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Ergastolo: giusto abolire il “fine pena mai”, come deciso dalla Corte Costituzionale?

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Andiamo verso la fine dell’ergastolo ostativo? Secondo il comunicato della Corte Costituzionale della scorsa settimana sembra proprio di sì. Ma non si tratta di un argomento per legulei. È un tema, chi più chi meno, che ci interpella tutti. Perché è anche uno di quegli argomenti che ci avevano appassionato per esempio un paio di anni fa quando, scortato dai ministri Di Maio e Salvini, rientrava in Italia dal Brasile con le manette ai polsi Cesare Battisti.

Cos’è l’ergastolo? E quello ostativo? Si tratta di quel particolare tipo di regime detentivo previsto dall’articolo 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario: esclude dall’applicabilità dei benefici penitenziari gli autori di taluni reati particolarmente gravi elencati al comma 1 della medesima disposizione, quando il soggetto condannato non collabori con la giustizia o tale collaborazione sia impossibile o irrilevante.

Volete una traduzione? Qualunque condannato definitivo, cioè la cui sentenza sia diventata irrevocabile perché arrivata fino in Cassazione o perché il condannato non l’ha impugnata, sa che ogni sei mesi di buona condotta comportano 45 giorni di sconto della pena (sì, tre mesi ogni anno, si chiama liberazione anticipata); e sa che trascorsa metà pena – sempre con buona condotta – potrà cominciare ad usufruire di permessi premio, di lavori all’esterno e anche, se è stato molto bravo, di vedersi trasformare la pena in arresti domiciliari o anche in affidamento in prova ai servizi sociali. Insomma, qualunque condannato sa che tra la pena che gli è stata comminata e quella che sconterà davvero bisogna calcolare meno della metà.

E chi ha avuto una condanna all’ergastolo? Si considera come se avesse avuto la pena più alta, 30 anni. Può usufruire di permessi premio per visitare i famigliari, può essere ammesso alla semilibertà (lavora di giorno, torna a dormire in carcere); insomma, anche con l’ergastolo, dopo i primi 15 anni (che non sono comunque pochi), si può pensare di “rifarsi una vita”.

Con l’ergastolo ostativo questo invece non è possibile. Questo è davvero il “fine pena mai”, come si dice in gergo. Nessun beneficio, nessun permesso, nessuna deroga. Almeno, fino ad ora.

La parola della Consulta

La Corte Costituzionale, col comunicato del 15 aprile, ha detto a chiarissime lettere: l’ergastolo ostativo è contrario alle disposizioni e allo spirito della Carta. Non lo cancelliamo subito, ma diamo un anno di tempo al Parlamento per cambiare la legge. Se non lo farà, ci penseremo noi.

Non stracciamoci subito le vesti al grido di “morte ai buonisti radical chic” e proviamo a ragionare. L’articolo 27 della Costituzione, comma terzo, dice: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Lo stesso dice l’articolo 4 della Cedu (Convenzione europea dei diritti dell’uomo).

Allora: o riformiamo la Costituzione e trasformiamo la pena in vendetta – tutto è possibile, basta avere i numeri per farlo – oppure dobbiamo adeguare tutte le norme esistenti allo spirito e al dettato costituzionale. La Corte è lì proprio per quello. E tutti siamo d’accordo che chiudere una persona in carcere per tutta la vita, foss’anche Totò Riina o Totuccio Contorno, buttando la chiave, non mira certamente “alla rieducazione del condannato”.

Rieducare il peggiore

Come si possa rieducare un Totò Riina resta un quesito interessante. Il “capo dei capi” di cosa nostra era stato arrestato nel 1993 ed è morto nel 2017, a 87 anni, dopo 24 anni trascorsi in regime del 41 bis, detto “carcere duro”. Certamente, come tutti gli altri detenuti, in quel periodo era stato visitato più volte l’anno da alcuni psicologi, psichiatri ed educatori che avevano saggiato il suo eventuale pentimento. Ognuno di questi colloqui periodici è seguito da un rapporto che viene esaminato dai magistrati di sorveglianza.

Difficile barare, perché chi ti esamina è un esperto del mestiere. Il primo passo è dar prova del ravvedimento, ovvero pentirsi di ciò che si è commesso. Il secondo è collaborare perché ciò non si possa ripetere: fare i nomi degli affiliati significa anche rischiare che i criminali ancora a piede libero compiano vendette trasversali nei confronti della tua famiglia; ma d’altra parte significa tracciare una riga tra la propria vita precedente e la vita successiva, fuori dal carcere.

Ergastolo e civiltà giuridica

Se, come immaginiamo, la politica o più facilmente la Consulta cancelleranno l’ergastolo ostativo faremo un passo avanti nel campo della civiltà giuridica. Non sarà un fuggi fuggi generale (com’è avvenuto l’anno scorso col vergognoso comportamento del ministero di via Arenula agli inizi della pandemia), perché gli eventuali benefici saranno guadagnati a caro prezzo e dopo sforzi effettivi e dimostrabili.

Gli errori ci saranno sempre: quanti casi conosciamo di detenuti che al primo permesso premio hanno sterminato la loro famiglia o si sono messi a rapinare distributori di benzina? Ma l’errore non può cancellare il principio che la detenzione dev’essere rieducativa. E di che rieducazione si può mai parlare di fronte ad un “fine pena mai”?

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Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Collabora con le riviste L'Urtiga e Panoramamusei.

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