Cultura

Gaarder e “La ragazza delle arance”: quando la solitudine aiuta a capire gli altri

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Nel riquadro, lo scrittore norvegese Jostein Gaarder

La ragazza delle arance di Jostein Gaarder (Longanesi) è un romanzo filosofico che ha un pubblico di ammiratori vasto e variegato. Una lettura che insegna con leggerezza e semplicità, ma senza essere mai banale, l’importanza della solitudine. Imparare a stare da soli è necessario per conoscersi meglio e non solo. Il romanzo, uscito per la prima volta in Italia nel 2004, è uno tra i più amati dello scrittore norvegese, autore nei primi anni 90 del bestseller Il mondo di Sofia.

La lettera di papà

Georg è un quindicenne con tanti problemi come la maggior parte dei suoi coetanei. Un giorno il ragazzo trova una lettera che il padre gli ha scritto prima di morire, quando lui era ancora piccolo, e che ha poi nascosto nella federa del suo passeggino, affinché il figlio la potesse trovare una volta cresciuto. In quella lettera il padre Jan Olav, racconta la storia della “ragazza delle arance”, da lui incontrata per caso su un tram ad Oslo.

Il senso della vita

Avvolte da un alone misterioso, le vicende narrate riguardano molto da vicino Georg, che si appassiona ben presto alla storia di quella strana ragazza. Un film quasi muto che Gaarder, a poco a poco, fa parlare con una musica lieve, quasi una fantasia tra memoria e presente. Nella lettera il testo si alterna alle riflessioni di Georg e tutto è un pretesto per parlare del senso della vita. Le due voci, quella del padre che giunge dal passato e quella del figlio al presente, s’intrecciano come per tessere una trama che ha il profumo di una moderna saga nordica familiare e il sapore dolce e un po’ malinconico della nostalgia.

Siamo tutti Georg?

Ben presto s’intuisce che il beneficiario finale della lettera di Jan è il lettore stesso, che si sofferma spesso a riflettere, insieme con Georg, sulle questioni affrontate e i quesiti che gli pone il padre.

“Mio padre morì undici anni fa. Quando avevo solo quattro anni. Non credevo che avrei più avuto sue notizie, ma adesso stiamo scrivendo un libro insieme. Queste sono le primissime righe di quel libro, e le sto scrivendo io, ma a poco a poco sarà lui a parlare. È lui che ha una storia da raccontare…”.

Nelle ultime pagine del romanzo Georg si rivolge direttamente al lettore, permettendogli di riflettere sulla sua esistenza.
“Quanto più questa storia è dettagliata, tanto più emozionante immagino sia stare ad ascoltarla, perché se solo qualcosa fosse andato un po’ diversamente da quanto è poi successo alla fine, non saresti nato! Scommetto che ci sono migliaia di piccoli dettagli che avrebbero potuto rendere tutto talmente differente al punto che tu non avresti avuto la minima probabilità. O per prendere in prestito dalle parole di saggezza di mio padre: la vita è una lotteria gigante dove si vendono solo i biglietti vincenti. Tu che stai leggendo questo libro sei uno di questi biglietti. Lucky you!”.

L’astronomia dell’anima

In un’intervista dell’8 maggio scorso a La Vanguardia (e ripresa da Pangea) Gaarder ha affermato: “Come i bambini mi affascinano i buchi neri, la materia oscura, le metto in relazione con l’ontologia”.

L’astronomia, infatti, è una passione alla quale l’autore ricorre spesso nei suoi romanzi, come accade anche ne La ragazza delle arance. Jan e Georg hanno vissuto insieme il lancio del telescopio spaziale Hubble; ed è come se il padre, con la sua lettera, volesse continuare a scrutare il cielo con il figlio in un susseguirsi temporale. Attraverso le leggi che governano l’Universo, Gaarder mette in evidenza come ogni essere umano sia soltanto un piccolo puntino nella sua immensità. Ognuno però con il suo ruolo e per questo è unico e insostituibile.

Gaarder e il Coronavirus

Attraverso i suoi personaggi, lo scrittore norvegese insegna a fare filosofia e a porsi domande sulla propria esistenza con naturalezza. Imparare ad isolarsi e ad ascoltare i propri pensieri non significa essere soli, ma può insegnare come stare con gli altri.

Gaarder sostiene che, oggi più che mai, la filosofia insegna “ad accettare il nostro destino”. E che durante l’isolamento imposto negli scorsi mesi con il distanziamento sociale per il Covid ”ognuno è entrato in se stesso; l’isolamento è necessario per far sorgere delle questioni filosofiche. La solitudine aiuterà anche a entrare in contatto con gli altri, domani. Guardare la televisione è giusto: ti collega con ciò che accade; ma alcuni hanno iniziato a leggere con costanza durante il confinamento. E altri hanno cominciato a pensare con la propria testa”.

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Caterina Pagani è laureata in Scienze della Natura e dell’Ambiente all’Università di Parma. Pur avendo un percorso di studi scientifico, ha sempre amato la letteratura.
Studia il pianoforte ed è appassionata anche di cinema e viaggi. Ha gestito un caffè letterario collaborando con artisti emiliani, lombardi e provenienti da altre regioni d’Italia. Da quasi un anno ha aperto un blog personale, il Barile dello Zucchero, dove scrive articoli sugli argomenti che le piacciono e diari di bordo dei suoi viaggi.

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