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Draghi presidente della Commissione Ue: cosa c’è dietro l’idea di Super Mario a Bruxelles

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Mario Draghi: sarà lui il prossimo presidente della Commissione Ue? La domanda, poco meno di due anni dopo la sua mancata salita al Colle in Italia, sembrerebbe sarcastica, della serie: gliela stanno tirando un’altra volta. Se non fosse che il suo nome, per la casella attualmente occupata dalla tedesca Ursula von der Leyen, si dice venga fatto da Emmanuel Macron.

Il fatto che il presidente della Repubblica francese sia un grande elettore della Commissione europea non è una notizia. Dando, però, per buona la puntata di Macron su Draghi, ci troveremmo in presenza della singolare preferenza del capo dello Stato francese manifestata nei confronti di un candidato italiano. E lo sciovinismo, di cui largamente e volentieri diamo atto ai cugini d’Oltralpe, che fine ha fatto? A onor del vero, anche la scorsa volta l’inquilino dell’Eliseo contribuì alla designazione di un’esponente tedesca. Si sa, però, che per Parigi l’asse con Berlino è centrale in tutti i sensi (storico, geografico e politico). Dunque, come interpretare questa notizia? Proviamo a ragionarci su.

Super Mario: illudersi di nuovo?

Prima di tutto, bisogna chiedersi quale sia l’attendibilità dell’indiscrezione lanciata da la Repubblica. Le risposte evasive degli entourage dei protagonisti non fanno realmente fede.

È scontato il no-comment dell’Eliseo. Più che prevedibile appare anche la smentita di Draghi, che ha fatto sapere di non essere interessato all’incarico di presidente della Commissione europea. Dopo l’esperienza della mancata successione a Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica, l’ostentazione d’impassibilità per Draghi è un obbligo. L’ex presidente del Consiglio e della Bce, in realtà, non è mai uscito del tutto né dai radar della vita pubblica, né dai circuiti istituzionali. Infatti, tuttora è incaricato dall’attuale presidente della Commissione Ue della preparazione di un rapporto sulla competitività europea. Certo: per uno come lui, la presentazione di un insieme di raccomandazioni è ben poca cosa.

E a pensarci, se si fosse davvero accontentato di fare il civil servant, Draghi avrebbe potuto dare semplicemente una mano in patria anche al tempo della pandemia. Invece, siccome si trattava non solo di provvedere di razionalità ed efficienza la campagna vaccinale, ma anche di disarticolare il centrodestra a trazione non più centrista, aveva accettato di presiedere il governo.

Un’altra volta contro la destra

Accreditando la veridicità della candidatura francese di Draghi per la presidenza della Commissione europea, si dovrebbe concludere che questa nuova “operazione Mario” abbia la stessa matrice di quella interna italiana di due anni fa. Si tratterebbe solo di una mossa più scoperta, perché qui saremmo di fronte a un Paese che candida una personalità di un altro Paese.

Draghi è l’alfiere dichiarato della trasformazione dell’Ue da club intergovernativo – cioè, un’intesa tra Stati sovrani – in qualcosa di simile a uno Stato federale. Macron, che guida il Paese che ha affossato una ventina di anni fa il progetto di Carta costituzionale europea (sarebbe stato, come la moneta unica, un altro carro messo davanti ai buoi), punterebbe su di lui. Per fare cosa? L’impossibile, cioè gli Stati uniti d’Europa? No. Più concretamente, per tenere le destre il più possibile ai margini dei circoli che contano. E, parallelamente, favorire l’attenuazione della regola dell’unanimità in seno al Consiglio europeo.

Draghi a Bruxelles, è…

Ci sono, però, anche delle buone ragioni per dubitare della veridicità della notizia lanciata dal quotidiano la Repubblica. Anzitutto, il fatto stesso della provenienza giornalistica dell’indiscrezione fa pensare che si tratti di un auspicio, più che una notizia. Draghi, come Mario Monti, è una soluzione più gradita all’editore e alla redazione del giornale fondato da Eugenio Scalfari rispetto a qualsiasi altra di sinistra tradizionale. Non dimentichiamo che sono l’azionismo e il socialismo liberale le culture elitarie della sinistra e, dopo il tramonto del marxismo, la loro egemonia culturale in questo campo è incontrastata.

Resta il problema del consenso elettorale. In Italia, il voto di destra è da tempo sdoganato e, ultimamente, si è fatto maggioritario. In Francia e in Germania, il cordone attorno ai frontisti di Marine Le Pen e ai nazionalisti di Alternative für Deutschland tiene, per ora. Né sembra destinato ad allentarsi nel medio termine, perché il doppio turno francese e i fantasmi tedeschi condannano all’irrilevanza queste forze politiche che, pure, intercettano forti correnti d’opinione nei rispettivi Paesi. Francia e Germania contano comunque più degli altri nell’Ue, ma l’allargamento smodato a cui quest’ultima si condanna (sotto evidente dettatura statunitense) fa sì che serva loro che alle destre venga fatta terra bruciata ovunque, sul continente.

Sovranità limitata? No, grazie

Tornando alla candidatura Macron per Draghi, ci sarebbe poi il problema dello sgarbo fatto all’Italia dalla Francia, che sceglierebbe il nostro candidato per la Commissione di Bruxelles. Ora: scontata l’antipatia politica reciproca tra il leader di En Marche e la presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, lo smacco di un’iniziativa francese per un nome la cui indicazione spetta al governo di Roma non potrebbe essere ignorato.

L’Italia non può accettare di apparire nel XXI secolo un Paese a sovranità limitata, specie a beneficio della Francia. Senza contare che la manovra anti-sovranista rischia, come un boomerang, di portare acqua al mulino della destra, che si vorrebbe invece prosciugare. Quale assist migliore, infatti, della presunzione insita nella designazione di una personalità italiana da parte francese?

Appuntamento al dopo Europee

Quanti accreditano la notizia di Repubblica non trascurano il risiko delle caselle, che prevederebbe il posto di segretario generale della Nato per von der Leyen, eventualmente giubilata dalla Commissione Ue. Per quanto ne sappiamo realmente, non si può nemmeno escludere che, facendo il nome di Draghi, Macron voglia bruciarlo proprio in quanto italiano, temendo magari che possa essere fatto da Meloni stessa.

In realtà, la designazione del presidente e dei commissari Ue dipenderà dall’esito delle elezioni del prossimo anno. E, stando ai sondaggi e al clima che si respira, tutto suggerisce che la maggioranza in seno all’assemblea di Strasburgo continuerà a essere formata da popolari, socialisti e liberali. I conservatori (dai quali i vari Le Pen, Tino Chrupalla e Matteo Salvini restano distinti) potrebbero convergere, per alleggerire (e nulla più) il peso della sinistra in maggioranza. Mario Draghi continuerà a contare anche senza incarichi. Così come l’Unione europea continuerà, inseguendo la chimera federalista, a non essere veramente rilevante.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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