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Giorgia Meloni: fascismo, Nato e ministri, i nodi da sciogliere verso la premiership

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Giorgia Meloni: sarà lei la prima presidente del Consiglio italiana? Non dal dopoguerra, ma da sempre: anche durante il regno d’Italia e ancor prima, nell’Italia preunitaria, nessuna esponente del “gentil sesso” era mai diventata capo del Governo. Eppure l’Inghilterra aveva avuto la Thatcher negli anni 80, la Germania ha avuto la Merkel per un ventennio e la Francia ha attualmente come capo del governo Elisabeth Borne, per non parlare dei Paesi nordici, nei quali da decenni il cosiddetto “sesso forte” non tocca palla.

E allora come mai da qualche giorno sembra che tutto il teatrino della politica sia in fibrillazione? Non perché la Meloni è donna, ma perché – secondo il mainstream – è un corpo estraneo, e di lei alla fine si sa poco. Trentenne, è stata ministro della Gioventù del Governo Berlusconi tra il 2008 e il 2011 e onestamente non aveva brillato se non per l’esilarante parodia che di lei aveva fatto Paola Minaccioni.

Centrodestra in carrozza

Eppure i sondaggi sono impietosi: secondo tutti gli istituti di ricerca, il centrodestra, con la leader di Fratelli d’Italia in testa, il 25 settembre non dovrebbe avere rivali per raggiungere la maggioranza assoluta. Solo Renato Mannheimer, decano dei sondaggisti, ha pronosticato la possibilità che un forte centro, comprendente Di Maio, Renzi, Calenda, i fuoriusciti di Forza Italia (Brunetta, Gelmini, Carfagna), i cespugli del centrodestra (Cesa, Lupi) e magari con Casini e qualcun altro, potrebbe mettere in difficoltà la corazzata MeloniSalviniBerlusconi. Ma non sembra proprio, per ora, un’ipotesi tanto plausibile.

I nodi da sciogliere

I problemi che agitano i mass media relativamente alla premiership di Giorgia Meloni sono sostanzialmente tre: il fascismo, la collocazione internazionale e la classe dirigente. Vediamoli nell’ordine.

Il fascismo è l’argomento più facile, quello che fa andare in bestia più spesso la stessa Meloni e che dà la possibilità di riunire attorno a Letta (che ha sempre meno l’appeal del tribuno) tutte le “forze sane” della nazione. Purtroppo per loro, agli occhi degli italiani sembra un argomento abbastanza spuntato.

A cent’anni dalla sua ascesa al potere, l’ipotesi del ritorno delle “quadrate legioni” sui colli fatali di Roma pare sempre più un’ipotesi fantasiosa. Che la Meloni non abbia mai reciso i legami con “una certa destra”, armata di croci celtiche e saluti romani, è un fatto, ma agli elettori non sembra interessare la prova finestra dell’antifascismo; diciamo che i problemi che oggi li preoccupano sono ben altri.

Nato sì o Nato no?

La collocazione atlantica della Meloni e del suo partito sono fuori discussione, come è fuori discussione la sua collocazione rispetto alla guerra russo-ucraina. Diverso il discorso per i suoi alleati. Se Berlusconi, con colpevole ritardo e con mille distinguo, ha preso le distanze dall’ex amico Putin, Salvini sembra ancora in mezzo al guado, anche se la recente notizia di interventi dell’ambasciata russa sui ministri leghisti del Governo Draghi dovrebbe smontarsi a livello di fake news.

Tuttavia, il problema potrebbe tornare al momento della formazione del primo Governo Meloni, con Salvini a reclamare alcuni ministeri di peso come la Difesa o lo Sviluppo economico se non gli Esteri. E rispetto all’Europa? Pure con qualche mal di pancia, la premier Meloni dovrà fare buon viso a cattivo gioco e recarsi a Bruxelles per discutere con i vertici della Ue, pena la perdita dei fondi del Pnrr, scenario del tutto inimmaginabile.

Ministri di peso

Ammettiamolo, il Pd potrebbe formare due o tre ministeri senza cadere in fallo: ha una scorta di ex ministri, viceministri e sottosegretari che potrebbe formare un monocolore al mese. Giorgia Meloni no: se togliamo La Russa (buon ministro della Difesa di Berlusconi), Crosetto (sottosegretario di La Russa) e Urso (attuale presidente del Copasir), la Meloni ha una drammatica assenza di politici di peso. Il che rappresenterebbe un problema, anche perché “i migliori” berlusconiani hanno lasciato la casa madre: da Romani a Brunetta, dalla Gelmini alla Carfagna, a Giuliano Urbani; e non ci viene in mente nessun altro forzista con una buona esperienza di governo.

Salvini, invece, ha conservato tutto il suo “patrimonio ministeriale”, a partire dall’ottimo Giorgetti a Garavaglia, da Molteni a un redivivo Maroni che non ha mai abiurato. Poi potrebbe essere la volta dei governatori regionali, da Zaia a Fedriga a Fontana.

Ma se Fratelli d’Italia, probabile primo partito del centrodestra, dovrà fare la parte del leone al Governo, chi potrà schierare? Naturalmente ci ha pensato la Meloni, che ha già lasciato trapelare alcuni nomi di peso: il magistrato Alfredo Mantovano o l’ex giudice veneziano Carlo Nordio alla Giustizia; l’attuale ad dell’Eni Claudio Descalzi alla Farnesina e il professore della Luiss Cesare Pozzi per la casella strategica dell’economia. Infine, se Giorgia Meloni aggiungesse Franco Gabrielli al Viminale, frustrando il legittimo ma pericolosissimo desiderio di Salvini di riprendere il suo posto da ministro dell’Interno, avrebbe quasi fatto bingo.

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Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Collabora con le riviste L'Urtiga e Panoramamusei.

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