Vino & Sapori

Grand Tour in Franciacorta: un brand che dà qualità e identità a partire dalla Guido Berlucchi

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Franciacorta: affacciato sulla sponda meridionale del lago d’Iseo ed esteso fino a Brescia, sorge quel territorio di colline ricamate da vigneti e modellate da piccoli borghi, prestigiose cantine e silenziosi monasteri, famoso nel mondo. Un luogo che a dispetto di semplicistiche interpretazioni, nulla ha in comune con la Francia; nulla almeno fino al 1961, annata storica in cui una Cantina rivoluzionaria decide di realizzare il primo vino “al metodo dei francesi”.

Per la spiegazione del toponimo bisogna andare al XII secolo, quando i monaci Benedettini e Cluniacensi si adoperarono per bonificare la zona, paludosa, facendola diventare coltivabile; vennero dunque concesse loro speciali esenzioni rendendo le corti “libere dalle tasse”: una Corte Franca, Franca corte, da cui poi deriverà Franciacorta.
Qui il suolo morenico, il microclima mitigato dal lago e le brezze fresche della Val Camonica creano condizioni uniche per la coltivazione della vite, praticata fin dall’epoca longobarda.

Attualmente è una zona vitivinicola che in 60 anni ha saputo inventarsi, creare una propria immagine (un brand) e farsi conoscere e amare grazie ad alcuni imprenditori di rara intraprendenza. Oggi Franciacorta è una terra, ma anche un vino e un metodo. Un “marchio” in continua crescita, sinonimo di qualità nel mondo del vino: e pensare che la denominazione è del 1967, proprio come la Doc del nostro Gutturnio… Nel 1990 si costituisce poi il Consorzio e nel 1995 arriva la Docg. Il disciplinare produttivo del Franciacorta, che norma procedimenti produttivi e qualità dei vini, è uno dei più rigidi al mondo… sì, anche più di quello dello Champagne.

Parecchie cantine hanno scritto la storia, tutto sommato breve, di questa zona in grande ascesa, che nel 2023 ha superato i 19 milioni di bottiglie vendute (dal valore rilevante: il prezzo medio è attestato sui 24 euro).

Con questo e i prossimi articoli faremo insieme un viaggio in Franciacorta, narrato attraverso l’esempio di Cantine virtuose; scopriremo una storia alla quale guardare anche da casa nostra, soprattutto se si vuole ideare, come sta positivamente avvenendo, un marchio per unire e rappresentare le aziende di alcune valli piacentine.

Guido Berlucchi e lo spumante alla maniera dei francesi

Un tale viaggio, che porterà tra concezioni, approcci, vini ed esperienze diversi, non può che partire dalla vera fondatrice del Franciacorta: la Guido Berlucchi. Fondata nel 1955 dal nobile Guido Berlucchi, Franco Ziliani e Giorgio Lanciani, oggi dispone di oltre 500 ettari di vigneto, produce 13 etichette e 4.500.000 bottiglie all’anno secondo un modello di viticoltura biologica.

Centro geografico di questa storia è Borgonato (Brescia), tra vigneti, cantine e un maestoso palazzo di campagna: Palazzo Lana de’ Terzi, dimora, con le sue cantine storiche, del raffinato e coraggioso nobile e imprenditore bresciano.

Guido, appassionato delle arti e in particolare di musica, nasce tra le due guerre e partecipa alla voglia postbellica di rinascita di un Paese da costruire: anche nella stanca e poco produttiva Franciacorta dell’epoca bisogna fare la propria parte.

In zona il vino era abbastanza comune, ma rosso e di modesta qualità; Berlucchi predilige un bianco, dal quale però ottiene poche soddisfazioni. Quantomeno per stabilizzarlo cerca un enologo, ma incontra l’entusiasta e visionario Franco Ziliani. Il giovane, fresco di studi ad Alba, e il facoltoso possidente, con audacia intraprendono il progetto folle, ai tempi, di inventare un vino spumante, ottenuto cioè con il metodo allora definito Champenoise, che potesse rivaleggiare con lo Champagne. La produzione si rivoluziona con un’inedita rifermentazione e presa di spuma in bottiglia.

Non basta: il nome usato fino a quel momento, Pinot del Castello di Borgonato, è debole e ne limita la produzione; per rappresentare la storia della Cantina e la sua terra diventa Pinot di Franciacorta: il primo  vino della Guido Berlucchi.

