Ex terroristi italiani latitanti in Francia: la Corte di Cassazione di Parigi mette una pietra tombale sulla possibilità della loro estradizione nel nostro Paese. Si tratta di dieci connazionali – Roberta Cappelli; Marina Petrella; Giorgio Pietrostefani; Enzo Calvitti; Narciso Manenti; Maurizio Di Marzio; Giovanni Alimonti; Sergio Tornaghi; Raffaele Ventura; Luigi Bergamin – esponenti negli anni ’70 di sigle tristemente famose: Brigate Rosse, Guerriglia proletaria, Proletari armati per il comunismo, Formazioni comuniste combattenti.
L’unico dei dieci non appartenente ad un’organizzazione terrorista, Pietrostefani di Lotta Continua, è però uno dei riconosciuti mandanti (insieme ad Adriano Sofri) dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi, avvenuto nel 1972. I dieci furono arrestati nel 2021, ma già nel giugno dell’anno scorso la Corte d’Appello parigina si era espressa negativamente sulla loro consegna alle autorità italiane. La decisione di ieri era dunque attesa, dal momento che ben difficilmente il supremo consesso d’Oltralpe avrebbe ridiscusso nel merito la questione.
Prima di vedere qual è il retroterra storico e culturale sia degli «anni di piombo» in cui maturarono i crimini di cui si sono rese responsabili le dieci persone riparate in Francia, sia della cosiddetta «dottrina Mitterrand» che ne ha consentito la sottrazione alla giustizia italiana, è il caso di passare in rassegna alcuni delitti per i quali costoro sono stati condannati. Se dovesse ignorarli, chi legge potrà farsi un’idea di ciò di cui stiamo parlando.
Una lunga scia di sangue
Detto di Calabresi, si va dall’omicidio del generale Enrico Galvaligi (stretto collaboratore del generale Dalla Chiesa) sul pianerottolo di casa davanti agli occhi della moglie, a quello del poliziotto Michele Granato, freddato per strada scostandone la fidanzata, che voleva fargli scudo. Dal sequestro del giudice Giovanni D’Urso (poi rilasciato), all’assassinio del manager Renato Briano, ucciso, in mezzo agli altri pendolari, sul vagone della metropolitana di Milano, con cui si recava al lavoro alla Ercole Marelli di Sesto San Giovanni. Passando per un delitto a vittima non premeditata, l’appuntato Giuseppe Gurrieri, che tentò di opporsi al sequestro di un medico e venne ucciso, al culmine di una colluttazione, sotto gli occhi del figlio dodicenne. E altri reati, non propriamente lievi, legati al terrorismo: associazione sovversiva, banda armata, rapine a scopo di auto-finanziamento, e così via.
Il ruolo rivestito dalle dieci persone, in queste ed altre penosissime vicende, fu vario, dal punto di vista della responsabilità penale rispettiva. In comune, esse hanno tutte il fatto di avere riportato condanne definitive da parte della magistratura italiana.
Gli anni di piombo
Cosa siano stati gli anni di piombo, lo sappiamo un po’ tutti: anche i più giovani, che non li hanno vissuti o ne serbano solo uno pallido ricordo. I giovanissimi, poi, dovrebbero sentirne parlare nelle scuole, dove i loro buoni insegnanti sono costantemente impegnati a condurli su piste interdisciplinari di educazione civica. Mai termine, peraltro, viene impiegato più a proposito di quest’ultimo, giacché la strategia terroristica della tensione e della sovversione assunse effettivamente i tratti della sfida civica e culturale, prima ancora che di ordine pubblico e para-militare.
Fu sul terreno del rifiuto dell’ideologia liberticida e della violenza politica che il terrorismo venne sconfitto. Il merito va equamente diviso tra forze politiche, sindacali, datoriali, professionali. Senza dimenticare il tributo di sangue pagato da tanti comuni cittadini, specie lavoratori e, tra loro, non pochi giornalisti. E, soprattutto, da tanti servitori dello Stato di diritto e democratico: magistrati, agenti dell’ordine, militari ed esponenti delle istituzioni rappresentative.
