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I gioielli della regina: il tesoro di Elisabetta al centro di una contesa internazionale

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I gioielli della regina: tra le 23.578 gemme possedute da Elisabetta II ce ne sono alcune che stanno per diventare l’oggetto di una contesa internazionale.

Non si tratta della corona di Sant’Edoardo con la quale verrà incoronato il nuovo re Carlo III, ma di due gemme molto particolari: il Koh-i-Noor e la Star of Africa o Cullinan. Il Koh-i-noor (in persiano montagna di luce) è uno dei più famosi diamanti del mondo: supera i 100 carati ed è montato sulla corona della regina Madre.

Il Cullinan surclassa di gran lunga il Koh-i-Noor, perché aveva un peso iniziale di oltre 3.100 carati (poco più di mezzo chilo) ed è stato tagliato in nove parti. Una di esse, il Cullinan I (530 carati), la più grande, è montata sullo scettro del sovrano inglese.

Invece il Cullinan II (317 carati) fa bella mostra di sé sulla corona imperiale di Stato; quella che Elisabetta ha sempre indossato per la solenne apertura del Parlamento britannico e che ieri era deposta sulla sua bara. Altri due, più piccoli, per modo di dire, 94 e 64 carati, compongono una spilla che la regina ha portato molto spesso.

Sudafrica e India 

Ebbene, se fino a ieri la stima e l’affetto per the Queen impedivano persino di immaginare delle rivendicazioni, oggi sui gioielli della regina  sia in Sudafrica che in India si stanno alzando delle polemiche.

Il Koh-i-Noor sembra davvero frutto di razzia coloniale, dato che nel 1849, alla fine della guerra Anglo-Sikh, il trattato di pace prevedeva la consegna del diamante a Londra, per farne omaggio alla regina Vittoria.

Invece il Cullinan pare sia stato acquistato dal governatore inglese del Transvaal direttamente dal proprietario della miniera, sir Cullinan, per farne omaggio a re Edoardo VII per il suo 66° compleanno.

Non sappiamo che sviluppo potranno avere queste proteste e pretese, che si inseriscono bene nell’attuale movimento della cancel culture che contesta qualunque tipo ed effetto del colonialismo. Cosa succederebbe se re Carlo III o il governo britannico dovessero accettare queste impostazioni?

I tesori del British Museum

Andiamo al di là dei gioielli della regina. Sapete cosa c’è di inglese nel British Museum? Poco o niente: dalla Stele di Rosetta (Egitto), anch’essa rivendicata dal ministro della cultura egiziano proprio in queste settimane, ai marmi del Partenone, alle statue romane, ai dipinti tedeschi…

Se il Regno Unito dovesse restituire ai Paesi di provenienza tutti i cimeli in mostra sarebbe costretto a chiudere uno dei musei più importanti e visitati del mondo. Lo stesso si potrebbe dire del Louvre, che, almeno, ha qualche sezione dedicata ai pochi gioielli della corona salvati dalla Rivoluzione e ai pittori francesi del Sei e Settecento.

Sappiamo già che gli Inglesi risponderanno picche; lo hanno già fatto negli anni 80 del Novecento, quando Melina Merkouri, all’epoca ministro ellenico della Cultura, aveva chiesto a gran voce il ritorno dei marmi del Partenone, chiamati dagli inglesi “Elgin marbles” dal nome del lord inglese, ambasciatore a Costantinopoli ai primi dell’Ottocento, che aveva ottenuto il permesso dal sultano di trasportare a Londra le opere immortali di Fidia.

La stele di Axum

Il nostro Paese ha invece da sempre il problema opposto: grande fucina di opere d’arte, ne vede molte di più esposte all’estero che di straniere in mostra da noi. Anzi, è emblematica la storia della stele di Axum: prelevata come preda di guerra dalle truppe italiane in Etiopia nel 1937, per decenni ha svettato tra il circo Massimo e la sede della Fao, a Roma.

Dopo la guerra l’Etiopia ne chiede la restituzione, anche se l’imperatore Hailé Selassié aveva deciso di donarla all’Italia (per evitare le ingenti spese di smontaggio e trasporto). Alla fine, pur tra mille polemiche, tra il 2002 e il 2005 il monumento è stato smontato e restituito all’ex colonia.

Paradossi italiani

Anni fa al Quirinale c’è stata una mostra delle opere d’arte italiane tornate soprattutto dagli Stati Uniti grazie all’intervento dell’allora ministro della cultura Walter Veltroni. La residenza del presidente della Repubblica, che pure non è uno spazio angusto, ne era pieno.

Sapete dove sono finite le opere dopo l’evento al Quirinale? Nascoste nei sotterranei del Palatino e soprattutto nascoste agli occhi dei pubblico. Allora: non sarebbe meglio lasciare le opere d’arte (gioielli inclusi) dove sono ora, visibili al pubblico e con cartelli esplicativi, che spesso già ci sono, che ne indicano provenienza e proprietà?

Gioielli o minerali?

Vorremmo infine ricordare agli Indiani e ai Sudafricani che se non fossero balzati agli onori delle cronache grazie alla regina Elisabetta, il Koh-i-noor e il Cullinan oggi sarebbero poco più di una curiosità della mineralogia.

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Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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