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Il caso Decaro, sindaco di Bari: poche storie, l’antimafia autentica non può essere militante

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Antonio Decaro: al sindaco Pd di Bari viene da piangere. Anche la sua sceneggiata, però, rischia di far fare altrettanto a chi vi abbia assistito. Specie dopo il carico che ci ha messo sopra il suo mentore, collega di partito e presidente della Regione Puglia, il magistrato in aspettativa Michele Emiliano. Il quale, nel corso della manifestazione molto partecipata a sostegno del sindaco del capoluogo, è incespicato sul significato da attribuire a una loro comune visita privata di molti anni fa alla sorella di un boss, a cui Emiliano avrebbe così inteso “affidare” Decaro. Incontro smentito ieri dal sindaco e affermazione in parte rettificata dal presidente uscente.

Si sa che la foga è pessima consigliera, per cui siamo lungi dal fare polemica sul comizio dell’altro giorno di Emiliano. Il problema è cosa si è incaricata di farci sapere la vicenda del remoto prodromo di un percorso istituzionale che potrebbe, forse, portare – ammesso che si concretizzi e arrivi prima della scadenza naturale del prossimo giugno – allo scioglimento del Consiglio comunale di Bari, con l’accusa di infiltrazioni mafiose. Ci ha fatto sapere una cosa che, in realtà, doveva già esserci nota. E cioè che la frase del marchese Del Grillo nel celebre film di Mario Monicelli interpretato da Alberto Sordi (“Mi dispiace, ma io so’ io… “) è la divisa di molti, nel nostro Paese.

Lo scioglimento per infiltrazioni

La possibilità dello scioglimento di un Consiglio comunale per sospette infiltrazioni della criminalità organizzata è un istituto abbastanza unico nel suo genere. Soprattutto perché rappresenta una vistosa eccezione ai principi del pluralismo e dell’autonomia degli Enti di cui si compone la Repubblica.

I presupposti per il ricorso a questa procedura e le modalità della sua attuazione, originariamente previsti nel 1991 (in un tempo di accentuata pericolosità della sfida criminale alle istituzioni e alla convivenza sociale), sono confluiti negli articoli 143-146 del Testo unico degli Enti locali (d.lgs. n.267/2000). Quest’ultima normativa è stata ulteriormente emendata (legge n.94/2009), nel senso di una maggiore tassatività delle ipotesi in cui il Governo può procedere allo scioglimento. Oggi, gli elementi di collegamento diretto o indiretto degli amministratori con la criminalità organizzata devono essere concreti, univoci e rilevanti. Risulta aggravato, insomma, l’onere della prova a cui è tenuta l’amministrazione statale, quando essa intenda procedere sull’ente locale interessato.

Bari sotto pressione

Nel caso di Bari, il problema nasce da due inchieste condotte dalla Procura della Repubblica del capoluogo pugliese. La prima ha portato a un centinaio di arresti di persone accusate di associazione mafiosa e voto di scambio. L’altra riguarda sospette infiltrazioni criminali nell’Amtab, la società dei trasporti locali interamente controllata dal Comune e dal 22 febbraio scorso sotto amministrazione giudiziaria.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha provveduto a domandare una relazione al Prefetto. Quindi, ha nominato la Commissione d’accesso (con 3 componenti, un prefetto in pensione, un vice-prefetto e un ufficiale della Guardia di Finanza), che avrà tempo massimo tre mesi per svolgere i suoi accertamenti. Quindi, sulla base delle risultanze, il titolare del Viminale dovrà decidere se archiviare la pratica, ovvero proporre al Consiglio dei ministri lo scioglimento del Consiglio comunale. Come lo stesso Piantedosi ha già fatto decidere al Governo 15 volte da quando è in carica (ottobre 2022): 5 in Calabria, 4 in Sicilia, 3 in Campania, 2 nel Lazio e 1 in Puglia. Di questi scioglimenti, 8 si riferivano a Giunte civiche, 3 riguardavano il centrosinistra e 4 concernevano il centrodestra.

Il Pd fa l’offeso e…

Le sdegnate proteste del Partito democratico e dell’intero fronte progressista (con le consuete sfumature dei 5 Stelle) si appuntano su due circostanze.

La prima è la (presunta) strumentalità della tempistica. Come detto, la città di Bari andrà comunque alle elezioni comunali alla fine della primavera. Quindi, anche solo paventare la possibilità dello scioglimento del Consiglio comunale per mafia a ridosso della prova elettorale è considerato un tentativo del governo nazionale di centrodestra di screditare il centrosinistra locale. Nonché, di mettere piombo nelle ali di Decaro, possibile candidato alle Europee di giugno e (secondo alcuni) aspirante leader nazionale del Pd.

La seconda è un incontro al Viminale, in data 27 febbraio, del ministro Piantedosi con alcuni parlamentari della maggioranza (Marti, Bellomo e Sasso della Lega, D’Attis di Forza Italia e Melchiorre di Fratelli d’Italia) ed altri esponenti del governo (il viceministro della Giustizia Sisto e il sottosegretario alla Salute Gemmato). I parlamentari pugliesi di centrodestra hanno sollecitato l’interessamento del ministro e del Governo sulla situazione della municipalità barese, alla luce delle inchieste di cui si è detto. Per Pd e alleati, la riunione sarebbe la prova della volontà politica della maggioranza di speculare sulle inchieste e strumentalizzare le istituzioni, piegandole a fini di parte.

Guai a creare santuari intoccabili

Torniamo all’inizio: alle lacrime di Decaro, alle sue accuse a Piantedosi di volere fare la guerra alla città di Bari, alla manifestazione di solidarietà al sindaco di sabato in cui un prete ha dato (sorprendentemente) del criminale al ministro dell’Interno e un filologo ha (immancabilmente) evocato il fascismo che cominciò sciogliendo i Comuni a guida socialista.

Sogniamo o siamo desti? Il Pd e l’antimafia non sono una cosa sola? E invece adesso, solo perché una municipalità importante a sua guida, per ammissione stessa del primo cittadino, è sotto la pressione crescente di clan mafiosi, con aziende comunali commissariate e oltre cento arresti, apriti cielo? Pianti, stridori, offese mortali, sceneggiate napoletane più che pugliesi? Nessuno ha tirato in ballo Decaro personalmente, a parte Emiliano in modo goffo e imbarazzante. C’è un problema di rilevante influenza criminale a Bari, che lo stesso Decaro ammette esplicitamente. Si considera, dunque, la percorribilità di una strada battuta tante volte per sottrarre acqua al mulino della criminalità organizzata, sempre senza guardare ai colori politici implicati. O no?

Il problema è l’antimafia militante, cioè chi dice o lascia anche solo intendere che la mafia e la mafiosità starebbero tutte da una parte. Al netto dell’interesse (beninteso o malinteso, non si sa) di chi si auto-attribuisce patenti di diversità morale, creare santuari intoccabili è l’alibi migliore per la criminalità organizzata: un riparo ideale all’ombra del quale può curare più efficacemente i suoi interessi. Diffidiamo, per carità, dell’antimafia militante. Un politico è anti-mafia quando fa bene il suo dovere e basta. E parte del suo dovere è anche non contestare un certo tipo di legislazione solo quando la sua applicazione finisce per riguardare il suo schieramento.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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