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Elezioni regionali in Puglia: il dolente Decaro e il campo largo della vecchia politica

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Antonio Decaro con Elly Schlein

Elezioni regionali in Puglia del prossimo autunno: Antonio Decaro, ex sindaco di Bari e fresco eurodeputato eletto all’Assemblea di Strasburgo l’anno scorso, ha sciolto la riserva e dato disponibilità a correre per il campo largo progressista. Decaro è una vecchia conoscenza non solo dei suoi entusiasti elettori del tacco dello Stivale e del Mezzogiorno, che lo hanno mandato a rappresentarli in Europa sulle ali di quasi mezzo milione di preferenze. Anche noi ci eravamo già occupati di lui giusto appena prima delle Europee del 2024, quando il Governo Meloni aveva ventilato la possibilità dello scioglimento (poi non deciso) del Comune di Bari per il rischio di infiltrazioni mafiose.

Come allora, quando, tirato in ballo goffamente dal suo pigmalione Michele Emiliano, Decaro non trovò di meglio che commuoversi sino alle lacrime e la cosa finì lì, anche ora il prodigioso esponente politico pugliese accetta “in croce” la candidatura in Regione come fece san Pio X col Papato. Solo che, più che una via dolorosa o l’ascesa verso un sacro monte, l’itinerario compiuto da Decaro prima di accettare la richiesta di Elly Schlein e compagni somiglia ad una commedia in tre atti. E allora ripercorriamoli.

Atto I: commozione barese e trionfo europeo

È facile da ricapitolare, il primo atto: basta tornare al nostro pezzo di un anno e mezzo fa. Decaro aveva pianto pubblicamente dicendo che il centrodestra, ipotizzando lo scioglimento della municipalità da lui guidata, cercava d’infangare il buongoverno barese per tornaconto elettorale locale e generale. C’erano però due cose che non tornavano nella sua auto-apologia. La prima era che la crescete pressione criminale sulle istituzioni cittadine l’allora sindaco l’ammetteva esplicitamente, sia pure protestandosene vittima. La seconda cosa che non quadrava era che l’unico ad avere accennato a qualche suo rapporto opaco era stato proprio Emiliano, il presidente uscente della Regione e suo mentore politico. 

Tutto è bene quel che finisce bene, comunque. Il Comune non è stato sciolto, Decaro è risultato recordman di preferenze nazionali alle Europee secondo solo alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al generale leghista Roberto Vannacci, mentre a palazzo Città gli è succeduto il suo vice Vito Leccese. Dolente e vincente, Antonio Decaro è andato a Strasburgo per un mandato quinquennale a cui il suo partito, il Pd, dovrebbe annettere la massima importanza, visto che Largo del Nazareno è il bastione nazionale dell’europeismo indiscusso. Invece… sipario.

Atto II: ritorno da Strasburgo dopo un anno su 5

Comincia il secondo atto. Decaro, dopo poco più di un anno dei cinque che avrebbe dovuto passare in Europa, viene in predicato come candidato del Pd e del campo largo progressista per succedere a Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia impossibilitato al terzo mandato. D’accordo che della modifica al limite dei due mandati si è discusso a lungo e trasversalmente agli schieramenti, ma è credibile che il passaggio di Decaro dal Comune alla Regione, in quanto uomo forte del partito non solo in Puglia ma in tutto il Sud, non fosse stato in qualche modo preventivato? E che, dunque, domandando il consenso degli elettori per portare la voce del meridione d’Italia in Europa e fare eco nel Paese alle ragioni dell’europeismo più convinto, l’ex sindaco di Bari non s’immaginasse che l’avrebbe fatto (almeno potenzialmente) per poco tempo?

Siamo intellettualmente onesti. Siccome molte volte ci siamo detti che quello di Strasburgo non è un Parlamento perché l’Ue non è uno Stato, è chiaro che non c’è confronto tra un incarico immediatamente amministrativo qual è la presidenza di una Regione e un incarico meramente rappresentativo qual è l’appartenenza all’Assemblea europea. L’importante sarebbe escludere qualsiasi forma di ipocrisia, cioè, fuori dai denti, non dire che non si preferisce Bari a Bruxelles e si farebbe di tutto pur di non accettare. Invece… ancora sipario.

