Tommaso Foti non usa mezzi termini parlando dell’emergenza Covid-19 nella sua Piacenza, che ormai conta 700 morti e oltre 3.000 casi positivi. “Dalla situazione disastrosa nelle case di riposo alla mancata zona rossa di fine febbraio, prima di tutto vanno sottolineate le gravi responsabilità della Regione Emilia-Romagna”, dice il deputato piacentino vice capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera.
Onorevole Foti, partiamo dalla sua interrogazione al ministro della Salute Roberto Speranza sulle case di riposo piacentine, dove lei chiede che mandi gli ispettori…
“Guardi, quello che è successo nelle case di riposo e nelle Rsa (Residenze sanitarie assistenziali, ndr) è emblematico: qualcuno ha sottovalutato ampiamente la situazione e la responsabilità di quanto è accaduto non è di altri se non dell’Ausl e della Regione”.
Perché lancia questa accusa?
“Parliamoci chiaro: i medici e il personale sanitario che lavorano in quelle strutture sono stati abbandonati, sono stati lasciati soli. Nessuno gli ha dato indicazioni concrete su come gestire la situazione per evitare il contagio e gli ha fornito i necessari dispositivi di protezione individuale. Sappiamo tutti che sono ambienti sensibili dove nella gran parte dei casi vivono delle persone fragili e dove l’isolamento è difficile, perché le stanze in questi istituti hanno tutte due o tre letti”.
Come si poteva intervenire?
“Non nego che la situazione fosse complessa, ma alla fine ognuno si è arrangiato da solo come poteva, senza direttive chiare. E questo ha causato il disastro che abbiamo sotto gli occhi. Così in Emilia-Romagna nelle case di riposo e nelle Rsa abbiamo un numero di morti per Covid-19 o simil-influenza che in percentuale è uguale a quello della Lombardia, il vero epicentro dell’epidemia. E guardi che non lo dico io, lo dicono i dati dell’Istituto Superiore di Sanità”.
Dalle case di riposo alle cliniche private convenzionate: come la pensa sull’indagine aperta dalla Procura sulle Case di cura Piacenza e Sant’Antonino?
“Penso sia un atto dovuto, per il momento si può dire di natura tecnica, dato quello che è emerso dai diversi servizi giornalistici che abbiamo visto o abbiamo letto”.
Non per guardare al passato, ma per andare alla radice del problema: perché a Piacenza non è stata fatta la zona rossa già a fine febbraio?
“Ero uno dei pochi a sostenere che fosse necessaria e purtroppo i fatti mi hanno dato ragione. Anche se siamo divisi dal ponte di Po, arriverei a dire che noi e il Basso Lodigiano rappresentiamo un blocco sociale omogeneo. Quindi, con tutti gli scambi quotidiani che abbiamo con chi vive in quell’area, era impossibile sperare che Piacenza potesse rimanere esclusa da un contagio di dimensioni rilevanti. Stesso discorso per Lodi, altra sede ospedaliera della zona oltre a Piacenza”.
Quindi andava fatta un zona rossa da Piacenza a Lodi?
“Sì, perché era chiaro che il nosocomio di Codogno non ce l’avrebbe fatta da solo a gestire tutti i ricoveri; si doveva capire subito che i malati sarebbero finiti tutti da noi o a Lodi con gente che girava avanti e indietro diffondendo l’epidemia. E quindi l’area doveva essere circoscritta nel suo complesso. Non l’ha capito il Governo e soprattutto la Regione Emilia-Romagna”.
E qui comincia il solito rimpallo di responsabilità che abbiamo visto anche in Lombardia su Bergamo, Alzano e Nembro tra Governo e Regione…
“Parliamo dell’Emilia-Romagna. Se avesse voluto, la Regione poteva fare la zona rossa a Piacenza senza problemi. Lo dimostrano i fatti…”
Quali onorevole Foti?
“Prenda il caso di Medicina: quando Bonaccini ha avuto paura che il focolaio sviluppato in quel Comune potesse espandersi a Bologna, non ci ha pensato due volte. E guardi che in questi casi la tempestività è tutto”.
Tutta colpa della Regione, dunque?
