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Germania: la vittoria di Afd inguaia il cancelliere Merz, ma le cose possono davvero cambiare?

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Ulrich Siegmund, leader di Afd in Sassonia-Anhalt

Germania: elezioni in Sassonia-Anhalt e trionfo per Alternative für Deutschland (Afd) guidata da Ulrich Siegmund. La formazione di estrema destra, pure attesa al successo, ha sbancato con oltre il 44% dei voti e ha ora in mano il boccino di questo Land (Stato) tedesco, 8° per estensione e 10° per popolazione dei 16 di cui si compone la Germania. Si vedrà se e come riuscirà a governare lo Stato federato, posto che il pur straordinario risultato non le consente di farlo da sola. La questione riveste interesse perché il consenso mancante potrebbe venirle dal Bsw di Sahra Wagenknecht, l’ex donna di punta dell’estrema sinistra di Linke, ora a capo di una forza conservatrice di sinistra. Sarebbe l’avverarsi dell’incubo di molti: un governo rosso-bruno.

Afd è tutt’altro che una novità nel panorama politico tedesco. Infatti, alle ultime elezioni federali del febbraio 2025 si è rivelato (sia pure per soli 240mila voti) il secondo partito, incuneandosi tra i due storici baluardi della Germania che fu Ovest e poi è diventata Germania tout court, la popolare Cdu e la socialdemocratica Spd. Fondata nel 2013, Afd ha sfiorato l’anno dopo l’ingresso al Bundestag (mancando la soglia del 5% per pochi decimali), mentre alle Legislative successive del 2017 è diventata il terzo partito. Dopo un leggero arretramento nel 2021, ora tutti paventano il prossimo raggiungimento da parte sua del gradino più alto sul podio elettorale. Proviamo a ragionare su queste dinamiche tedesche, perché tedesche vuole dire per forza europee e l’Europa ci riguarda perché l’Europa siamo anche noi.

Il nazismo non c’entra

Prima di tutto, sgomberiamo il campo dall’equivoco nazismo e neonazismo. Per farlo, è sufficiente ripetere maggiorata o alla potenza la considerazione che, nostro malgrado, siamo stati più volte costretti a svolgere a proposito del fascismo. Il nazionalsocialismo è un fenomeno storico-politico-sociale, con consistenti venature di criminalità e follia, della prima metà del secolo scorso: come tale, è finito e archiviato. Se uno si mettesse una fascia con la svastica e salutasse a braccio teso, farebbe lazzi di dubbio gusto stante la tragicità dei fatti indirettamente richiamati, ma non potrebbe diventare un nazionalsocialista neanche volendo.

Il nazismo era: Adolf Hitler; l’Europa centro del mondo occidentale; la Germania sconfitta per capitolazione nella Grande Guerra; la Repubblica di Weimar che nessuno voleva; l’inflazione di marchi a cariole; gruppi armati di reduci tollerati come se fossero stati corpi municipali, e così via. Tutto questo non esiste e in questa foggia non può tornare. Quanti, di fronte ad Afd, parlano di nazismo, o non sanno che fare o vorrebbero campare di rendita politica. Il nazionalsocialismo, come il fascismo, possedeva tratti tipici della società (cioè, dei costumi) del Paese che lo aveva espresso. Aspetti, questi ultimi, che, sia pure con dei cambiamenti, possono tuttora trovare riscontri. Questo, però, non significa che oggi si possa diventare nazisti in Germania, o fascisti in Italia. Qualcuno al limite potrebbe credersi nazista o fascista, ma non potrebbe comunque diventarlo. 

Arrocco su politiche controverse e contrastate

Di fronte alla nascita e alla crescita di Afd, qual è stata la risposta delle forze politiche tradizionali? Il cordone sanitario, declinato in Germania come Brandmauer, “muro tagliafuoco”. Vale a dire: l’impegno comune informale, ma non per questo percepito come facoltativo, a non allearsi con la destra non liberale, impedendole in tal modo di accedere alle responsabilità istituzionali. La metafora del pericolo viene, però, intesa dalla gente per quello che è effettivamente: l’arrocco delle classi politiche, economico-finanziarie, intellettuali, giornalistiche, insomma delle classi dirigenti. Arrocco in difesa delle proprie posizioni personali e corporative di potere. Arrocco, soprattutto, sui contenuti delle politiche sin qui decise e portate bene o male avanti.

