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La fede ai tempi della pandemia, un farmaco contro la paura

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La fede religiosa e la pandemia di Coronavirus: una prova non da poco per uno dei sentimenti più intimi e cari a tante persone. L’autentico flagello che sta imperversando ormai ovunque nel mondo provoca una vastità di reazioni emotive negative. Paura, panico, isteria, rabbia, frustrazione e depressione non ne rappresentano un’esemplificazione esaustiva, ma sicuramente efficace.

Poi, però, ci sono anche i sentimenti positivi, base indispensabile per reagire alle avversità facendo fronte all’emergenza che si prolunga. Ne danno prova anzitutto i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari e tutti i volontari impegnati in prima linea. Tra queste ragioni per lottare e sperare alberga certamente, nella mente di tanti (anche dei malati e dei loro familiari), la fede religiosa. Certo, c’è chi non ne ha nessuna e c’è chi ne professa di numericamente minoritarie nel nostro Paese. Qui, per tentare qualche riflessione a questo riguardo, terremo a mente essenzialmente la fede cristiana.  

La fede non è un’abitudine

Anzitutto, è il caso di domandarsi perché riesca naturale avvertire l’urgenza della fede in momenti come questi, di pericolo diffuso e grande timore. La risposta secondo cui così avverrebbe perché in tal modo si è sempre fatto non convince. Nel senso che sappiamo di vivere da tempo in società radicalmente secolarizzate, nelle quali alla religione non è più riservata cittadinanza formale in ambito pubblico. Potrà ben avvenire che il singolo in circostanze di timore ricorra al sacro per abitudine, ma questa non è che una spiegazione parziale del fenomeno.

In realtà, questo fatto ci dice che si può essere portati a pensare a Dio come a una questione post-mortem. Quando si può temere che la morte si avvicini, ecco che ci si appella a Dio. Questo significa che veniva prima considerato un estraneo, o addirittura una presenza abusiva nella vita quotidiana e non? Può essere, ma ciò vorrebbe dire che la fede sottostante a quest’impostazione sarebbe assai debole. Il che non scandalizza nemmeno il Vangelo, quando dice che se gli uomini avessero un briciolo di fede smuoverebbero le montagne (Mt 17, 20). Stiamo dunque parlando di un atteggiamento possibilmente da correggere, da parte del credente. Tenendo però presente che la mancanza di Dio nella storia – evidenziata, per così dire, proprio dalla sua invisibilità – è anche condizione della libertà e della responsabilità dell’uomo.

L’esempio di Gesù

La mancanza di Dio creatore, consolatore e liberatore è poi colmata, in prospettiva cristiana, proprio dall’esperienza storica di Gesù Cristo. Il Figlio di Dio nato, morto e risorto è, per quanti credono in lui, la garanzia irrevocabile della buona disposizione del Padre verso gli uomini.

Niente, dice l’apostolo Paolo, potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù nostro Signore (Rm 8, 38-39). E dettaglia subito, tra ciò che non potrà dividerci, anche la morte. Il che significa che, per quanto non si possa evitare, la morte è avversaria del disegno di Dio sull’uomo e sul cosmo. È un passaggio oscuro verso la luce. Ma i cristiani non sono soli affrontandolo, perché Gesù li ha preceduti. E perché dopo averlo affrontato si è rivelato come vivo, anzi come il Vivente. È la Resurrezione, cioè la vita beata in Dio, l’ultima parola del Padre. Questo, però, non può esimere anche l’umanità credente dal provare, in misura variabile ma ineludibile, sconcerto e timore di fronte alla morte. La malattia è la via ordinaria della conclusione della vita. E quando in tanti muoiono rapidamente e lontano dai propri cari, come in questi giorni, la paura aumenta. Il credente cristiano ha però fiducia che la vita non gli sia tolta, ma trasformata.

La fede, il male e i limiti umani

La malattia, tanto più una pandemia, in chiave religiosa è pressoché sinonimo di male. E il male si trascina dietro l’interrogativo atroce: perché Dio lo permette? C’è una risposta naturalistica, che si attiene strettamente alla caducità del corpo in un tempo variabile, a seconda delle circostanze individuali, ambientali ed epocali. Ma, siccome la domanda interpella la fede, il punto è il rapporto con Dio.

Se mi fido di Dio, se lo amo più di qualsiasi altra persona e cosa, non dubiterò alla fine di lui. Non lo farò nemmeno di fronte al mio corpo che non risponde più come vorrei. Dio non è uno da mezze misure, né chi stabilisce un rapporto con lui può mantenere riserve. Deve affidarsi a lui completamente. Se c’è una cosa che la pandemia di Covid-19 ci sta ricordando drammaticamente è che non siamo onnipotenti. Che il progresso medico e tecnico-scientifico non è illimitato. Che il miracolo non sarebbe solo la guarigione dal morbo che infuria, ma anche la consapevolezza dei limiti delle nostre possibilità.

Pandemia: i cristiani senza Messa

Un’ultima riflessione non può che coinvolgere la sospensione dei momenti comunitari della fede. E, in ambito cristiano, anche della Messa domenicale, cioè dell’Eucaristia. È questo un sacrificio doloroso ed estremo, per la fede della Chiesa e di quanti ne fanno parte. Anche perché, senza pregiudizio della preghiera personale (possibile ancora anche nelle chiese, rimaste aperte), è bene sapere che la fede cristiana è essenzialmente comunitaria. E come i patriarchi del popolo d’Israele credevano una fede di popolo in senso etnico e culturale, così la Chiesa crede una fede di comunità in spirito estesa a tutta l’umanità. È poi vero in egual misura che è l’Eucaristia a fare la Chiesa, così come è la Chiesa a celebrare l’Eucaristia.

Oggi non avrebbe senso pensare di opporre alla malattia la fede e la sua pratica collettiva. Non è mai stato questo il senso. In passato, era la diffusa mancanza di cultura di base e religiosa a consentire l’equivoco. E alla comprensione dell’autentico significato dell’attitudine della fede di fronte alla malattia teneva luogo la presa sociale della Chiesa e del clero. Oggi tutte le condizioni sono mutate. La comunità religiosa assume spontaneamente le misure di contenimento che le autorità adottano per preservare la salute e l’incolumità pubbliche. È nient’altro che la declinazione, nell’emergenza, del principio di dare a Cesare e a Dio quello che è proprio di entrambi.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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