Donnafugata, Sicilia: basta il nome e il pensiero corre alle vacanze italiane, così oggi vi parlo di un’isola – diciamo pure l’isola! – godibilissima un po’ tutto l’anno, e dei suoi vini che stanno cambiando la geografia del vino nazionale. Una cantina che ha contribuito anche a rivoluzionare la percezione del vino siciliano nel mondo, ma pure nella stessa Sicilia, spostando il focus da quantità e basso costo a qualità.
Donnafugata è Sicilia in tutto e per tutto. Lo è fin dalle etichette, i cui colori riportano immediatamente alla terra che Omero, nell’Odissea, indicava come isola del Sole, pascolo delle vacche sacre a Elio. Le cinque tenute di Donnafugata percorrono il panorama di una regione in continua evoluzione. Dei loro vini a colpire è la bevibilità; vini che, per quanto riempiano elegantemente il palato, si distinguono per verticalità più ancora che morbidezza. Cosa straordinaria, se pensiamo a quanto certe bottiglie delle nostre zone siano diventate pesanti e alcoliche con le nuove alte temperature.
Alla scoperta di Donnafugata
Per capire appieno ogni vino, è indispensabile conoscerne le aziende e camminare nelle vigne dalle quali parte ciò che arriva nel calice. Vi consiglio di farlo, ancor di più in questa straordinaria zona d’Italia, dove l’attenzione per l’ospite è altissima proprio come la qualità enologica.
A guidarmi tra tini, controspalliere, foto d’epoca e iconiche bottiglie, l’ottima Anna Attinà (nella foto sotto). A Donnafugata da 4 anni, ne ha assorbito valori e competenze sapendoli trasmettere con la medesima passione che caratterizza ogni membro della famiglia fondatrice e con la cura che Baldo Palermo, il responsabile della comunicazione dell’azienda, mette costantemente in campo.

Una famiglia (e una donna) che ha cambiato il vino in Sicilia
Gabriella Anca, vera pioniera della viticultura al femminile, fonda Donnafugata nel 1983 col marito Giacomo Rallo. Impensabile vedere in quegli anni, al sud, una donna creare un’azienda e farsi ascoltare in un mondo prettamente maschile. Forte fin dalla scelta del nome: richiama il celebre romanzo (poi film e oggi anche serie tv) “Il Gattopardo”, con alcune pagine ispirate da queste terre.
Lui, erede di una famiglia con 170 anni di esperienza nel vino Marsala, ha fatto l’audace scelta di lasciare il vino liquoroso famoso nel mondo, puntando invece sulla rivalutazione dei vini da tavola e diventando un protagonista del rinascimento del vino siciliano. Oggi proseguono l’attività di un’azienda diventata bandiera di Made in Italy, assieme a Gabriella, i figli José e Antonio, con una squadra di persone orientate all’eccellenza.
L’azienda da oltre 3.650.000 bottiglie, vede Antonio, anche guida del Consorzio Doc Sicilia, agronomo ed enologo come il padre; la vulcanica Josè, invece, assieme alla mamma presenta Donnafugata nel mondo, con vincente attitudine al marketing e alla comunicazione.
I territori Donnafugata, dalle colline alle isole
Donnafugata è nata a Contessa Entellina: entroterra occidentale dell’Isola dove, tra i 50 e i 550 metri di altitudine, si è giunti a 322 ettari di vigne. Nel 1989 la decisione di approdare a Pantelleria – 70 km dalla Tunisia e 110 dalla Sicilia. 68 ettari in territorio vulcanico, dove da sempre coltivano solo uva Zibibbo (dall’arabo, uva passita).
Una realtà dinamica come Donnafugata non resta indifferente al fascino della Sicilia orientale: nel 2016 investe sull’Etna e a Vittoria, dove c’è l’unica Docg regionale. L’affascinante cantina storica di Marsala è invece dedicata agli invecchiamenti.
L’intera azienda raggiunge così 550 ettari a conduzione diretta con un esercito di 100 collaboratori fissi, più gli stagionali, con il capo enologo, 5 agronomi e 10 enologi. Con questi numeri Donnafugata può essere nella grande distribuzione – solo alcune etichette – garantendo le basi per produrre selezionate bottiglie di eccellenza assoluta, vendute in Italia e nel mondo (l’export vale il 40% della produzione).

