Immigrazione tra Schengen e dublinanti: l’ultimo tormentone di fine estate è servito. Al tema, naturalmente, si sono aggiunti i titoli sulle parole di Papa Leone XIV al meeting di Comunione e Liberazione a Rimini: prima dei confini ci sono le persone. E quindi? Se anche la Chiesa cattolica dovesse proporre agli Stati di sciogliersi, rinunciando a definirsi a partire dal territorio (ovviamente non è così, sennò poi chi le aiuta le persone?) questi ultimi non potrebbero trarne alla lettera conseguenze in termini di politiche migratorie.
In realtà, ci muoviamo a livello comunicativo in una grande confusione, aggravata dalla propaganda di tutti contro tutti. E restiamo alle prese con problemi giganteschi che, se non hanno soluzioni semplici, non si possono nemmeno trattare utilmente all’insegna di un dialogo tra sordi. Passiamo in rassegna accordi e polemiche, poi diremo perché tra sordi non ci si può intendere.
Da Dublino al nuovo patto su migrazione e asilo
Anzitutto: i dublinanti sono gli immigrati che ricadono sotto l’applicazione del Regolamento Ue di Dublino III del 2013 (in Italia, governo di Enrico Letta), erede dell’omonima Convenzione del 1990, nonché del Regolamento di Dublino II del 2003 (governo Berlusconi II). Si tratta di richiedenti asilo o immigrati irregolari che, dopo essere approdati nel territorio comunitario di un Paese, si sono spostati in un altro sempre dell’Unione europea.
Le direttive Ue continuano a stabilire che competente per la domanda di asilo e il rimpatrio sia il Paese di primo approdo. È evidente che questo principio, pure astrattamente logico, è molto penalizzante per le nazioni mediterranee (Grecia, Italia e Spagna). È pure evidente, soprattutto nel 1990 ma anche nel 2003, che la pressione migratoria da Africa e Medio Oriente era decisamente inferiore a quella attuale.
I dublinanti, pertanto, sono i migranti che gli Stati di approdo successivo hanno titolo a rimandare in quelli di primo approdo. Il nuovo Patto Ue su Migrazione e Asilo, operativo dallo scorso mese di giugno, non ha mutato questo principio. Tuttavia, ha previsto un meccanismo di solidarietà per concedere flessibilità a tutti i Paesi (attivabile annualmente, secondo parametri fissati dalla Commissione Ue e sempre quando ricorrano pressioni eccezionali).
In pratica: l’Europa decide dei ricollocamenti, a cui gli Stati non di primo approdo possono sottrarsi, ricorrendo a compensazioni (finanziarie, logistiche e di sponsorizzazione dei rimpatri). La solidarietà si configura come obbligo, mentre la scelta della forma è lasciata alla discrezionalità nazionale. C’è molta curiosità, comunque, per vedere quanto l’obbligatorietà sarà effettiva: perché, quando si tratta degli Stati, la coattività è assai meno stringente di quanto non sia per i privati.
Paesi d’origine, Paesi terzi e hub extra-europei
Il nuovo Patto prevede anche altre novità. Si diffonde sulle procedure alle frontiere esterne dell’Ue per l’esame delle richieste di asilo di migranti provenienti da Paesi con una bassa percentuale di accoglienza attesa e Paesi di origine sicura di un elenco compilato dall’Ue (India, Bangladesh, Egitto, Tunisia, Marocco, Kosovo, Colombia), ovvero che rappresentino un rischio per la sicurezza. Amplia la nozione di “Paese terzo sicuro”, con possibilità di respingere o considerare inammissibile una domanda di asilo, se il richiedente ha transitato in o ha un collegamento con un Paese in cui avrebbe potuto egualmente ottenere protezione.
In più, cosa cara all’Italia del governo di Giorgia Meloni dopo il progetto-pilota Albania, apre ufficialmente alla possibilità di esternalizzare le procedure fuori dai confini comunitari, tramite intese europee o bilaterali. Il contenuto del Patto è stato in parte già recepito in Italia col Decreto-Legge n. 100/2026, recante disposizioni in materia di giustizia (obblighi di residenza in un luogo specifico, fermo amministrativo per accertamenti, potenziamento dell’amministrazione giudiziaria dedicata).