“Del Governo ho già detto che non ha capito quello che stava succedendo e quindi ha le sue belle responsabilità. E non nego che all’inizio di questa tragica epidemia ci sia stata una macroscopica superficialità anche a livello locale. Basti pensare che per alcuni giorni a Piacenza si chiudevano i bar alle 18 e in Comuni a pochi chilometri di distanza l’orario arrivava alle 23.30, quasi che fosse più importante l’happy hour del Coronavirus. Mi ricordo bene le proteste degli esercenti… Ma è soprattutto da Bologna che mi aspettavo altro”.
In che senso?
“Se sul territorio ci sono dei dubbi, se arrivano voci discordanti dalle parti sociali, se qualcuno tergiversa per tutelare i suoi affari, sono la politica e le istituzioni che devono assumersi le loro responsabilità e imporre a tutti le decisioni necessarie, andando oltre gli interessi particolari. E la Regione non l’ha fatto. Il risultato è che da oltre un mese sono bloccate tutte le attività”.
C’è anche chi sostiene che bloccare una città da 90mila abitanti come Piacenza sarebbe stato molto difficile…
“Lasciamo perdere, è solo una scusa, pensi alle città da milioni di abitanti che hanno chiuso in Cina”.
Come valuta l’operato dell’Ausl di Piacenza?
“Credo che a tutti i nostri operatori sanitari non si possa dire che grazie per quello che hanno dato e stanno dando, ben di più di quanto gli si potesse anche chiedere. E a livello manageriale non voglio polemizzare con l’Ausl in quanto tale o con il suo direttore generale Luca Baldino. Anche qui torno alla Regione. Due giorni dopo l’inizio di questa vicenda avevo proposto che nominasse un commissario ad hoc per l’emergenza nella provincia di Piacenza. Qualcuno che avesse carta bianca a 360 gradi. Invece c’è stata una sovrapposizione di competenze che al peggiorare dell’emergenza ha fatto confusione; un caso sintomatico di questa situazione è la storia dell’ex struttura militare di San Polo che da 20 giorni è disponibile per i pazienti Covid-19, ma che nessuno utilizza”.
Passiamo alla fase 2, come vede la questione della riapertura dell’attività e delle quasi 1.300 aziende piacentine che hanno chiesto di riprendere a lavorare?
“In generale penso che sarà difficile tenere la gente in casa ancora per un mese, se non si allentano gradualmente le restrizioni. Passando alle aziende, si deve riaprire fidandosi anche di imprenditori e rappresentanze sindacali tra i quali non credo che ci siano degli squilibrati. Va fatta una selezione da subito, perché ci sono aziende che hanno spazi adeguati per garantire il distanziamento previsto, fermi restando i dispositivi di protezione individuali necessari. Queste realtà, artigiani compresi, devono essere messe nelle condizioni di partire al più presto, soprattutto se hanno ordini da consegnare, perché non penso che qualcuno voglia riprendere l’attività e pagare i dipendenti solo per riempire i magazzini; con grande attenzione anche alle nostre aziende più votate all’export. E creda, rimettere in moto i processi produttivi aiuterà anche sotto il profilo della tenuta sociale. Sono invece più preoccupato per le attività commerciali”.
Perché, onorevole Foti?
“Abbiamo ancora troppi negozi chiusi, con contraddizioni paradossali. Pensi alle lavanderie appena riaperte: ma perché durante un’epidemia chiudere chi può aiutarti a sanificare i vestiti? Se abbiamo tenuti aperti i supermercati anche per una questione di metratura, con la stessa logica si potrebbero via via riaprire tutte le attività commerciali a partire proprio dagli esercizi che hanno gli spazi per garantire il necessario distanziamento; stesso discorso per la ristorazione, perché se riparte il lavoro anche loro non possono non essere coinvolti riducendo tavoli e coperti. Con una premessa molto chiara: chi non rispetta le norme lo chiudi per sei mesi”.
E su tamponi e test sierologici come velocizzare le cose?
“Nell’uno e nell’altro caso, naturalmente appena si troverà un test sierologico attendibile e validato definitivamente dal ministero della Salute, non c’è altra soluzione che coinvolgere i laboratori privati, perché non solo a Piacenza si può aspettare un mese per avere il risultato”.
Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.
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