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Ex Ilva di Taranto: qualche idea per cambiare le cose e rilanciare il Sud

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Ex Ilva: lo scontro in corso sull’acciaieria più grande d’Europa, è arrivato alla fase più critica. E sembra che nessuno, come ha ammesso lo stesso premier abbia la soluzione in tasca. Si troverà un accordo con ArcelorMittal per reintrodurre lo scudo penale e per ridurre le maestranze, i due temi che in sostanza sembra siano sul tavolo per convincere la multinazionale a restare a Taranto?

Naturalmente non sappiamo come andrà a finire. Ma è questa la domanda giusta? O sull’ex Ilva bisognerebbe avere il coraggio di cominciare a domandarsi qualcosa di diverso, innovativo e magari visionario? Perché, sempre come ha detto Giuseppe Conte, è inaccettabile che ci sia una frattura tra diritto al lavoro e diritto alla salute. Ma purtroppo quello che è successo a Taranto in tanti anni di storia industriale è lì a dimostrare che questa frattura esiste da molto tempo. E rischia di essere esiziale per entrambi questi diritti con conseguenze irreparabili.

E allora? Forse, dicevamo, serve più coraggio. Il coraggio di dire che questo modello produttivo non funziona più, con una crisi che oltretutto ha messo in ginocchio molti se non tutti i produttori di acciaio su scala mondiale. E oltre a chiedersi se per il futuro del Paese è così essenziale avere una produzione di acciaio tanto cospicua, serve soprattutto domandarsi se è giusto continuare a produrlo in città, al di là delle dimensioni del polo siderurgico di domani e delle sue emissioni in atmosfera, perché la salute delle persone viene prima di tutto il resto.

No tax area

Sicuri che all’ex Ilva non ci siano alternative? Perché non provare a immaginare un modello diverso? C’è chi per esempio ha proposto che Taranto diventi una “no tax area” per almeno 60 anni. Con l’aiuto di Bruxelles e dei fondi europei si potrebbe bonificare e riconvertire l’enorme superficie dell’impianto in qualcosa di nuovo, utilizzando i diecimila operai dell’acciaieria che non perderebbero il lavoro. Nel giro di pochi anni si potrebbe fondare un distretto, e non solo per piccole e medie imprese, magari votato alla green economy, capace di dare occupazione pulita sotto il profilo ambientale e quindi della salute di chi ci lavora e di chi vive nei suoi dintorni.

Fuori dalla solita logica dell’emergenza, che in politica giustifica sempre tutto, sarebbe un tentativo almeno da provare a mettere sulla carta. Da studiare con i fior di università che abbiamo in Italia. E da discutere comunque alla svelta con la Ue, nel governo, in Parlamento, in Regione e in Comune. Coinvolgendo le aziende della green economy più performanti del mercato. E soprattutto lavorando su questi temi con chi a Taranto ci vive.

Dalla crisi dell’ex Ilva potrebbero nascere così nuove opportunità. Un modello di sviluppo totalmente carbon free o che almeno ne limiti l’impatto, spostando l’acciaieria in luoghi più consoni a questa produzione e con emissioni ridotte davvero al minimo. Un modello che guarderebbe al domani, facendosi carico anche dei problemi della crisi climatica che si fa sempre più pesante per tutti.

Silver economy

E sarebbe un modello da esportare nel resto del Sud. Un territorio che offre grandi possibilità non solo nel campo delle fonti rinnovabili, ma per esempio anche in un altro settore dalla crescita esponenziale: quello della cosiddetta silver economy, legata all’accoglienza di lunga durata di chi vive la terza età in condizioni agiate. Pensionati d’oro che si possono permettere di spendere fior di quattrini nella permanenza in luoghi con servizi di qualità e un ambiente affascinante sotto il profilo culturale e naturalistico. Due aspetti del nostro Mezzogiorno che in giro per il mondo non hanno eguali.

Insomma, dalle infrastrutture ai servizi, sarebbe un modo per progettare un Sud diverso, sfruttando tutte le sue potenzialità e a vantaggio di tutto il Paese. Ma è una sfida difficile, soprattutto perché una volta tanto guarda alle prossime generazioni, che resterebbero qui invece di andare all’estero, e non alle prossime elezioni.

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