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Draghi: il peso di Renzi e la prossima partita del Quirinale

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Renzi, la crisi del Conte-bis e il giuramento del Governo Draghi: un discreto rivolgimento, consumato in poco più di due settimane. Dal 26 gennaio, giorno delle dimissioni dell’avvocato del popolo, all’insediamento di mister Euro a palazzo Chigi, il 13 febbraio, sono passati appena 17 giorni. D’accordo, che la maggioranza giallorossa fosse in grave difficoltà si sapeva dall’inizio. Solo la pandemia ne aveva impedito anzitempo la conflagrazione o l’implosione. 

Fra tutte le peculiarità di questa crisi, una delle più evidenti, anche se pudicamente taciuta in tutti i commenti ufficiali e, forse, anche ufficiosi, è questa: il suo svolgimento e il suo epilogo sono stati identici a quelli preconizzati da Matteo Renzi. In altri termini: il diretto responsabile della crisi di governo aveva indovinato esattamente quale sarebbe stata la sua conclusione e per quali strade ci si sarebbe arrivati. Delle due l’una: o è molto bravo, o è molto ascoltato in Parlamento e al Quirinale. Ripercorriamo, allora, il dispiegarsi della “visione” renziana, prima di interrogarci se si tratti di intuito, divinazione o altro.

Il Conte-bis non sfiduciato

Anzitutto, come da tradizione paradossalmente antiparlamentare (il colmo, per un Paese che non riesce ad archiviare un regime formalmente parlamentare puro), Giuseppe Conte si è dimesso senza essere stato sfiduciato. Anzi, esattamente dopo aver raccolto una maggioranza, ancorché non assoluta. Solo Romano Prodi, con la sua tenacia tipicamente emiliana, si è sfatto sfiduciare 2 volte in aula a Montecitorio (1998 e 2008): per il resto, in 73 anni di Repubblica, tutte le crisi di Governo sono state extraparlamentari.

Tecnicamente, il presidente della Repubblica avrebbe anche potuto respingere le dimissioni del Governo. Mettiamo, comunque, che Conte si fosse giocato questa possibilità, con la maldestra e vana ricerca dei cosiddetti “costruttori”. Subito dopo aver escluso il congelamento delle dimissioni di Conte, il capo dello Stato ha optato per il mandato esplorativo al presidente della Camera, Roberto Fico. Il mandato esplorativo ha riferimenti di tipo consuetudinario, che in materia di crisi di Governo sono molto rilevanti, stante il silenzio della Costituzione sul punto. Non si capisce, ad ogni modo, cosa ci fosse di ignoto da esplorare. 

La scelta di non confermare Conte, il presidente della Repubblica l’aveva già fatta accogliendone le dimissioni. L’unico significato dell’incarico a Fico e non alla presidente del Senato Elisabetta Casellati, era che la ricerca di voti in Parlamento, concessa al presidente della Camera per conto del centrosinistra, non sarebbe stata consentita al centrodestra. In tutti i casi, chi non ha voluto il rinvio di Conte alle Camere? Evidentemente, chi lo ha costretto alle dimissioni: vale a dire Italia Viva, la formazione parlamentare di Renzi.

Draghi o carneade?

Dopo che Fico ha espletato il suo compito, cioè certificare l’irrecuperabilità della frattura fra Renzi e gli alleati giallorossi, Mattarella ha incaricato Mario Draghi. E qui è capitato un fatto curioso. Il 31 gennaio, le solite ben informate “fonti del Quirinale” smentiscono che la presidenza della Repubblica abbia mai contattato Draghi. Il 2 febbraio, in prima serata, il capo dello Stato parla al Paese al termine del tentativo di Fico: dice che non si può andare ad elezioni per via del Recovery Plan e dei contagi e annuncia una sua iniziativa, di alto profilo e non identificabile con alcuna formula politica. Personalmente, in pubblico, Mattarella non fa il nome di Draghi. Lo fa immediatamente dopo il segretario generale del Quirinale, Ugo Zampetti: l’ex presidente della Bce è convocato a palazzo per l’indomani, 3 febbraio. Dunque: il 31 gennaio, Draghi era quasi carneade sul Colle; la sera del 2 febbraio, si è pensato bene di conferirgli l’incarico di formare il governo.

Il nome di Draghi chi l’ha fatto? Tra i giornalisti e i commentatori, ovviamente tutti. Ma, tra gli esponenti politici e specialmente tra i leader, l’unico che aveva fatto sapere di puntare apertamente su di lui era Renzi. Il Governo a guida tecnica, finta subordinata di Italia Viva durante le consultazioni, in realtà unico vero obiettivo del Fiorentino, voleva dire Draghi. E Draghi è stato: apparentemente, in 2 giorni scarsi.

Renzi: l’impopolare influentissimo

Qui non ci stiamo montando ridicolmente la testa, discutendo le qualità del professor Draghi: non ne avremmo titolo, né motivo. Qualità che, del resto, il premier avrebbe potuto mettere a frutto come tecnico anche non direttamente al Governo. Ad esempio, riscrivendo da capo, con un suo gruppo di lavoro, la striminzita bozza di Recovery improvvisata dal Conte-bis. Qui ci stiamo domandando come abbia fatto Renzi, l’uomo più impopolare d’Italia (copyright di Massimo D’Alema, un’autorità in materia), a condurre esattamente dove voleva il Quirinale e la maggioranza che aveva appena affossato. 

Le qualità corsare del Fiorentino non si discutono, ma ora in diversi temono quello che Renzi potrebbe fare. È comodo dire che Italia Viva sfrutta la propria capacità di condizionamento, senza dire chi e perché se ne dimostra suggestionato. Non si tratta solo del Movimento 5 Stelle, dato su una via peggiore del dimezzamento. È soprattutto il Pd di Nicola Zingaretti che, dopo aver gridato “Conte o Conte!”, si è intestato anche il Governo tecnico, pur di non lasciare comunque la stanza dei bottoni.

La safety car della politica

Il vero obiettivo, in ogni caso, resta sullo sfondo: è l’elezione del prossimo capo dello Stato. Anche l’attuale presidente della Repubblica, evidentemente, oltre a Pd, Movimento 5 Stelle, Leu e centristi vari, reputa sia meglio che a dargli un successore siano queste Camere. Senato e Camera che, per quanto se ne sa e a condizione che Renzi non faccia scherzi, potrebbero anche portare Mario Draghi da palazzo Chigi al Quirinale. Ecco un altro motivo per cui non si deve votare: bisognerebbe dirlo.

Per questo, l’interpretazione del governo Draghi come la safety car dell’Italia non ci convince: semmai, tutelerà il sistema politico. Nel breve termine, l’esperienza cominciata ieri serve a garantire la tenuta della coalizione di centrosinistra e a disarticolare il centrodestra. In prospettiva, superata la crisi pandemica, restituirà il Paese al regime che lo ha condotto nelle sacche odierne. Riformare gli assetti istituzionali, infatti, non rientra nel programma del professor Draghi: a lui spetta solo ricordarci i doveri derivanti dai vincoli europei.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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