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Ergastolo: quanti dubbi sulla sentenza europea contro l’Italia

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Ergastolo: la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo bacchetta ancora una volta l’Italia. Con una sentenza destinata a “fare storia” ha condannato lo Stato italiano a rimuovere la normativa dell’ergastolo ostativo, previsto dall’articolo 22 del Codice penale.

Ergastolo normale ed ostativo

Di cosa si tratta? L’ergastolo, il famoso “fine pena mai”, prevede appunto che il condannato non esca dal carcere per tutta la vita. Ma nella maggioranza dei casi non è così. Dopo i primi 26 anni di reclusione, il detenuto che ha tenuto buona condotta, ha collaborato con la Giustizia, magari fornendo informazioni utili e ha dimostrato il ravvedimento, può essere ammesso a tutta una serie di benefici, tra cui il lavoro esterno e i permessi premio.

Questo vale pure per i condannati al più grave “ergastolo ostativo” che, in teoria, possono anche loro usufruire di una serie di vantaggi; ma sempre in cambio di queste tre condizioni: buona condotta in carcere, collaborazione e ravvedimento.

Cos’è il ravvedimento?

Durante la carcerazione i detenuti, tutti i detenuti, hanno periodici incontri con educatori specializzati, psicologi e psichiatri; questi esperti monitorano i loro “progressi”, sempre che ci siano. Dunque, quando si parla di “ravvedimento” non è sufficiente che il detenuto “prometta” di non commettere più reati; è necessario che compia con le strutture del carcere un percorso che consenta non a lui, ma agli esperti di affermare che il detenuto si è allontanato anche moralmente dal percorso vizioso nel quale era caduto. E dimostri chiari segni di mutamento dei propri valori.

Chi scrive ricorda il caso di un uxoricida che lamentava di non poter accedere ad alcun beneficio. Gli educatori riferivano che il primo passo verso il ravvedimento era rappresentato dal riconoscimento dell’aver commesso il delitto per il quale era stato condannato. E l’uxoricida continuava a ripetere che si era trattato di un clamoroso errore giudiziario e che lui non aveva ucciso la moglie. Così, fino a quando non ha cambiato opinione, per lui le porte del carcere sono rimaste chiuse.

Ergastolo e Costituzione

La nostra Costituzione prevede espressamente all’articolo 27, terzo comma: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.  Non vi è chi non veda che l’ergastolo è ontologicamente in contraddizione con l’intento rieducativo: cosa si può e si deve rieducare con una “fine pena mai”?

E infatti, ad esclusione dell’ergastolo, tutto il resto della legislazione penitenziaria italiana è improntata alla premialità. Ricordiamo solo questo dettaglio: ogni sei mesi trascorsi in carcere o anche solo agli arresti domiciliari, purché trascorsi senza creare risse in carcere o senza mancare una volta ai controlli dei carabinieri se ai domiciliari, il detenuto può richiedere lo sconto di 45 giorni della pena: tre mesi all’anno.

La pronuncia della Cedu

Ma nel caso che ha interessato la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) il discorso è leggermente differente: il detenuto Marcello Viola, condannato all’ergastolo per associazione mafiosa, pur avendo tenuto un comportamento carcerario ineccepibile, non ha fornito nessuna collaborazione con gli inquirenti per aiutarli a “smontare” la macchina mafiosa. E questo è stato ritenuto sufficiente ai vari tribunali di sorveglianza per negare al detenuto qualunque percorso riabilitativo. La Cedu afferma che tale atteggiamento vìola i principi della dignità umana previsti dall’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che vieta i trattamenti e le punizioni inumane e degradanti.

Il contrasto alla mafia

In astratto si può essere d’accordo con le alate parole di Strasburgo. Peccato che Strasburgo, la Francia, la Germania e i “felici” Paesi del Nord Europa che forniscono la maggioranza dei giudici alla Cedu non conoscano mafia, camorra e ‘ndrangheta, che la fanno da padrone non solo nella maggioranza del nostro Meridione ma che, come recenti inchieste e sentenze stanno dimostrando, si allignano anche nell’una volta florido Nord.

Osserva la Corte che forse Viola non collabora per non mettere in pericolo i suoi famigliari; e che tale mancata collaborazione, da sola, non può comportare una pena così degradante come l’ergastolo ostativo. Ma siano sicuri che seguire questa impostazione – accolta dalle associazioni radicali come Nessuno tocchi Caino come una svolta storica – non porterà alla fine più danno che vantaggio?

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