Giorgia Meloni iscritta nel registro degli indagati per favoreggiamento e peculato nella gestione del caso Almasri dalla Procura della Repubblica di Roma. Insieme alla premier, indagati anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e i ministri della Giustizia Carlo Nordio e dell’Interno Matteo Piantedosi.
La notizia è stata resa pubblica ieri dalla stessa premier con un video sui suoi account social, accompagnata dalla rivendicazione della correttezza dell’operato suo e dell’Esecutivo e da altre considerazioni polemiche.
Così, dopo il ministro Matteo Salvini per il caso Open Arms, è ora il turno giudiziario della presidente del Consiglio e di altri due ministri, tra i più importanti del Governo, oltre al braccio destro di Meloni a palazzo Chigi. Ma andiamo con ordine. E partiamo dalla complessa vicenda di Almasri per poi passare allo scontro tutto italiano tra Governo e Magistratura.
Crimini contro l’umanità
Almasri è un alto funzionario di polizia del Governo di Tripoli, che è quello tuttora riconosciuto dall’Onu come referente della Libia, nonostante la precarietà (e l’esplicita provvisorietà) dell’attuale primo ministro Dbeibeh. Diamo per scontata la conoscenza della frammentarietà della statualità libica, sbriciolatasi con la caduta e la sommaria esecuzione di Gheddafi nel 2011. Così come la rilevanza della Libia per il nostro Paese, per ragioni sia economiche (leggi petrolio e gas), sia migratorie.
Almasri è figura che impatta soprattutto su queste ultime, perché, come capo della polizia giudiziaria di Tripoli, è responsabile del trattamento di un gran numero di detenuti; in particolare quelli del carcere di Mittiga dove sono imprigionati molti sospetti di criminalità e terrorismo. Si dà il caso che questo generale Almasri sia ricercato dalla Corte penale internazionale dell’Aia per crimini di guerra e contro l’umanità commessi nell’esercizio delle sue funzioni.
In giro per l’Europa
Qui cominciano le dolenti note nazionali. La Corte, dopo avere concluso la sua istruttoria nell’ottobre 2024, ha spiccato un mandato di cattura per Almasri proprio mentre questi si trovava in Italia, il 19 gennaio scorso, dopo che lo stesso era appena stato in giro per l’Europa per due settimane.
Dopo avere soggiornato a Londra tra il 6 e il 13 di questo mese, il 13 Almasri è andato in treno a Bruxelles, quindi è salito su un’auto e si è recato in Germania a Bonn, dove si è fermato due giorni e ha assistito ad una partita di calcio. Il 16 ha noleggiato un’altra macchina e si è recato a Monaco di Baviera, incorrendo in un controllo di polizia che non ha avuto nulla da eccepire. A Monaco, Almasri ha cambiato auto e si è diretto a Torino, per assistere all’incontro di calcio Juventus-Milan.
Quando è arrivato nel capoluogo piemontese, finalmente i giudici dell’Aia si sono accorti che andava arrestato perché sarebbe un criminale incallito e la Digos italiana lo ha fermato di propria iniziativa su segnalazione dell’Interpol, all’alba del 19 gennaio. Alle Molinette è stato detenuto due giorni, poi è stato rimpatriato a cura dei Servizi segreti, con un aereo appositamente messo a disposizione.
Lo scambio di accuse
Come si è arrivati alla liberazione di Almasri e quindi al suo rientro in Libia scortato dagli apparati di sicurezza nazionali? Le ricostruzioni tra Roma e L’Aia e, in Italia, tra Magistratura e Governo divergono. Roma contesta la prolungata inerzia della Corte penale internazionale, attivatasi per domandare l’arresto solo all’Italia, dopo che il cittadino libico aveva soggiornato in svariati Paesi europei.
L’Aia, per parte sua, accusa il Guardasigilli Nordio di essere rimasto lui inerte, a fronte del compito che gli incombeva di domandare l’arresto di Almasri, in ottemperanza al mandato di cattura trasmessogli dagli ermellini internazionali. Il Governo italiano respinge l’accusa di omissione, sostenendo che le 48 ore prese dal dicastero di via Arenula erano necessarie a vagliare la pratica.