Nel 1961, appunto, nascono le prime 3.000 bottiglie che in parte esplodono: anche bottiglie e tappi adeguati all’inedito prodotto sono inesistenti in Italia. Nel 1962 nasce il primo Metodo Classico Rosé d’Italia, e la Berlucchi, tra le prime, apre le porte della cantina per mostrare il suo lavoro. Davvero anni di fermento, che hanno cambiato il destino di un’intera regione, facendone una delle zone più pregiate nel mondo per gli spumanti e che hanno creato un mercato del tutto inesistente: di fronte avevano un vero e proprio “mare blu”, che solo negli anni ’70 inizia a popolarsi con aziende in sana concorrenza.

Il 2000 vede la scomparsa di Guido che lascia l’azienda al socio di sempre Franco Ziliani, a sua volta scomparso nel 2021; oggi proseguono con grande slancio i figli Arturo, Cristina e Paolo Ziliani.

I vini Guido Berlucchi: in un bicchiere c’è…

Si parte da uve Pinot Nero, Chardonnay, Pinot Bianco e, da poco, le autoctone Erbamat osservando il livello di acidità, più che il grado zuccherino, che rappresenta un po’ la struttura di questo vino.

I grappoli interi, non diraspati, vengono spremuti delicatamente anche per quattro ore. Ciò che conta è poi l’affinamento sui lieviti: minimo 18 mesi, da disciplinare, ma può arrivare a diversi anni. Ne nascono bottiglie per ogni occasione, che puntano a eleganza e freschezza più che opulenza: questo il tratto distintivo dei vini Guido Berlucchi. Dal 2016 sono certificati biologici, guardando sempre più a principi di qualità e sostenibilità, anche ricorrendo a modernissime tecnologie per valutare fertilità delle vigne, tempi di vendemmia e biodiversità del suolo.

Vini a tutto pasto e per tutte le occasioni

In certe catene di supermercati capita di trovare certi vini Guido Berlucchi a prezzi “stracciati”: ciò non è indice di valore modesto, ma piuttosto della scelta commerciale del rivenditore per irretire clienti con specchietti per allodole. In realtà la Cantina propone un’ampia gamma di tipologie, consueta in Franciacorta, adatte a ogni occasione.

Cuvée Imperiale – È il primo Franciacorta di sempre, nonché il più abbordabile; prodotto in diverse versioni per accompagnare dall’aperitivo fino al dessert (per i piatti più strutturati suggerisco però una delle prossime bottiglie).

Berlucchi ’61 – Etichetta evocativa, sviluppata pensando al 1961 e guardando a nuovi traguardi, simbolo di gusto e sostenibilità; per chi ama lo stile ben rappresentato dalle Cuvée Imperiali ma vuole qualcosa in più, anzitutto in termini di eleganza. Perfetto per aperitivi, prime portate e pesce, ma anche per formaggi a media stagionatura.

Berlucchi ’61 Nature – Linea molto interessante, e consigliatissima, solo in dosaggio zero per esprimere in pieno l’animo della Franciacorta; affinato in bottiglia almeno 5 anni, sviluppa ampiezza olfattiva e complessità gustativa. In versione Blanc de blancs, Rosé o assemblaggio Chardonnay e Pinot Nero.

Palazzo Lana Extrême Riserva – Lasciatemelo dire: in assoluto una delle migliori bollicine d’Italia. Nasce solo in annate eccellenti, con lunghi e controllati affinamenti cercando eleganza e complessità. Un vero e proprio tributo alle diverse espressioni del Franciacorta per questo extra brut dall’uvaggio inconsueto: 100% Pinot Nero di due distinte vigne, Millesimato che riposa sui lieviti almeno 10 anni, donando un vino di gran corpo, complessità, ma anche finezza, mineralità e armonia. Capace di essere austero e tagliente, è estremamente gastronomico, confrontandosi alla grande anche con portate ricche come pesce in umido e piatti di carne; ma, come tutti i grandi vini, si fa amare anche come pregevole aperitivo: l’ultima bottiglia l’ho goduta in un meraviglioso prato fiorito assieme a qualche prelibatezza, per un brindisi indimenticabile. È una bottiglia per le grandi occasioni, capace di rendere speciale ogni momento; notevole anche il nuovo restyling.

Infine, per chi ha gusti più ricercati – e disponibilità ben maggiori – c’è anche una selezione di Edizioni Speciali figlie di cure maniacali e proficue collaborazioni con importanti artisti: di queste non so dirvi di più, perché non sono – non ancora, perlomeno – tra i fortunati che hanno potuto stapparne una.

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