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I droni russi sui cieli dell’Europa: una bella sveglia, ma per fare cosa?

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(foto da Wikimedia Commons)

I droni russi sconfinati nello spazio aereo polacco durante la notte tra il 9 e il 10 settembre e poi in volo sulla Romania possono rappresentare una sveglia per l’Europa. È un’affermazione che abbiamo sentito ripetere un po’ ovunque nelle analisi dei fatti di politica estera.

Proseguendo nella metafora mattiniera, ci proponiamo di ampliare la riflessione. Infatti, non basta alzarsi dal letto e cioè riaversi dal sonno, bisogna anche sapere dove si vuole andare e a fare cosa. È relativamente a questi aspetti che la nostra lettura degli avvenimenti diverge da quella che corre sulla stragrande maggioranza dei nostri media. Vediamo come.

Il triangolo Ucraina-Russia-Europa

Abbiamo già rilevato come la mancanza di fretta degli Usa nel contribuire alla fine della guerra ucraina – il sostegno promesso a Kiev dall’amministrazione Biden «per tutto il tempo necessario» e il continuismo dell’amministrazione Trump – logori alla lunga la Russia, loro storico avversario geopolitico e culturale. E come i costi umani, economici e reputazionali sostenuti da Mosca per ricrearsi con la forza un’area d’influenza siano effetti assolutamente desiderati da Washington, coerenti con la pretesa di quest’ultima di stravincere il post-Guerra fredda.

Sarebbe il caso, però, di considerare come gli Stati Uniti – il Paese, non il suo presidente pro tempore – non si facciano problemi anche a logorare l’Unione europea attraverso la Russia. Pensiamo si possa e si debba constatare come, con l’invasione dell’Ucraina ordinata oltre tre anni fa da Putin, il nostro principale alleato si sia volentieri acconciato ad una situazione che gli arreca solo dei vantaggi. La guerra ad est dell’Europa ha prodotto:

  1. il ribadimento della leadership politico-diplomatica e militare americana sul Vecchio continente;
  2. l’acquisto di ingentissime quantità di armi di produzione americana da parte dei Paesi europei da girare all’Ucraina;
  3. l’impegno ad acquistare materie prime come il gas, di cui siamo sprovvisti, dagli Usa anziché dalla Russia, a prezzi per noi decisamente meno convenienti;
  4. la promessa di ricostruire il Paese distrutto in ampie porzioni dalla Russia e quella di fare dell’Ucraina l’ennesimo componente di una Ue in ulteriore espansione e dispersione.
Inimicizie e alleanze vanno spiegate

Sorprende che ci siano degli “a priori” nelle analisi che i nostri organi d’informazione effettuano quotidianamente. E sorprende tanto più perché queste stesse analisi contengono almeno dei sospetti sull’affidabilità dell’amicizia degli Usa per l’Ue. Basta, però, a renderli completamente irrilevanti l’incolpazione pressoché esclusiva di Donald Trump.

Quali sono questi “a priori”? Il primo è che la Russia sia nemica dell’Europa. Non c’è spazio perché questa circostanza venga messa nei termini di una semplice possibilità. La Russia è nostra nemica e non può che essere tale. Un secondo “a priori” è che l’Ue debba essere alleata degli Stati Uniti. Ci sono, però, modi diversi di esserlo: ad esempio, i Latini stipulavano degli accordi – “foedera” – sia equi sia iniqui con i loro alleati. Trump sottolinea senza sosta il carattere iniquo delle relazioni euro-atlantiche in danno del suo Paese, ma basterebbe ricordare anche solo la battuta di Henry Kissinger – «Essere nemici degli Usa può essere pericoloso, ma esserne amici può essere fatale» – per capire che quella dell’inquilino della Casa Bianca è un’interpretazione troppo faziosa.