L’eden di Contessa Entellina
La residenza è circondata da curatissimi vigneti e affaccia su un suggestivo giardino a tre livelli dove ogni 10 agosto si ospitano “Calici di stelle”: evento in cui godere di interessanti verticali (diverse annate di medesimi vini messe a confronto); si, perché Donnafugata esprime alcuni vini – sotto vi racconto – di straordinaria longevità.
Nulla è lasciato al caso, nemmeno i sette laghetti ai quali attinge, solo in annate eccezionalmente siccitose, l’irrigazione di soccorso. Il suolo, principalmente franco argilloso, è arricchito col la pratica agronomica del sovescio con Favino, ricco di azoto, che a maggio viene interrato; bando totale a pesticidi ed erbicidi. I filari, preceduti da rose sentinella, ma controllati dalle più innovative tecnologie, sono allevati a Cordone Speronato e Guyot, lasciando le foglie sulla pianta per creare microclimi che la idratano e ombreggiano.
100% Sicily nel calice, nelle bottiglie e nelle etichette
Che abbiate bevuto o meno un vino Donnafugata, certamente avrete notato le sue etichette: Stefano Vitale, siciliano di nascita che illustra anche i libri di Paulo Coelho, parte dalle schede tecniche dei vini per realizzare quadri-etichetta.
Alcune bottiglie nascono con O-I Glass e Fondazione SOStain Sicilia che sostengono la comunità e promuovono produzioni a basso impatto, riciclando vetro locale. Anche certi tappi, quelli non in sughero, sono 100% di plastica riciclata dalle zone costiere dopo campagne di sensibilizzazione e raccolta sulle spiagge siciliane.

Un tour sorprendente in 8 calici
Parto da una copia d’assi. Mille e una notte (69 €) festeggia il trentesimo anniversario della prima annata, la 1995. Nero d’Avola, al 90%, Petit Verdot e Syrah dal lungo affinamento in Rovere francese e bottiglia. Vino figlio della collaborazione di Giacomo Rallo con l’enologo Giacomo Tachis; chi è? Si tratta del “padre” di etichette straordinarie come Sassicaia, Tignanello, Solaia e altri giganti.
Il Nero d’Avola era il classico vino da taglio: troppo alcolico, troppo carico, troppo tutto. Ma questa etichetta che nasce dalle vigne di Contessa Entelina ha cambiato la storia, ridando dignità al Nero d’Avola e portando Donnafugata in tutto il mondo. Colore carico, impenetrabile, con sfumature violacee, che fa eco al naso di frutta scura, prugna, susina, con note balsamiche ed evidente speziatura. Pepe nero e ancora tabacco dolce, liquirizia, cuoio, cioccolato fondente: l’apoteosi dei sentori terziari. Potenziale di invecchiamento, neanche da dirlo, ben oltre i 20 anni.
Sorso equilibrato, con tannino presente ma non aggressivo, bensì delicato ed elegante. È vero vino da meditazione, che sorseggio con gran piacere, ma anche classico rosso da carne, bistecca fiorentina, carne rossa, saporita, brasato. Bottiglia da sapori intensi: anche una lasagna. In tavola c’è un crumble di cioccolato fondente che attende il passito: provoco, ma neanche tanto, assaggiandolo con questo vino: matrimonio perfetto!
Ben Ryé 2022 (65 €) – Il Passito di Pantelleria per antonomasia: uno dei più premiati, anche nelle classifiche dei migliori vini al mondo. Zibibbo raccolto a mano e appassito a sole e vento sui graticci. Colore ambrato ma di grande vivacità: molto bello; grande potenziale d’invecchiamento. Al naso sento albicocca, pesca, fiori e buccia candita d’arancio, miele, fino a macchia mediterranea.
Tutt’altro che dolce stucchevole: è lineare grazie all’equilibrio di freschezza e dolcezza. Con cosa bere un vino del genere? Certamente il crumble di prima, ma addirittura gorgonzola piccante (molti passiti arrivano si e no allo stilton). Formaggi stagionati, erborinati; dolci – non troppo dolci – e poi biscotti secchi, cantucci, dolci a base di ricotta, crostata casalinga.