I commenti che si sentono in Italia, da destra, alla crescita apparentemente inarrestabile di Afd in Germania sono per lo più all’insegna della stigmatizzazione dell’abitudine agli “inciuci”. A parte il livello scadente del linguaggio, che rischia di tradire un corrispondente livello della qualità dell’analisi, il punto è la scorrettezza d’impostazione di quest’ultima. I cosiddetti inciuci, cioè la pratica delle grosse coalizioni tra le due maggiori forze politiche, sono la conseguenza e non la causa del pervicace perseguimento di politiche sempre più carenti in fatto di condivisione popolare, quando non anche di giustificazione razionale. 

Immigrazione, Gren Deal, Russia: tanti dissentono

Prendiamo tre esempi topici: l’immigrazione come fenomeno da subire incondizionatamente e senza valutazioni di compatibilità anche di tipo culturale; l’ossessione per la perentorietà dei termini entro cui ridurre l’impatto antropico (delle attività dell’uomo) nell’Unione europea sull’ambiente e il clima; la condizione d’irrimediabile inimicizia tra l’Europa e la Russia. Non sarebbe intellettualmente onesto eludere quanto sottendono queste posizioni e l’intolleranza nei confronti delle opinioni dissenzienti, cavandosela con l’additamento di pratiche politico-partitico-istituzionali come la formula delle grandi coalizioni. 

La grande coalizione è un tentativo di piegare i recalcitranti, cioè quelli che almeno dubitano che l’immigrazione vada solo subita e non governata secondo valutazioni di opportunità d’integrazione e non di colonizzazione al contrario. Quanti si domandano se abbia senso imporsi una riconversione industriale ed economico-sociale con effetti attuali drammatici (Green Deal), ignorando le proporzioni tra l’incidenza antropica dell’Ue (27 Paesi, responsabili tra il 7 e il 9% delle emissioni globali) e quella di Cina, Usa e India (che in tre sono responsabili per quasi il 52%). Coloro che stentano a ritenere conveniente per gli europei alimentare la polveriera ucraina, in un turbine di contraddizioni (l’Ucraina è Europa; finché l’Ucraina resiste alla Russia, l’Europa è preservata) entro cui l’unica certezza che s’intravede è l’assenza di una prospettiva realistica di convivenza basicamente pacifica.

Si fa presto a parlare di cambiamento…

La leadership del cristiano democratico Friederich Merz, come avevamo raccontato il primo Cancelliere federale tedesco non eletto dal Bundestag in occasione dello scrutinio inaugurale, traballa sempre di più. C’è il rischio che l’alternativa che gli si prospetta sia quella tra l’esempio del presidente francese Macron (un’anatra zoppa all’americana, inedito assoluto per la V Repubblica gollista) e la sorte dell’ex premier britannico Starmer (uscito di scena anticipatamente rispetto al termine della prima legislatura).

Il problema però non è tanto personale, quanto politico. L’idea che in Europa i confini siano anticaglie superate dall’universalismo dei diritti dell’uomo resiste. Il dogmatismo green vanta ancora parecchi devoti, in primis la burocrazia europea che come qualsiasi altra si conserva e auto-alimenta. All’equivoco ucraino indugiano pressoché tutti i governi del Vecchio continente e quelli ad establishment più tradizionale lo rendono ancora più penoso, cercando goffamente di coprire con l’anti-trumpismo sparato la soggezione americana più intransigente.

In conclusione, sempre prendendo spunto dai travagli tedeschi, ci permettiamo di dare un avviso ai naviganti italiani e cioè agli elettori. È tutto da dimostrare che, ove messa alla prova del governo, la stessa Afd non si converta al consueto tran tran in nome di un sedicente pragmatismo. Perché, prima dei politici, sono i cittadini a doversi domandare a quali e quanti sacrifici siano disposti per cambiare linea. I portatori degli interessi che ispirano l’immigrazione di massa, l’ideologia green e la preminenza Usa nel campo occidentale sono ben determinati a difendere queste posizioni. Provare ad affrancarsene non sarebbe indolore. Ancora una volta, le nostre classi dirigenti saranno altrettanto il riflesso quanto lo guida dei nostri popoli.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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