Germania: il cancellierato del cristiano-democratico Friedrich Merz inizia zoppo. Per la prima volta in quasi 80 anni di democrazia tedesca – più di metà dei quali solo occidentale, non dimentichiamolo – il capo del governo non è stato investito dal mandato parlamentare al primo voto utile del Bundestag.
Martedì scorso, il leader della Cdu ha incassato nella prima votazione solo 310 voti, insufficienti per l’investitura dal momento che ne sono richiesti almeno 316. Tempo poche ore e nello stesso giorno, al secondo tentativo, Merz ha riportato 325 suffragi, bastanti e tuttavia non ancora coincidenti con il plenum dei consensi di cui la maggioranza di grande coalizione dispone sulla carta (328).
Incidente di percorso o altro?
Perché ne parliamo? Dopo tutto, conta il risultato che è stato comunque ottenuto e un incidente di percorso può capitare anche nei meccanismi politici più sperimentati. Il caso tedesco attuale, però, non può essere derubricato tanto facilmente. Sappiamo tutti quali travagli sta affrontando politicamente ed economicamente la cosiddetta “locomotiva d’Europa”. E sappiamo anche che, come qualsiasi paziente poco propenso a guardare in faccia la sua malattia, la Germania sta cercando di eludere la terapia. Di che malattia si tratta e quale potrebbe esserne la cura? Facciamo qualche ipotesi.
Anima nazista, somatizzazione della colpa e…
Le malattie dei tedeschi sono l’incapacità di normalizzarsi politicamente all’interno e la difficoltà di concepirsi strategicamente all’esterno. La normalizzazione politica, apparentemente, c’è stata dopo la Seconda guerra mondiale ed è stata anche eccezionalmente sollecita e duratura (parlando sempre dell’ovest). La nostra opinione, però, è che tutto questo, pur essendo vero, lo sia solo parzialmente.
Intanto, il fatto della divisione del Paese nella Repubblica Federale Tedesca euro-atlantica e la Repubblica Democratica Tedesca d’influenza sovietica, riprodotto specularmente da quella di Berlino con l’indimenticabile Muro, è stato di una gravità straordinaria. I tedeschi sono stati puniti in un modo che si sarebbe voluto proporzionato alla gravità eccezionale delle loro colpe per i misfatti del nazionalsocialismo hitleriano. Nessun dubbio che i tedeschi siano andati oltre i limiti del consentito e del tollerabile, per quanto hanno commesso sotto il pretesto della guerra contro i civili, le etnie e i deboli in genere.
E tanto peggio in quanto tutto ciò è stato perpetrato nel cuore dell’Europa culla della civiltà occidentale e da un popolo che ha espresso in gran numero pensatori, teologi, letterati, filologi, musicisti e artisti eccelsi. Nondimeno, la lezione della pace di Versailles del 1919 (revanscismo francese) è stata appresa solo in parte dai vincitori del 1945. I tedeschi sconfitti, per parte loro, hanno introiettato un tale senso di colpa da concludere di non potere e soprattutto non dover essere per l’avvenire che dei lavoratori, dei risparmiatori e (molto moderatamente) dei consumatori.
La Germania come mercato, però, è un Paese con poca anima: per timore che la parte meno buona di quest’ultima sia troppo cattiva, i tedeschi sono a dir poco ingessati. In tempi economici di vacche grasse, se la sono fatta andare bene, né si sono fatti troppo pesare il sacrificio della loro divisa, il Marco, quale condizione della riunificazione nazionale nel 1990. In tempi di stagnazione o peggio di recessione, come quelli attuali, il malessere torna ad emergere.
Afd, da est con livore
E dove riemerge, questo malessere che è prima di tutto disagio esistenziale e anche riflesso di irresolutezza della questione nazionale ed europea? Ad est, ovviamente, dove più duramente morde la crisi e dove l’eco del passato totalitario comunista, immediatamente succeduto a quello nazionalsocialista, solletica spiriti poco propensi al basso profilo e le soluzioni moderate, che i democratici cristiani e i socialdemocratici hanno praticato per 40 anni ad ovest e da quasi altrettanto in tutto il Paese.
Si spiega così l’ascesa di Afd (Alternative für Deutschland), il partito di destra che in Germania non potrebbe non essere tacciato come estremista per il solo fatto di non stare tra democristiani e liberali. Fondato 12 anni fa, alle elezioni federali dello scorso febbraio è diventato il secondo partito nazionale, a 5 punti percentuali dalla Cdu di Merz e sopravanzando sia pure solo per pochi decimali i socialdemocratici della Spd.
Merz, l’arrocco interno e i vincoli esterni
Più l’establishment cerca di rafforzare il cordone sanitario contro Afd ed esorcizzarne le idee in dissenso sull’Europa, i rapporti con la Russia, l’immigrazione, la cultura woke e la protezione dell’ambiente in misura compatibile con il tessuto industriale ed economico, più il partito cresce. E da forza egemone nell’est ex comunista si fa sempre più largo anche nei Länder occidentali. Ormai, anche nel duo centrista Cdu/Csu si è fatta largo la consapevolezza che, bene che vada, bisogna considerare il montante consenso di Afd come la febbre e non la malattia del Paese. Si veda la stretta sul lassismo immigrazionista, cominciando dalla presa di petto della scusa della domanda di asilo, che non dovrebbe più fare da passe-partout per mettere piede ovunque si voglia o si riesca.
Tuttavia, i vincoli esterni sembrano ancora impossibili da sciogliere. Se gli Usa e il mainstream dicono basta Russia, basta Russia costi quel che costi, anche passare dal pagare quasi nulla l’energia a finire in recessione. E se, addirittura, la parola d’ordine diventa riarmo sempre in dichiarata funzione anti-russa, persino liberare i demoni degli stivali e dei baffi guglielmini (se non hitleriani) è fattibile, senza che sembri la notte di Valpurga.
Il popolo è il crocevia obbligato della politica
Ad ogni buon conto, lo sgambetto a Merz dell’altro giorno da parte di imprecisati franchi tiratori (del suo partito o della Spd?) a noi sembra un avvertimento: attenzione a non sottovalutare la crescita dell’Afd come spia della politica che un numero crescente di tedeschi preferisce. La bocciatura-lampo ci sembra sia stata anche una rivalsa per la trovata infelice del marzo scorso, quando il vecchio Bundestag spirante (e a nuove elezioni già avvenute) si è affrettato ad approvare la modifica della Costituzione per consentire il riarmo, perché nel nuovo sarebbero mancati i voti necessari. Tutto legale ma ben poco edificante, proprio come sgambettare il cancelliere mentre s’insedia.
La soluzione dell’ennesimo governo di larga coalizione Cdu-Spd come quello appena insediatosi di Merz è lecita. Dato, però, che non può essere radicalmente discontinua rispetto alla stessa che l’ha preceduta, rischia di essere l’ennesimo stordimento. E siccome lo sballo lo si cerca almeno in due, il neo-cancelliere si è recato subito come da tradizione a Parigi da Emmanuel Macron, un altro che s’intende di geni incompresi dal popolo bue. Col popolo, però, bisogna fare i conti se si vuole fare politica.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







