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Feste e regole anti-Covid: perché facciamo così fatica ad ubbidire?

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Il decreto Natale ha blindato le prossime Feste. Inutile discuterne ancora, perché ci sarà sempre chi si dirà d’accordo, chi dirà che il provvedimento è stato preso troppo tardi e chi dirà che è inutile. Osserviamo solo che i motivi per cui questi decreti fanno venire l’orticaria alla maggior parte di noi risalgono a molto, molto lontano. Fanno parte ormai del nostro Dna.

Conte in Tv

“Non più di due ospiti per Natale”, diceva Conte l’altra sera in tv. E anche senza volerlo, tutti in automatico a cercare subito la scappatoia. “Bene… allora andiamo io e la Carla da Marco, loro in famiglia sono in otto, ma siccome nessuno entra in casa a controllare, controllano solo chi si sposta e noi siamo in due…”. Il premier diceva, “si potrà uscire solo per andare in chiesa”; e noi, sempre in automatico: “Bravo, io allora vado alla Santissima Trinità che è all’altro capo della città”. E se anche ammettiamo che è dal febbraio del 1997 che non varchiamo il portone di una chiesa, facciamo spallucce: l’importante non è andare in chiesa, è fregare Conte e il suo decreto Natale.

Il nostro passato

Perché? Sostanzialmente per due ragioni. Prima di tutto, perché il nostro Stato è nato meno di due secoli fa. Dalla caduta dell’impero romano fino a Cavour noi siamo stati “preda” e colonia di francesi, spagnoli e austriaci. Per noi lo Stato è “altro”, è nemico, bisogna fregarlo. Ma la storia non è finita con Cavour: per tutto il Centro e il Sud dell’Italia l’unificazione è stata solo l’invasione dei piemontesi, ritenuti “stranieri” molto più dei Borbone che ormai anche a corte parlavano napoletano.

Dopo il breve intervallo della Prima guerra mondiale, durante la quale, per la prima volta, si trovavano fianco a fianco calabresi e veneti, sardi e pugliesi, bisogna attendere la fine della Seconda guerra mondiale con la resistenza, il referendum tra monarchia e repubblica e le prime elezioni libere per rintracciare un minimo di spirito nazionale. Dopo i piemontesi calati dal nord viviamo il fenomeno contrario: la burocrazia statale si meridionalizza e noi identifichiamo ancora lo Stato con qualcosa di estraneo. Mentre negli Stati Uniti impazzano film e telefilm che esaltano il sacrificio e la perspicacia del poliziotto di turno, noi ci burliamo degli strafalcioni dei carabinieri.

Del resto, ragionando per grandi linee, l’unificazione della Francia avviene prima del Rinascimento; quella dell’Inghilterra verso il 1200 (Magna Charta) e della Spagna durante la “Reconquista”, che termina nel 1492. Solo la Germania è più “giovane” di noi, ma di poco: il secondo Reich nasce nel salone degli specchi di Versailles nel 1871, dieci anni dopo l’unità d’Italia. Ma a differenza nostra, la Germania era sì divisa in una moltitudine di staterelli, ognuno però controllato da un principe tedesco, mai o quasi mai straniero.

Il metro del successo

La seconda ragione è sempre legata al nostro Dna. Proviamo a pensarci: da quando eravamo piccoli e fino a un anno fa da cosa era rappresentato il successo di qualunque attività? Dal numero dei partecipanti. “Due milioni di fedeli al funerale di Papa Wojtyla”; “una folla straboccante applaudiva Mussolini in piazza Venezia” (le famose adunate oceaniche). Uno stadio col derby? “Affollato in ogni ordine di posti”; “Eravamo almeno centomila”.

Il successo delle Sardine in piazza San Giovanni a Roma? “La piazza era piena, più di centomila persone che cantavano Bella ciao”. “Il film era molto atteso, pubblico straboccante” e quindi successo assicurato. E i concerti di Vasco o di Jovanotti? Quello più affollato della storia sembra sia stato il concerto gratuito tenuto da Rod Stewart a Rio de Janeiro a Capodanno 1994, che aveva raccolto la cifra record di 3,5 milioni di persone presenti. Dunque, era stato sicuramente “bello”.

Lassù in Lapponia

Pensiamo alla martellante pubblicità di un dentifricio derivato da un’alga della Lapponia. I denti dei testimonial saranno anche bianchissimi, ma che desolazione. Casette sparse, nessuna vegetazione, una sauna di legno in mezzo al nulla… L’esatto opposto di quello che, per anni se non per secoli, ci è stato insegnato: dal red carpet di Venezia alla messa di una ricorrenza, folla fa rima con successo, poca partecipazione fa rima con flop.

Anche per le Feste, rinunciare ad affollarci, ad abbracciarci, a baciarci, a stringerci financo la mano è certamente necessario; ma è talmente lontano da quanto fino a ieri ci veniva insegnato che, almeno noi latini, facciamo molta fatica a cambiare abitudini.

Esattamente il contrario dei popoli scandinavi, da sempre abituati diversamente. Infatti la civilissima ed emancipatissima Svezia è stata l’ultima ad introdurre norme di distanziamento, e solo quando aveva le camere mortuarie ormai sature di cadaveri.

Intendiamoci: non riteniamo ci siano altre strategie da mettere in campo e quando sono state adottate hanno dimostrato la loro efficacia. Lungi da noi qualunque deriva negazionista o di becero ribellismo alle norme appena varate dal decreto Natale. Solo, ricordiamoci che quando sentiamo quella sensazione di fastidio, non dipende da noi: secoli di storia ci stanno sulle spalle… e nel Dna.

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Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Collabora con le riviste L'Urtiga e Panoramamusei.

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