un volto nuovo, dai 40 anni in su (tanti ne servono per candidarsi al Senato) e invece niente. Anche la Lega a Piacenza si è allineata puntando su una candidata uscente.

Il buono che c’è

Detto questo, però non va dimenticato qualche vantaggio. Anche con la drastica riduzione di un terzo dei parlamentari, ma con Foti, De Micheli e Murelli candidati in queste posizioni, Piacenza potrebbe limitare i danni. E mandare a Roma tre esponenti del suo territorio nella prossima legislatura.

Poi va dato merito al valore dell’esperienza; che piacciano o no, i Foti e le De Micheli ne hanno da vendere. Non bisogna nascondersi dietro al dito del populismo: fare politica richiede relazioni, preparazione, dedizione e sensibilità, in un mix che deve trasformare le scelte in norme sempre più complicate. In una parola, servono deputati e senatori che naturalmente in modo trasparente sappiano dove mettere le mani.

La disastrosa esperienza dei 5 stelle, quelli che volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, è sotto gli occhi di tutti. E quindi, ideologie a parte, l’onda di ritorno potrebbe essere più favorevole a chi farà della competenza il primo tassello della propria bandiera politica in campagna elettorale.

La lezione di Montanelli

Resta, e non tanto sullo sfondo, il rischio di un forte astensionismo anche a Piacenza, favorito da una campagna elettorale estiva mai vista prima. Oltretutto per formare un Parlamento che non solo per le nuove dimensioni potrebbe entrare nella storia italiana, dovendo affrontare per esempio la riforma presidenzialista proposta dal centrodestra, e scelte socioeconomiche molto rilevanti per il nostro futuro.

Così, a chi pensa di non andare a votare proprio per punire le segreterie dei partiti e i professionisti della politica candidati a mani basse, ricordiamo quando in altri tempi Indro Montanelli aveva scritto “turatevi il naso e votate Dc”. E allora scegliamo pure: centrodestra o centrosinistra, terzo polo o 5 stelle, Foti o De Micheli che sia, ma prepariamoci a seguire il consiglio del grande giornalista. Perché mai come stavolta il voto sarà un dovere. E comunque vada, gli assenti alle urne del 25 settembre saranno gli unici ad avere torto.

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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