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Erdogan: dalla Siria alla crisi finanziaria, l’estate rovente del sultano turco

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Erdogan: il sultano sotto assedio. Non è bastato, al presidente turco, aver superato brillantemente l’uno-due del referendum costituzionale dell’anno scorso e delle presidenziali di quest’anno. Nonché, naturalmente, il tentativo di colpo di stato nel 2016. È senz’altro vero, come dicevano Talleyrand e Andreotti, che il potere logora chi non ce l’ha. È vero però anche il contrario.

Le spine del sultano

La guerra in Siria non è ancora conclusa. Ma un conflitto come questo, insieme civile e internazionale, non finisce una volta dichiarato formalmente il cessate-il-fuoco. La Turchia c’è invischiata pienamente. Contenere i Curdi, obiettivo iniziale dell’intervento, non è che una parte del problema. Perché Erdogan potrebbe anche rivendicare un cambiamento dei confini, ampliando quelli del proprio Paese. Del resto, non sarebbe il primo leader a tentare di alimentare con l’orgoglio nazionalista un consenso interno altrimenti difficile da mantenere.

L’economia, infatti, non va bene. La lira turca è in picchiata sui mercati. La svalutazione sul dollaro, complici i dazi di Donald Trump, rischia di mandare in default le banche del Paese. L’inflazione sembra inarrestabile. E l’accentramento di tutti poteri nel Presidente e nel suo clan, a scapito anche di una certa indipendenza delle autorità monetarie, mina la fiducia degli investitori.

Erdogan, Nato e Siria

La politica estera turca è dominata dalla questione siriana. Non si possono trascurare, però, i rapporti sempre più tesi con Washington e la Nato (di cui Ankara fa parte dal 1952) e con l’Unione europea. Il sultano si allontana da Bruxelles. E rinsalda i legami con Mosca e Teheran. Con loro ha già in programma un summit nella prima decade di settembre. Proprio le forniture militari russe alla Turchia, con il rischio che trapelino segreti della difesa, fanno mettere in dubbio la permanenza di Ankara nell’Alleanza atlantica.

Per comprendere il paradosso turco in Siria, bisogna considerare che Erdogan, insieme agli Usa, è il grande sconfitto della guerra civile. Scopo di quest’ultima, fomentata dall’esterno non meno che dall’interno, era rovesciare Bashar al-Assad. L’intervento russo a favore del ràis di Damasco e la necessità di fermare i tagliagole dell’Isis hanno frustrato questo scopo. Ora che la riconquista governativa della parte meridionale della Siria si è conclusa, restano problemi a nord-ovest.

Vicino ai confini meridionali del sultano, attorno alla sacca ribelle di Idlib, serrano i ranghi gli uomini di Assad e quelli dell’esercito arabo-curdo (Sdf, Syrian democratic forces). Questi ultimi, sottratto il nord-est all’Isis e delusi dalle indecisioni americane, sono pronti ad affrontare le milizie jihadiste anche a ovest. Dei guerriglieri islamisti Erdogan si serve per evacuare a forza le minoranze (curde, cristiane, yazidi) che ostacolano i suoi propositi pan-turchi.

La trattativa con Assad

Ankara gioca qui una partita delicata. Erdogan si è opposto sinora alle rivendicazioni siriane su Idlib. Adesso potrebbe accettare di dare via libera alla sua riconquista governativa, in cambio di concessioni territoriali di Damasco nei cantoni dell’estremo nord. In pratica, per annettersi quella parte di Siria (il cantone di Afrin) in cui ha già sconfinato la scorsa primavera con l’operazione “Ramoscello d’ulivo”. Magari camuffando l’annessione con un facile referendum di autodeterminazione turcofona, sotto la benevola supervisione russa. Bisognerà vedere se l’azzardo pagherà, ma certo mai, dalla Seconda guerra mondiale, l’influenza statunitense nell’area è sembrata così poco rilevante. Approfittare del vuoto, con l’appoggio di Vladimir Putin, sarebbe una parziale rivincita di Erdogan per lo smacco patito con la permanenza di Assad.

I rovesci economici e finanziari

L’economia, se possibile, è un nervo ancora più scoperto nella Turchia odierna. Tutto si tiene e così le tensioni politiche internazionali si ripercuotono sui mercati. Le scaramucce diplomatiche con gli Usa sulla mancata estradizione dell’arcinemico di Erdogan, Fethullah Gülen e sull’arresto del pastore evangelico americano Andrew Brunson non giovano ad Ankara. Il fallo di reazione di Trump per la mancata liberazione dello statunitense (i soliti dazi sulle esportazioni, 20% sull’alluminio e 50% sull’acciaio) è piombo nelle ali della lira turca.

In realtà, però, la crisi valutaria ed economico-finanziaria era già in atto. Tutti gli analisti sono concordi nell’additarne la causa principale nella perdita di fiducia degli investitori esteri nel regime del sultano. I bassi tassi che hanno fatto da volano alla crescita hanno prodotto inflazione e prostrato la moneta. Il debito estero turco, per lo più in dollari, è sempre più oneroso da ripagare. E il deficit della bilancia commerciale non ha ancora invertito la rotta, nonostante la massiccia svalutazione della divisa. Il familismo del sultano, che si è sbarazzato di collaboratori internazionalmente accreditati per fare ministro dell’Economia suo genero Berat Albayrak, peggiora le cose.

Erdogan: fidarsi di chi?

Come reagirà il sultano agli ultimi rovesci economici interni e alle pressioni internazionali non è facilmente prevedibile. Ma Recep Tayyip Erdogan ha buone carte da giocare, soprattutto con l’Europa, attraverso la minaccia di non trattenere 3 milioni di profughi. Deve anche considerare, però, di essere probabilmente il peggior nemico di se stesso. Per il capo di una democrazia non liberale, infatti, il pericolo maggiore è non sapere più di chi fidarsi.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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