La dottrina Mitterrand
Venendo alla «dottrina Mitterrand», si tratta della a dir poco controversa politica dell’asilo concesso e dell’estradizione mancata degli ex terroristi italiani, condotta dal presidente della Repubblica Francese in carica tra il 1981 e il 1995. Le Florentin (l’epiteto con cui veniva chiamato era tutto un programma, in tutti i sensi) la esplicitò pubblicamente in poche occasioni, alla metà degli anni ’80. Si ricordano un discorso a Rennes e un altro a Parigi, nel 1985. Il nucleo di quella dottrina ruotava attorno a due poli, che avrebbero dovuto legittimare la protezione di “galantuomini” e “gentildonne”; da una parte, l’abbandono di qualsiasi attività terroristica precedente; dall’altra, l’esclusione della precedente commissione, da parte dei latitanti, di crimini di sangue. Come sia stata applicata quella dottrina, alla luce di quanto si è detto, giudichino i lettori.
Ciò che più contava della politica di François Mitterrand in questo campo, però, non venne mai esplicitato direttamente da lui, benché fosse stato ampiamente tematizzato da artisti impegnati, intellettuali della rive gauche e maître à penser vari. Si trattava – a parte, ovviamente, la marca di sinistra del terrorismo condonato – del mancato riconoscimento, da parte della Repubblica Francese, della legittimità della legislazione e della giustizia italiane. Si riteneva che contro i terroristi fossero state approvate ed applicate norme draconiane, lesive dei diritti dell’uomo: ci si riferiva, in particolare, ai processi in contumacia e alla carcerazione preventiva dilatata in termini di possibilità e durata.
Argomenti che, se non si trattasse, a monte, di vittime quasi sempre barbaramente uccise a freddo, indirizzerebbero il pendolo delle reazioni verso il sarcasmo. La «dottrina Mitterrand» ricevette due smentite sotto la presidenza di Jacques Chirac (la più famosa fu quella che spinse al trasferimento della latitanza in Brasile il famoso Cesare Battisti), ma è dura a morire. La Cassazione francese, si spera, ne ha vergato le ultime, indegne parole («rispetto della vita privata» dei pregiudicati, impossibilità in Italia di un «processo equo»), confermando quelle della Chambre de l’instruction del 2022.
Sciovinismo malcelato
Ricordate che, citando il soprannome di Fiorentino per Mitterrand, abbiamo detto che questo era già tutto dire, dal punto di vista francese? Con quest’espressione, i cugini d’Oltralpe attribuivano al machiavellismo d’importazione italiana (i Medici, il Mazzarino) i tratti meno nobili non solo del loro uomo politico, ma anche del loro carattere nazionale: quelli, diciamolo, apertamente sciovinisti. La pretesa di vantare la primogenitura e detenere l’ultima parola sui diritti dell’uomo, in nome della pur fondamentale Dichiarazione del 1789, li mette talvolta nell’assurda posizione di quanti vorrebbero insegnare al mondo come ci si sta.
La politica, lo sappiamo bene (nostro malgrado), ha le sue coloriture e, probabilmente, anche la sinistra francese non riproporrebbe oggi certi incubi ideologici del secolo scorso. La magistratura rivendica ovunque, in Occidente, autonomia dalla politica, per cui anche le prese di posizione di Emmanuel Macron e del suo Guardasigilli Eric Dupond-Moretti non avranno fatto presa.
Il punto non è una giustizia che, in modo impossibile, dovrebbe arrivare 40 e passa anni dopo. Come ha detto Mario Calabresi, il punto è l’ipocrisia insita nel dire che mettere donne e uomini davanti alle loro responsabilità estreme del passato sarebbe sproporzionato. Di sproporzionato, ci sembra che in questa vicenda vi sia solo la sfrontatezza manifestata, a vari livelli, dall’interno di un Paese che, come il nostro, è tra i fondatori dell’Europa che si vorrebbe unita.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







