L’Ecce Homo di Piacenza? È stato dipinto da un primitivo. Questo per noi oggi è un termine deteriore. Certamente non un complimento. Ma è grazie a questa definizione che Piacenza – oggi sugli altari per il successo della mostra dedicata al Guercino – può vantare un’eccellenza artistica di livello mondiale come quella di Antonello da Messina. Un capolavoro assoluto di cui si fregia il Collegio Alberoni. E che tutti vorrebbero esporre, dall’Ermitage al Prado. Ecco allora la storia dell’Ecce Homo, che forse non tutti conoscono.
Antonello e i primitivi
Ma perché Antonello, un artista raffinatissimo, era considerato un primitivo? È presto detto: i pittori che precedono la piena maturità del Rinascimento, come il Beato Angelico, Piero della Francesca, Cosmé Tura e lo stesso artista messinese, furono definiti “primitivi” dai critici del 700 e del secolo seguente. In quegli anni, per nostra fortuna, quelle preziose tavole non valevano niente. Ma che cosa c’entra Piacenza? Il motivo è più semplice di quanto si possa immaginare. E come sempre cammina su due gambe. In città vede la luce un uomo assolutamente fuori dal comune. Che farà la Storia.

Alberoni, anatomia di un genio
A Piacenza nel 1664 nasce infatti Giulio Alberoni. Partito da umili origini, il padre fa l’ortolano e la madre la rammendatrice, diventa uno degli uomini più influenti (e ricchi) del suo tempo. Di rara intelligenza, Giulio sceglie la carriera ecclesiastica e si trova sempre al posto giusto nel momento giusto, riuscendo sempre ad approfittarne. Tanto che, dal 1716 al 1719, è Primo ministro della Spagna di Filippo V di Borbone e diventa Cardinale. La grande politica europea però gli è fatale. Così è costretto a fuggire da Madrid in fretta e furia. Per un anno si dà alla macchia, nascosto sull’Appennino tra Piacenza e Genova, ricercato dai gendarmi del Papa e del duca di Parma. Ma poi torna in sella. Il nuovo Pontefice lo nomina governatore prima della Romagna e poi di Bologna. La preoccupazione principale di Alberoni però è diventata un’altra: il collegio di San Lazzaro, da lui fondato nei pressi di Piacenza. Si tratta di un seminario d’élite al quale il cardinale al momento della sua morte, nel 1752, lega l’immenso patrimonio che ha accumulato negli anni. Si contano arazzi, dipinti, vasi sacri, terreni e palazzi, oggetti preziosi di ogni genere.

Mantegna e Tiziano vanno a ruba, ma non Antonello
Tra i dipinti, il raffinato Alberoni aveva acquisito dei Mantegna, dei Raffaello, dei Tiziano, oltre a molti minori e primitivi. E così ecco qui l’Ecce Homo di Antonello. Dove l’aveva trovato? Quasi sicuramente a Roma, intorno al 1725, insieme agli arredi di Palazzo Lana Buratti, situato nel Rione Trevi, presso la chiesa degli Angeli Custodi. Conoscendolo, è facile pensare che non lo abbia pagato nulla o quasi. Nel suo testamento l’astuto cardinale dispone che gli eredi vendano tutto per acquistare ancora terreni (ne lasciava circa 62mila pertiche, pari a 4.700 ettari!). Così pochi anni dopo la morte del Cardinale, a Roma si tiene un’asta gigantesca. Nella quale però – oggi diciamo fortunatamente – la tavola di Antonello rimane invenduta. Sì, il motivo è proprio quello: nessuno vuole il quadro perché ha poco valore, l’ha dipinto un primitivo.

Il gioiello del Collegio
Il Collegio Alberoni, ad oltre 250 anni dalla sua scomparsa, sopravvive al suo fondatore. E negli anni ha sfornato decine e decine di sacerdoti, diversi dei quali assurti a loro volta alla porpora cardinalizia. In più,il Collegio è diventato un polo artistico di immenso valore: conserva religiosamente i 17 arazzi fiamminghi del Cardinale, molte delle opere minori e appunto la gemma dell’Ecce Homo. Che ne dite, andiamo a vederlo?
Come le dita di una mano
L’Ecce Homo è stato opportunamente esposto nell’appartamento privato del Cardinale. Si tratta di una tavola di 38 centimetri per 58, spessa solo 5 o 6 millimetri. Dunque è un ritratto piccolo, non destinato ad un altare, ma a una camera da letto, a un intimo privato. Un dipinto devozionale, da portare con sé anche in viaggio. Risale probabilmente al 1475. E non è l’unico. Tra il 1470 e il 1475 Antonello ne fa una serie di 5. Uno è al Metropolitan Museum di New York. Un’altro è a Vienna, al Kunsthistorisches Museum, e uno a Genova, alla Galleria nazionale di Palazzo Spinola. Poi c’è quello andato perduto. E infine al Louvre c’è un “Cristo alla colonna” che si può annoverare tranquillamente tra le peggiori opere di quello che il figlio Jacobello definì “pictor non humanus”.
L’Ecce Homo, un incontro da brividi
Ma torniamo al nostro Ecce Homo. Il dipinto piacentino è un olio su tavola di rovere. E la tecnica appare assai sofisticata e di estrema finezza, con richiami al virtuosismo miniaturista dei pittori fiamminghi. Le velature non lasciano intravedere nessuna traccia del pennello sulla superficie. È ottimamente conservato (a differenza del fratello newyorkese, molto rovinato) e ci consente di apprezzare la resa dei capelli, dei peli della barba, delle lacrime e delle stille di sangue. I curatori hanno collocato nei pressi della tavola una lente d’ingrandimento che aiuta il visitatore ad esplorare i più minuti dettagli. Ma quello che conta – com’è ovvio – è l’immagine complessiva, che dà un effetto di enorme forza drammatica e realistica. Antonello ritrae Cristo nel momento in cui, apparentemente, non ha ancora accettato il suo sacrificio. Quello nel quale sta ancora pensando, come nell’orto degli Ulivi, “Padre, allontana da me questo calice”.
Nel profondo dell’Anima
Antonello rappresenta la pena di Cristo come un tormento tutto interiore. L’espressione addolorata, le lacrime che gli rigano il viso ci rammentano la sua solitudine. E il peso del tradimento di Giuda, di Pietro che lo rinnega, degli altri discepoli che sono increduli e spaventati. Nessuno dei presenti ha compreso che in quel preciso momento Cristo sta donando la sua vita per riscattare tutti. Il figlio di Dio è al balcone di Ponzio Pilato, solo e nudo davanti ad una folla ostile: “Ecce Homo“, dice il governatore romano presentandolo alla moltitudine che ne chiederà la morte. E Antonello, con immensa arte, in quei pochi centimetri d’olio e legno riesce a riassumere su di lui tutto il dolore del Mondo.
Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.
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