L’Europa e i pretesti all’imperialismo russo

L’aspetto più grave trascurato da quest’impostazione aprioristica delle nostre relazioni internazionali è che l’Europa ha un interesse infinitamente maggiore rispetto a quello degli Usa ad avere con la Russia un rapporto possibilmente collaborativo e necessariamente non conflittuale. Non parliamo dell’avere un interesse a combattere contro la Russia. Il motivo è semplice: il teatro di questa guerra sarebbe il nostro territorio. Noi abbiamo molti motivi – storici e attuali, ideali e concreti – per essere alleati dell’America. Tuttavia, prestarci a diventare nemici della Russia e terreno di scontro con Mosca, se nell’ottica delle nostre relazioni atlantiche sarebbe oltremodo iniquo, in quella del nostro interesse vitale sarebbe addirittura suicida. 

Intendiamoci: sappiamo che la Russia è una nazione imperialista e che la sua leadership attuale interpreta aggressivamente questa permanente vocazione. L’invasione e l’occupazione dell’Ucraina sudorientale e il tentativo di imporre un governo-fantoccio a Kiev lo dimostrano. Dobbiamo però sapere anche queste altre cose:

  1. La non attrazione sostanziale dell’Ucraina nel blocco atlantico sotto l’egida statunitense era una linea rossa posta da Mosca sicuramente senza ambiguità;
  2. a parte la presenza di consistenti minoranze russofone, l’Ucraina è il luogo dove la Russia ha le sue origini storiche;
  3. l’irriducibile ostilità anti-russa e il nazionalismo ucraini (forse motivati già prima del 2022) rendono difficile una visione lucida delle cose, almeno altrettanto di quanto non la ostacoli l’imperialismo russo;
  4. non bastano i richiami al diritto internazionale a non fare incombere fisicamente sopra l’Ucraina le pretese e le rivendicazioni di Mosca;
  5. armare Kiev fino ai denti è stata una scelta poco saggia, che potrebbe ritorcersi contro di noi in tempi e con modalità imprevedibili.
I possibili incontri al vertice

Per non limitarci ad una pure doverosa critica di quello che si fa e si dice, dobbiamo anche spiegare cosa si potrebbe fare diversamente. Sarebbe il tempo di convocare un vertice trilaterale tra Usa, Unione europea e Russia. All’ordine del giorno, il chiarimento di un punto essenziale: la delimitazione dello spazio Nato allo stato attuale, con reciproci impegni al rispetto effettivo e non di maniera delle distinte aree di pertinenza e influenza. L’accordo dovrebbe prevedere, da una parte, la non ulteriore estensione (sostanziale, lo ripetiamo) delle adesioni al Patto Atlantico e, dall’altra, l’esclusione di azioni ostili anche di carattere ibrido e dell’avanzamento di pretese irrispettose dei confini altrui sotto il pretesto dell’esistenza al loro interno di minoranze linguistiche e religiose.

Quindi, sarebbe il caso di un summit Usa-Stati dell’Ue, dal quale dovrebbe formalmente sortire lo scambio tra il rinnovo dell’impegno atlantico degli Stati Uniti e l’adeguamento del contributo all’Alleanza dei Paesi europei, soprattutto in termini di effettivi in armi più ancora che non di mezzi. Resterebbe, ovviamente, all’Ucraina bere l’amaro calice di una trattativa bilaterale con la Russia, a condizioni sul terreno peggiori di quelle verificatesi dopo il primo periodo successivo all’invasione.

Pessimismo della ragione

Tutto questo non accadrà. Continueremo a dirci che noi siamo l’Occidente e a non considerare se il “foedus” atlantico sia “equum” oppure “iniquum”. Punteremo ancora a “resistere sino all’ultimo ucraino” e diremo contemporaneamente che la Russia avanza pochissimo in Ucraina e che punta a fagocitare Polonia e Romania. 

Anche Putin continuerà la sua avventura bellica, perché la guerra è funzionale ad un regime come il suo: purtroppo, sta rivelando sorprendenti affinità anche con i nostri, almeno finché il fronte è lontano. È un brusco risveglio, ma prima o poi ci toccherà lasciare il letto e decidere cosa fare.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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