Un abbinamento inedito? Fantastico con tortelli di brasato col loro ristretto e, ovviamente, foie gras. Immaginatelo però con con zucca caramellata e mandorle o risotto gorgonzola e pere.
I bianchi: freschezza e identità siciliana
Vigna di Gabri (18 €) – Un unico cru a Contessa Entelina dove Giacomo ha piantato le varietà preferite dalla moglie Gabriella: le autoctone Ansonica e Catarratto e le internazionali Chardonnay, Sauvignon Blanc e Bionier. Sei mesi tra acciaio e – il solo Chardonnay – rovere francese, e nove in bottiglia danno un vino dall’interessante potenziale evolutivo. Il bel sorso è sapido, di ottima acidità e persistenza. Perfetto con piatti di pesce – eviterei i crudi – oppure uno spaghetto con i ricci, uno scoglio; benissimo anche carni delicate come scaloppina al limone – meglio, al marsala. Il matrimonio perfetto lo suggerisce la nostra ottima guida: cuscus o zuppa di pesce. Eleganza memorabile: la produzione è minima, quindi se lo trovate provatelo!
SurSur – Sicilia Doc Grillo (13 €) – Uve Grillo (varietà autoctona) in purezza. Dall’arabo il nome riprende il verso del grillo mentre l’etichetta – piedi nudi di una donna che passeggia in un prato – richiama spensieratezza, leggerezza, alla quali sia abbina questo vino. Breve affinamento in acciaio e bottiglia, per un vino immediato, dal naso aromatico tipicissimo di pesca bianca, melone, fiori di campo, gelsomino. L’aperitivo estivo, ma non solo, perfetto.
Lighea 2024 Zibibbo Sicilia Doc (15 €) – Con questo Zibibbo secco torniamo sulla meravigliosa Pantelleria. Paglierino delicatissimo, naso molto intenso di frutta tropicale con tutta l’aromaticità dell’uva. Una certa assonanza con note dei vini piacentini di recente riscoperta ce lo rendono particolarmente beverino. Ottimo con tutto il pesce azzurro, tempura di pesce o verdure.
Sul Vulcano – Etna Bianco Doc (22 €) – Elegante bouquet con note minerali, freschi sentori agrumati e fiori bianchi caratterizzano questa bottiglia dov’è protagonista l’uva Carricante. Perfetto con crostacei e piatti di pesce, primi vegetariani, funghi porcini fino a carni bianche.
I rossi: vera espressione di territori unici
Floramundi – Cerasuolo di Vittoria Docg (18 €) – Un croccante “mondo di fiori”grazie a 6 mesi di solo acciaio e 9 di bottiglia. Niente legno per godere appieno l’aromaticità propria del Nero d’Avola, più noto come vino strutturato dal tannino aggressivo, mentre qui è completamente diverso. Già dal colore, non violaceo ma rubino quasi trasparente, non intenso: merito alla zona produttiva. Un’epifania la freschezza del naso. Palato morbido, dal tannino quasi impercettibile. Evidente invece, come in tutti i vini di Vittoria, la spiccata acidità. Rosso insolito, insomma, più da carni bianche, forse maiale, e primi saporiti, ragù di tonno, pesci grassi, zuppe di pesce. Vi parrà strano, ma è un rosso che predilige il pesce alla carne.
Sul Vulcano – Etna Rosso Doc (22 €) – Nerello Mascalese con piccola aggiunta di Nerello Cappuccio che affinano lentamente tra legno, acciaio e bottiglia. Rubino tendente al mattone: colore delicato influenzato dalla buccia sottile del Nerello Mascalese. Frutta selvatica, ma anche sentore minerale, zolfo, con terziario ben percepibile: il naso non inganna, è suolo vulcanico (nord, a 7/800 metri). Quasi astringente, seppur succoso, in bocca. Vini così invitano abbinamenti selezionati: pernice, cinghiale, ragù di lepre, piatti a base di funghi… oppure tartufo. Anche cibi affumicati e sapidi, comunque molto saporiti. Calice che invita la beva, interessante anche da meditazione.
Incuriositi? Allora fate un salto nella bella Trinacria, oppure in uno dei tanti ristoranti che propongono le eccellenze di Donnafugata!