Polemiche e dintorni
Dove s’innesta la polemica politica? Volendolo, come effettivamente si vuole, su tutto. E cioè: mentre il Governo vanta il nuovo Patto come un proprio successo, in quanto vi vede accolte diverse sue posizioni (Paesi terzi sicuri ed esternalizzazione dell’evasione delle richieste d’asilo, più gli obblighi di solidarietà), le opposizioni additano il mantenimento del principio della competenza del Paese di primo approdo come un fallimento di Meloni e della sua maggioranza.
Il destro per polemizzare è stato offerto a Elly Schlein, Giuseppe Conte e alleati dal fioccare di annunci di Paesi Ue (Germania, Austria, Finlandia, Svezia, Paesi Bassi, Irlanda) intenzionati a rimandare i dublinanti di nostra competenza in Italia. Il campo progressista nelle sue dichiarazioni ha correlato la ripresa della questione del primo approdo alla decisione del Governo italiano di reagire all’invasione marocchina su Ceuta con le restrizioni allo Spazio Schengen.
Le esigenze elettorali
La questione della sorte dei dublinanti è controversa. L’Italia lascia intendere di ritenere archiviati i casi pregressi rispetto al nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, mentre non sta scritto da nessuna parte, pur essendovi intese informali in tal senso con alcuni Paesi e, per converso, essendo difficile tornare sulle situazioni passate che nel frattempo si siano sedimentate altrove.
La sinistra nazionale, però, fa finta di non sapere quale sia il vero motivo per cui la questione si ripropone con forza in questo momento in diversi Paesi europei. Si tratta della coincidenza con numerosi appuntamenti elettorali e si sa che il fronteggiamento dell’immigrazione irregolare è un tema caldo usato contro i governi di ogni colore. A riprova: quelli progressisti sono attaccati da destra, quelli di destra da formazioni estremiste gemmate ancora più a destra, come Futuro Nazionale del generale Roberto Vannacci in Italia. Bisogna ammettere, comunque, che due Paesi con sicure scadenze politiche ravvicinate come Francia e Spagna per ora non si sono accodati agli altri nel domandarci di riprendere i dublinanti.
La pressione migratoria e…
Il problema, secondo noi, è un altro. La pressione migratoria è un tutt’uno con la questione demografica e il declino della centralità europea nel mondo: questo non è che sia un bene, ma è in larga misura ineluttabile. Quello che non si riesce a comprendere è come sia possibile interpretare questa pressione, da parte di alcuni presso di noi, come qualcosa da favorire il più possibile, brandendo le armi del diritto oltreché della politica contro noi stessi. Proviamo a seguire un iter cronologico.
L’immigrazione irregolare? Esiste a stento come tale, perché vi sono il diritto a emigrare e l’obbligo di soccorso. Il rimpatrio? Se il Paese di provenienza lo rifiuta, non si può fare. I Paesi sicuri? Bisogna vedere caso per caso. L’esternalizzazione delle procedure? Meglio di no, chi può dare garanzie sul trattamento delle persone? I minori non accompagnati? Ne siamo responsabili noi. Le provvidenze pubbliche? Le persone vengono prima dei cittadini. L’asilo? Va riconosciuto a chi non gode dei diritti civili e politici italiani ed europei, vale a dire almeno potenzialmente a qualche miliardo di persone.
Gli Stati hanno ancora un futuro?
Tra la sospensione temporanea della libera circolazione prevista dall’accordo di Schengen nei confronti della Spagna (decisa del tutto legittimamente dal nostro Governo, così come innegabilmente con un occhio al consenso elettorale) e la riproposizione all’ordine del giorno del tema dei dublinanti da parte di altri Paesi non c’è alcun legame causale. In comune c’è solo un occhio di riguardo onde, a seconda dei casi, “coprirsi a destra” o “più a destra”.
Il problema vero è se lo Stato, con quello che dovrebbe significare e implicare (confini, appunto, e cittadinanza, sovranità, sicurezza, e così via), abbia ancora un futuro e, nel caso così non fosse, da cosa verrebbe sostituito. L’interrogativo incombe e tentare di eluderlo non paga: il crescente deficit di legittimazione di numerosi sistemi politici anche storicamente consolidati lo dimostra.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







