Giorgia Meloni e i Volenterosi europei per l’Ucraina: nonostante la morsa delle opposizioni mediatiche e politiche, la presidente del Consiglio tiene il punto e continua a starne alla larga. La leader italiana non devia dalla linea, nonostante la sua determinazione non sia priva di conseguenze soprattutto d’immagine, ma a questo risvolto i numerosi critici hanno già pronta l’obiezione. Infatti, l’accusa rivolta alla premier è di muoversi in questo modo soprattutto per ragioni di reciproco marcamento interno alla maggioranza di centrodestra e quindi, in ultima istanza, di consenso. È nota la netta contrarietà della Lega del vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini a qualsiasi aumento dell’impegno pro-Ucraina, specie nel senso del coinvolgimento di soldati italiani anche solo ai margini della linea di un futuribile cessate-il-fuoco. Eppure, il presidente francese Emmanuel Macron – tra i principali promotori dell’iniziativa, insieme al primo ministro britannico Keir Starmer – nega che si discuta dell’invio di truppe.
La polemica sul posizionamento internazionale di Meloni e dell’Italia è rinfocolata dopo che, nell’ambito del vertice della Comunità politica europea in Albania di venerdì scorso, i leader di Germania, Francia, Polonia e Gran Bretagna hanno brevemente conversato con l’onnipresente presidente ucraino Volodymyr Zelensky senza coinvolgere la presidente del Consiglio italiana, pure partecipante al meeting di Tirana. L’esclusione dal colloquio fa seguito alla mancata partecipazione personale di Meloni all’ennesimo vertice di Kiev del 10 maggio (nel medesimo formato), a cui la premier ha preso parte solo da remoto. Vediamo come stanno le cose e riflettiamoci su.
Cortina fumogena e soggezione americana
La storia dei sedicenti Volenterosi è una gigantesca cortina fumogena, sollevata dai devoti dell’obbedienza americana che hanno completamente infeudato anche la Francia, pressoché unico Paese resistente a questa tendenza sotto il gollismo. Il turbo-libertario Macron finge di ripugnare Donald Trump, ma in realtà l’iniziativa europea di pressione sulla Russia sotto forma di sanzioni imposte e minacciate punta al logoramento di Mosca, che è precisamente un obiettivo strategico di Washington attraverso amministrazioni e presidenti vari.
Adesso, il presidente francese sostiene che gli «scarponi sul terreno» in Ucraina dei soldati europei non sarebbero mai stati un suo obiettivo e, per inciso, probabilmente è anche vero. Solo che, dopo la sceneggiata in pieno stile wrestling (cioè simulazione) del 28 febbraio scorso nello Studio Ovale tra Trump e Zelensky, l’inquilino dell’Eliseo aveva parlato esplicitamente proprio di questo. Era evidente che si trattava di un ragionamento come minimo intempestivo, giacché l’azione di peace-keeping (mantenimento della pace) richiede previamente la cessazione delle ostilità. Così come era chiaro quale fosse l’effettiva consistenza europea di una simile ipotesi: praticamente nulla. Infatti, l’Ue non ha competenze in materia di forze armate e l’iniziativa franco-britannica ha in un Paese sostanzialmente e ormai anche formalmente extraeuropeo come il Regno Unito uno dei suoi due principali fautori.
Disaccordo e rapporti tesi
Meloni aveva reagito subito con fastidio nel metodo e nel merito all’iniziativa della rinnovata “Entente cordiale”. Nel metodo perché, accettando di prenderne per buone le intenzioni dichiarate, l’aveva tacciata come potenzialmente foriera di tensioni con Trump, quando sembrava che il presidente Usa premesse sull’Ucraina perché Zelensky si piegasse a Putin. Nel merito, perché si era premurata subito di chiarire l’indisponibilità dell’Italia al dispiegamento di uomini salvo che sotto l’egida Onu, che è come dire solo con l’assenso della Russia (membro permanente e con diritto di veto del Consiglio di sicurezza al Palazzo di vetro).
Oltre alle già citate turbolenze nella maggioranza di governo – agli smarcamenti di Salvini fanno da contraltare la sobrietà istituzionale e l’europeismo indiscusso del ministro degli Esteri e presidente di Forza Italia, Antonio Tajani – la presidente del Consiglio patisce le relazioni tese con l’inquilino dell’Eliseo. Indipendentemente dai rapporti personali, Meloni non s’intende culturalmente e strategicamente con Macron.
In fatto di cultura politica, la presidente di Fratelli d’Italia è il più importante leader conservatore e sovranista al governo in Europa, mentre Macron è un liberal-liberista dogmatico. Strategicamente, Meloni è l’erede della subalternità statunitense immediata di ascendenza degasperiana, preferita sino a quando è stato possibile alla subordinazione mediata del traino continentale franco-tedesco. Non che Germania e Francia non facciano quello che vuole l’America, ma pretendono di essere quelli che si trascinano dietro (nel medesimo approdo) il resto d’Europa.
Mediocrità e modestia
Il gioco della presidente del Consiglio prevede di “vedere il bluff” dei quattro Volenterosi e la goffa smentita di Macron a proposito dei «boots on the ground» sembra darle ragione. Il rischio da più parti già paventato è che Trump non solo preferisca i 4 a lei (chi si dichiara disponibile a sgravare gli Stati Uniti da ulteriori impegni sul terreno è un trumpiano ad honorem), ma le chieda pure di accodarvisi. Probabilmente non lo farà, perché in pratica non farebbe alcuna differenza e finirebbe solo per mettere in difficoltà un’alleata politica.
Meloni, però, potrebbe secondo noi osare di più e cioè domandare alla Casa Bianca di esplicitare se intenda proseguire nel logoramento della Russia per interposta Ucraina, ovvero accettare la satellizzazione e l’amputazione territoriale di quest’ultima, sulla base del principio: “Quello che è Nato è Nato e quello che non è Nato non lo diventerà”.
Lo spigliato savoir-faire di Meloni potrà sembrare modesto, pure tenuto conto dello status di media potenza dell’Italia. Nondimeno, se confrontato con l’impudenza dei suoi avversari politici interni e dei giornalisti ostili che, pur di attaccarla, si rimangiano come se niente fosse il pacifismo ideologico e il furore anti-trumpiano branditi tuttora senza sosta, questo savoir-faire appare addirittura gigantesco.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