Atto III: un’esclusione su due dei predecessori e…

Eccoci al terzo atto. È quello andato in scena nelle ultime settimane. Decaro dà subito una disponibilità di principio a tornare in patria e nella terra natale, ma precisa di avere una condizione irrinunciabile da porre. Non vuole nelle liste, cioè suffragati da consensi popolari, gli ultimi due presidenti della Puglia, l’uscente e collega Pd Emiliano e Nichi Vendola di Alleanza Verdi Sinistra (Avs). Curioso. Non solo perché, come hanno sempre detto i due leader di Avs Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, ciascuno si fa le proprie liste e sono irricevibili diktat provenienti da esponenti di forze diverse. È strano anche perché Decaro, nell’ottica dell’accettazione della candidatura del campo largo caro ad Elly Schlein, non avrebbe certo potuto essere il responsabile di una bega coalizionale addirittura prima del voto.

Il nostro, però, è fatto così. Vorrebbe e non vorrebbe. Sarebbe disponibile “solo se” e non a prescindere. Alla fine accetta, ma sacrificandosi per carità. E lasciando intendere quanto gli è costato avere spuntato solo l’esclusione di Emiliano e non anche quella di Vendola. Infine, con immancabile commozione confessa che ci sta anche per una promessa fatta ad un amico che non c’è più e qui il pathos raggiunge il culmine. Inutile dire che si sprecano le congetture dei commentatori.

Schlein ha incastrato Decaro, facendolo fuori (quale che sia l’esito del voto pugliese di novembre) come possibile concorrente per la segreteria Pd? Emiliano accetterà di essere l’unico sacrificato e, nel caso, verrà ricompensato con un seggio in Parlamento? Ad ogni modo, ricapitoliamo a beneficio dei lettori. Decaro si fa eleggere a Strasburgo e dopo solo un anno è pronto a salutare l’Europa per tornare in Puglia. Emiliano è un magistrato in aspettativa da 10 anni che intende proseguire in politica, ma mantenendo sempre la possibilità di tornare ad amministrare la giustizia qualora in politica non gli riesca più di dare le carte.

Vecchi stili che non cambiano mai

Concludiamo istituendo un parallelo storico con un gigante pugliese della politica del passato, Aldo Moro. Segretario della Dc quando il partito chiese ad un proprio esponente non di primissimo piano, Fernando Tambroni, di presiedere nel 1960 un Governo di scopo con i voti dei fascisti del Msi, dopo le proteste e i morti nelle manifestazioni di piazza contro quell’esperimento, disconobbe lo stesso Tambroni. Meno di tre anni dopo, in vista delle elezioni del 1963, incontrò riservatamente l’impresentabile ex presidente del Consiglio e gli disse che la Dc non lo avrebbe più ricandidato. Curioso anche allora, perché certamente Tambroni non era stato l’ideatore di quella formula politica e, richiesto, si era solo prestato a metterci la faccia. Sicuramente, però, dei due il più mortificato era Moro che, dolente, dopo averlo mandato avanti lo mise in disparte.

Sono passati più di 60 anni e dalla Puglia spirano ancora dolenza e riluttante disponibilità al governo. Non discutiamo le qualità di amministratore di Antonio Decaro, ci mancherebbe. Solo, per carità davvero, non parliamo di nuovi progetti politici.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

1 commento

  1. La vicenda Tambroni e’molto interessante e merita una chiosa a parte di queste vicende attuali indicative delle miserie della politica italiana. Io all’epoca avevo 6 anni per cui, per informarmi adeguatamente ho letto il libro di Franzinelli dedicato al personaggio. Uno ambizioso fino all’eccesso, desideroso di scalare la DC dopo che, nel ventennio, si era appartato essendosi comunque iscritto al fascio senza poi partecipare alla Resistenza. Cosa rimane di tutta quella storia? Che gli americani videro con favore un governo monocolore con l’ appoggio dei neofascisti. Fu suppergiù da lì che nacquero le schedature del Sifar di De Lorenzo ai danni dei politici socialisti e comunisti. Moro? Con il suo primo governo di centrosinistra dovette arrabattarsi a convincere i socialisti a rientrare nei ranghi come desiderato dalla Cia. Il governo di unità nazionale con i comunisti del 78, di cui fu l’artefice, decreto’ invece la fine della sua esistenza.

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