I problemi interni
Tuttavia, è sul versante interno dei rapporti tra le istituzioni nazionali che si manifestano i maggiori problemi. La procura generale di Roma ha contestato alla Digos un vizio procedurale nell’arresto di Almasri: in base alla legge italiana che ha recepito lo statuto della Corte penale internazionale (n. 237/2012), il fermo non avrebbe potuto essere disposto dalla Polizia giudiziaria senza la previa richiesta del Guardasigilli.
Poiché il ministro Nordio, nonostante fosse stato espressamente sollecitato dal procuratore generale capitolino, non ha provveduto come richiesto a sanare l’originaria autonoma iniziativa della Polizia giudiziaria, la Corte d’appello di Roma ha deciso la scarcerazione del generale libico a motivo dell’irritualità del suo arresto. A quel punto, cioè con Almasri in stato di libertà, il ministro dell’Interno Piantedosi ne ha ordinato l’espulsione dal territorio nazionale per ragioni di sicurezza: ciò che ha determinato il suo accompagnamento a Tripoli con un aereo speciale e la scorta dei Servizi segreti.
Meloni all’attacco, ma…
Come accennavamo all’inizio, nel suo messaggio social, Meloni non si è limitata alla semplice comunicazione dell’informazione giudiziaria ricevuta, ma ha specificato altro. E cioè che l’iniziativa del procuratore della Repubblica di Roma Francesco Lo Voi fa seguito alla presentazione di una denuncia da parte di Luigi Li Gotti, avvocato ed ex sottosegretario del secondo governo Prodi.
Poi Meloni ha sottolineato che Lo Voi è lo stesso magistrato che aveva domandato, quando era in servizio a Palermo, la condanna di Salvini nel processo Open Arms, conclusasi invece con l’assoluzione («fallimentare processo per sequestro di persona», lo ha definito la premier); aggiungendo che la Corte penale internazionale, oltre ad avere «curiosamente» atteso che Almasri arrivasse in Italia per domandarne la cattura, non avrebbe trasmesso al ministero della Giustizia la richiesta di arresto del generale libico.
Infine, Meloni ha evidenziato che lei non è ricattabile, né si fa intimidire da quanti vorrebbero impedire che l’Italia cambi per diventare migliore. Una chiara allusione della premier alla strepitosa contrarietà della Magistratura associata alla riforma costituzionale della separazione delle carriere, appena approvata in prima lettura alla Camera dei deputati.
Calende greche
La presidente del Consiglio non ha detto, invece, che tutta la questione giudiziaria è destinata alle calende greche e a un nulla di fatto, anche nella peggiore delle ipotesi. La sorte di questa vicenda, infatti, è giustamente analoga a quella di Salvini per la nave Open Arms, salvo la celebrazione del processo che in questo caso non ci sarà comunque: atti trasmessi dalla procura di Roma al Tribunale dei ministri; entro 90 giorni, archiviazione o richiesta di autorizzazione a procedere alle Camere; diniego di quest’ultima da parte della maggioranza parlamentare, nel caso dovesse essere domandata.
Tutti remano dalla stessa parte?
La messe di problemi posta da questa vicenda richiederebbe, per essere scandagliata, ben altro spazio e ben altro tempo. Per certo, una questione politica si converte come al solito inopinatamente in una questione giudiziaria.
Non sappiamo se il caso Almasri non si sia posto negli altri Paesi in cui ha soggiornato, ma di fatto è deflagrato proprio in Italia. E poiché così è avvenuto e sta avvenendo, siamo portati a credere che così sia perché qui non remiamo tutti dalla stessa parte. Non è la prima volta che succede, semmai l’ennesima, e tutto, purtroppo, fa pensare che non sarà neanche l’ultima.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.








Lo Voi : pensar male si fa peccato, però ci sta!