Gaza: mentre proseguono gli eccidi di civili palestinesi causati dalla vendetta israeliana per i pogrom del 7 ottobre di due anni fa e il mancato rilascio degli ostaggi sopravvissuti da parte di Hamas, infuria a livello globale una tempesta di ignoranza e ipocrisia, purtroppo non priva di precedenti.
Poco meno di un anno e mezzo fa mettevamo in guardia rispetto alle attese di una fantomatica sospensione delle ostilità. E avevamo accennato a tutti i principali aspetti della vicenda. Rispetto ad allora, si può dire tranquillamente e dolorosamente che non sia cambiato niente.
Salve, forse, la perdita di ogni inibizione da parte della leadership dello Stato ebraico nella rivendicazione della propria politica di eliminazione (diretta e indiretta) di civili su vasta scala onde forzarne l’emigrazione. E una minima erosione del muro di omertà che, nell’Occidente sotto l’egida statunitense, impedisce di tirare le conseguenze di ciò che è in atto, vale a dire l’approdo dell’Israele contemporaneo al fondamentalismo che sin qui eravamo soliti imputare a certi regimi di matrice islamica.
La Striscia è un affare interno israeliano
Dicevamo dell’ignoranza e dell’ipocrisia. Ignoranza è non considerare il fatto che quella in corso a Gaza non è una guerra, perché in campo c’è uno Stato solo. Curioso: quando si tratta di identificare palestinesi e terrorismo, si ha ben presente che solo Israele è uno Stato, di cui per di più si sottolinea puntigliosamente la democraticità (che però è un affare interno). Quando, invece, si parla dell’assedio di Gaza, il ricorso al termine guerra è scontato, senza che comunque questo risparmi ai nemici di Gerusalemme il marchio del terrorismo.
Il fatto che quella a Gaza non sia una guerra implica una conseguenza fondamentale, che spiega perché l’interessamento internazionale alla questione venga equivocato nel suo significato e nella sua portata. Non c’è mediazione possibile, perché una sola delle posizioni che si combattono è portata avanti da un soggetto internazionalmente riconosciuto. Sicché, non basta l’inesistente possibilità per gli Usa di farsi effettivamente mediatori a spiegare come mai non si riesca ad andare oltre generiche manifestazioni di dissenso, o anche di scandalo della cosiddetta società civile.
Azzardando – è proprio il caso di dire così – un paragone con l’Ucraina, lì almeno l’Occidente può appellarsi alla violazione della sovranità di uno Stato, anche se deve fingere di ignorare che la logica delle sfere d’influenza è stata tutt’altro che giubilata dalle relazioni internazionali. A Gaza non c’è niente di tutto questo: la Striscia è già di Israele, che la sta distruggendo come manifestazione della sovranità su di essa.
Gli Usa stanno con Israele e l’Unione europea…
Un aspetto da non trascurare è l’alterazione delle proporzioni: ci riferiamo non alla gravità assoluta di quanto sta accadendo in termini di crisi umanitaria, bensì all’asimmetria dell’attenzione mediatica.
È evidente che di Gaza si parla insistentemente – per quanto mai abbastanza, cioè senza mai riuscire a cambiarne la situazione – perché in questione c’è la responsabilità degli Stati Uniti. Dopo il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, questo processo di esasperazione dell’attenzione risulta accelerato in modo esponenziale. Ebbene, ormai nessuno che sia in buona fede può più dire di non sapere che la posizione degli Usa sulla faida israelo-palestinese – Trump o non Trump, Amministrazioni repubblicane o democratiche – è la medesima, né vale la pena attardarsi su sfumature inevitabili non meno che irrilevanti.
Ciascun Paese europeo e, meglio ancora, l’Unione europea nel suo insieme sono disposti a farle da contraltare? Sapendo che questo significherebbe stare solamente dalla parte dei palestinesi, se e fino a quando l’America non dovesse desistere dal suo unilateralismo israeliano? E sapendo che questo non basterebbe comunque, poiché persino l’intera Europa da sola non basterebbe a riequilibrare la preponderanza politico-diplomatica e militare a stelle e strisce? La risposta è no. Le altre potenze (Cina e Russia) sono, per motivi diversi, estranee alla partita. Insomma: prendersela con gli Usa non basta, se all’atto pratico non si è in grado né di fare cambiare loro politica, né di opporgliene un’altra in modo assertivo.
Cancellerie internazionali rivedibili
Dell’ipocrisia abbiamo appena parlato, denunciando l’inutile “Dagli all’America” e il pessimo “Dagli a Trump” che corre sui mezzi d’informazione e nel dibattito pubblico. E di quella incredibilmente ancora imperante tra le Cancellerie, cioè nella diplomazia, vogliamo parlare? Sarebbe comodo fare finta che non ci fosse, ma c’è.
Per limitarci a noi italiani, che come ci siamo già detti altre volte non abbiamo alcuna presa su Israele, se interpellassimo le nostre massime istituzioni rappresentative (governo e presidente della Repubblica, tra l’altro espressioni di orientamenti politico-culturali diversi), ci sentiremmo ancora ripetere: due popoli e due Stati. Se non si trattasse della morte per falcidia e per fame di migliaia di civili inermi, dovremmo sintetizzare che siamo ancora a: “Carissimo amico…”. Le nostre autorità continuano a parlare di prospettive che non esistono né potranno vedere la luce, per provare a realizzare le quali non fanno assolutamente nulla e contro le quali, anzi, lavorano in modo indifferentemente attivo e omissivo.
Che senso ha affermare che quello che sta facendo il governo di Netanyahu è inaccettabile, se poi non se ne trae alcuna conseguenza in termini di separazione delle responsabilità e di boicottaggio, come da tre anni a questa parte facciamo con la Russia? Che senso ha vaneggiare di un impossibile Stato di Palestina, quando i palestinesi non si dotano anzitutto di leadership, coesione, disciplina e strategia? E anche noi ci limitiamo a fornirgli una pure assai meritoria assistenza umanitaria nell’emergenza, mentre ordinariamente ne assecondiamo la vocazione improduttiva?
L’ultima idea di Macron
È sempre doveroso mettere al centro i fatti, per un’opera d’informazione. Per cui diamo conto che, mentre scriviamo, sembra fallito l’ennesimo tentativo di stabilire un cessate il fuoco. Il negoziatore di Trump, Steven Witkoff, ha additato la malafede e l’esosità delle pretese di Hamas come cause del fallimento dei colloqui in Qatar. Per contro, il presidente Emmanuel Macron ha annunciato che la Francia nel settembre prossimo riconoscerà lo Stato di Palestina, decisione che sta provocando le reazioni indignate del premier di Israele e dei suoi ministri più radicali.
Sapete come dovrebbe essere quest’ipotetico Stato, secondo l’inquilino dell’Eliseo? Smilitarizzato. Quando il massimo responsabile di una delle potenze nucleari mondiali affronta un problema come questo in tali termini, è doveroso dubitare non tanto del successo dell’iniziativa, quanto della stessa residua credibilità della diplomazia internazionale.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







