Tullio Solenghi nel suo video se la prende con la Germania, che frena sui Coronabond. In teoria siamo tutti d’accordo con lui: l’atteggiamento “egoistico” di frau Merkel e compagni ci urta e ci indigna. Solenghi ricorda le guerre mondiali, l’olocausto e tutte le nefandezze commesse dai tedeschi nel XX secolo.
Qual è il motivo profondo dell’atteggiamento tedesco? Solo guardando la loro storia recente possiamo averne la spiegazione. Oggi la Germania è la locomotiva economica dell’Europa. Un Paese ricco e potente. In pratica è lo Stato guida della Unione Europea. E nulla si può fare senza il consenso della sua cancelliera Angela Merkel.
Un secolo fa
Tuttavia non è sempre stato così. Anche se non è stato il Kaiser Guglielmo II a scatenare la Prima guerra mondiale, che era partita dall’ultimatum dell’impero austrungarico contro la Serbia, certamente l’entrata in guerra della Germania era stata fortemente voluta dalla sua classe dirigente che aveva promosso un riarmo eccezionale e che pensava di rivoluzionare la carta europea con una serie di azioni lampo (la famosa “blitzkrieg”).
Nel 1918, con la fine della Prima guerra mondiale, la Conferenza di pace di Parigi aveva condannato la Germania a pagare i danni di guerra, calcolati in 132 miliardi di marchi oro, equivalenti a 6,6 miliardi di sterline. Una cifra enorme, che la Germania non è mai stata in grado di pagare. E proprio durante la conferenza il grande economista britannico John Maynard Keynes aveva criticato duramente le condizioni capestro imposte alla Germania nel suo saggio The Economic Consequences of the Peace, nel quale sosteneva che questo atteggiamento punitivo avrebbe provocato nuovi conflitti e instabilità in tutto il continente.
Weimar e la crisi del marco
Prostrata dalla guerra e dalle sanzioni, la Germania aveva studiato la forma più deleteria per cercare di far fronte all’enorme debito: stampare moneta senza limiti. Tale atteggiamento sconsiderato, unito alla crisi mondiale del 1929, aveva provocato il tracollo del marco.
Le autorità tedesche, già provate dallo sforzo bellico (164 milioni di marchi) e dalle sanzioni successive, si erano messe a stampare carta moneta senza curarsi del suo controvalore in oro. Da lì la denominazione di Papiermark (marchi di carta) della moneta postbellica. L’iperinflazione conseguente aveva fatto letteralmente crollare la valuta; tanto che a un certo punto venivano stampati tagli da 100.000.000.000.000 di marchi (centomila miliardi). Il taglio più alto di una banconota durante l’iperinflazione tedesca è stato di cento milioni di miliardi (100.000.000.000.000.000) di marchi. I lavoratori dipendenti avevano preteso di essere pagati ogni giorno, per poter correre ad acquistare i generi di prima necessità prima che raddoppiassero il loro valore. Alla crisi monetaria si era ovviamente aggiunta – ne abbiamo oggi un vago sentore – la crisi di approvvigionamento dei generi alimentari.
In breve, la cecità delle “potenze vincitrici” di Versailles hanno spianato la strada all’avvento di Hitler che, non è un caso, vinceva le elezioni del 1933.
La Seconda guerra mondiale
Su questo ha ragione Tullio Solenghi: il secondo conflitto mondiale è stato voluto e provocato solo ed unicamente dalla Germania hitleriana. Alla fine della guerra la Germania si è trovata smembrata in quattro parti, assegnate ad ognuna delle forze vincitrici: Francia, Regno Unito, Usa e Urss. Solo quattro anni dopo, nel 1949, le tre potenze occidentali consentivano alla Germania Ovest di unirsi. Nascevano così la Repubblica Federale di Germania e la Repubblica democratica tedesca o Germania Est, sotto il controllo di Mosca. La sua capitale, Berlino, subiva la stessa divisione, che perdurava fino alla caduta del muro del 1989.
Per evitare il ripetersi della crisi successiva alla Prima guerra mondiale, le potenze occupanti, al primo accendersi dell’inflazione, avevano varato il Deutsche Mark, il marco tedesco che tutti ricordiamo, che sostituiva il Reich Mark nazista. In più, nel 1953, alla conferenza di Londra, le potenze occidentali condonavano alla Germania metà dell‘enorme debito di guerra (da 23 a 11,5 miliardi di dollari), concedendo anche una dilazione di trent‘anni. Senza l’accordo di Londra, la Germania avrebbe dovuto rimborsare debiti per altri 50 anni. E oggi l‘ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer scrive nel suo libro L’Europa fallisce?: “Senza quel regalo non avremmo riconquistato la credibilità e l’accesso ai mercati. La Germania non si sarebbe ripresa e non avremmo avuto il miracolo economico”. L‘Unione Sovietica ha preteso invece fino all‘ultimo centesimo della somma che le spettava.
Dopo la caduta del muro
La riunificazione tedesca del 1989 consegnava alla “madre patria” la zona orientale che definire depressa era un’eufemismo. Il primo problema che si presentava al cancelliere Helmut Kohl era il rischio che tutta la popolazione dell’ex Germania Est emigrasse all’ovest, decisamente più florido. Di conseguenza aveva dovuto immediatamente adeguare moneta e stipendi delle due Germanie. Il costo della riunificazione è oggi stimato attorno ai 1.500 miliardi di euro. Sforzo immane, che non è rimasto senza tracce. Chi abbia pagato i costi della riunificazione, se la sola Germania o tutta la Comunità Europea, è ancora oggetto di polemiche.
Insomma, la Germania non è sempre stata come la vediamo oggi. Tutt’altro. E molti Tedeschi rivivono nei ricordi dei loro nonni le varie crisi economiche che si sono succedute. Questo non assolve certo frau Merkel dal suo “egoismo”, ma ne spiega in parte le ragioni profonde.
Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari





