Giorgia Meloni: per il suo governo si va allo sprint finale, nonostante il “fuoco amico” di Silvio Berlusconi. Tra questo fine settimana e l’inizio della prossima, le caselle dell’esecutivo dovrebbero andare a posto, con l’intesa nella maggioranza e l’approvazione del Quirinale. Esito scontato, l’approdo a palazzo Chigi della presidente di Fratelli d’Italia, nonostante il folle inizio di legislatura. Follia però c’è stata e c’è, ed è difficile qualificarla altrimenti.
L’inizio dell’escalation
Il rifiuto di Forza Italia di votare Ignazio La Russa alla presidenza del Senato e lo spettacolo della cartelletta aperta del Cavaliere, in favore di telecamera, zeppa di giudizi caustici su Giorgia Meloni, erano solo l’inizio. Berlusconi, nelle ultime ore, dopo un incontro riparatore con la leader di Fratelli d’Italia (nella foto sopra), ne ha combinate un altro paio delle sue. A margine, ha dato per decisa l’indicazione dell’ex presidente del Senato Elisabetta Casellati come nuovo ministro della Giustizia. Mentre si sa come Meloni sia determinata a tenere il punto sul suo fresco neo-deputato, l’ex magistrato Carlo Nordio. Ha sparato in alto per colpire a mezza altezza, si dirà. Questo, però, era ancora niente.
L’amico di Putin
L’audio rubato e diffuso di Berlusconi, durante un incontro con i suoi deputati, sta sollevando un putiferio. Nella circostanza, ha detto tutto il politicamente scorretto possibile sul tema internazionale tabù per eccellenza, cioè la Russia di Putin, aggressore dell’Ucraina. In sintesi: rapporti personali riallacciati con lo Zar, che lo annovera tra i suoi cinque veri amici. La Russia considera già l’Italia come un nemico, in quanto finanziatrice e fornitrice di armi a Kiev.
In più, riproposizione in toto della narrazione putiniana relativa al conflitto. Russofoni massacrati nel Donbass da Zelensky. Putin spinto erroneamente all’intervento, che doveva essere un blitz per cambiare il regime di Kiev. Inaspettata resistenza ucraina fomentata dall’Occidente, che con Biden si è rimangiato il multipolarismo ventilato da Trump. Morale: una guerra che doveva essere lampo durerà un paio di secoli e lascerà l’Ucraina distrutta, per colpa del suo presidente e dell’accoppiata Nato-Ue.
Forza Italia e lui in persona, tra ieri e oggi, si sono affannati a smentire e precisare questi stralci, contestualizzandoli. Si tratta della consueta toppa peggiore del buco. In effetti, l’atlantismo di Berlusconi, nella vecchia e non scalfibile tradizione italiana, è sempre stato a tutta prova, quando egli presiedeva i suoi governi. Al punto che, nel 2003, appoggiò l’intervento della coalizione anglo-americana in Iraq, la quale a sua volta giustificò l’invasione col pretesto – falso e artefatto – delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.
Sabbia nel motore e malcontento
Dunque, la grana russa, consistente nel fare eco alla versione di Putin, è stata appositamente piantata dal Cavaliere per buttare sabbia nel motore di Meloni, meno di 24 ore dopo l’incontro tra i due, che ci si augurava almeno temporaneamente chiarificatore. Se non può essere lui a fare l’atlantista, Berlusconi cerca di rendere difficile farlo al futuro presidente del Consiglio.
Che cosa voglia precisamente, il leader di Forza Italia, non è dato sapere. È possibile che l’irriducibilità del personaggio a qualsiasi formalità istituzionale e politica stia prevalendo. Del resto, l’ex presidente del Consiglio si è sempre fatto vanto della propria estraneità rispetto al circuito dei politici di professione. Salvo, naturalmente, farne parte da quasi trent’anni, senza essere riuscito (ammesso che abbia davvero voluto provare) a cambiarlo.
È probabile che al Cavaliere tocchi gestire il malcontento serpeggiante tra i suoi, che temono di essere surclassati, nei nuovi equilibri di coalizione, non solo dall’esorbitante destra di Meloni, ma anche dalla Lega di Matteo Salvini. La quale, nelle urne, ha ottenuto sostanzialmente la stessa percentuale di Forza Italia, ma sembra meglio piazzata nel toto-ministri. È accreditata, infatti, del dicastero più importante di tutti, l’Economia, per il suo vicesegretario e ministro uscente, Giancarlo Giorgetti. Nonché delle Infrastrutture per lo stesso Salvini, con tanto di galloni di vicepremier. Senza dimenticare la presidenza della Camera, già ottenuta da Lorenzo Fontana.
L’estremismo di centro
È certo, d’altra parte, che i dossier di governo più delicati, per Berlusconi, si confermano quelli in carico allo Sviluppo economico (gli affari di Mediaset) e alla Giustizia, causa la pluridecennale guerra personale, ingaggiata da ampi strati della magistratura con il leader degli azzurri. Impuntatura personale, quest’ultima, che è stata ampiamente sfruttata dalla magistratura associata come alibi di ataviche resistenze corporative e non meno risalenti battaglie di retroguardia istituzionale. In tutti i casi, il Cavaliere non si rassegna al ruolo, per lui inedito, di junior partner del centrodestra.
I numeri, però, sono argomenti ostinati e le ripicche e i dispetti a Meloni rappresentano un azzardo. Per tenere al centro, dove è incalzato da Renzi e Calenda, Berlusconi imposta paradossalmente una navigazione corsara, ma il suo bastimento potrebbe colare ulteriormente a picco. A lui basta esserci, in politica; la prospettiva di contare ancora meno, però, è concreta. L’immobilismo gli sembrerà pure il preludio del rigor mortis, ma un comportamento estremista dopo una vittoria di coalizione fa dubitare del suo sangue freddo, qualità non sconosciuta all’imprenditore e uomo d’affari.
Meloni: nervi saldi, ma la tattica…
In questo autentico impazzimento post-elettorale, Giorgia Meloni mantiene i nervi saldi. Prima, ha replicato che, all’elenco di note poco lusinghiere stilate dal Cavaliere riguardo al suo comportamento (supponente, prepotente, arrogante, offensivo) mancava quella relativa alla sua non-ricattabilità. Risposta piccata e sibillina, ma senza dubbio proporzionata all’intemerata della diserzione forzista alla prima chiama per il presidente del Senato. Di fronte alla commedia del Berlusconi moderato filorusso, Meloni ha poi ribadito che l’esecutivo si farà solo su basi atlantiste, per non fare dell’Italia l’uomo malato dell’Europa. Anche se, con simili premesse, il cammino del governo da costituire sarà difficile.
A nostro avviso, comunque, la leader della destra ha peccato in fatto di tattica. La questione presidenze delle Camere aveva due buone soluzioni, nessuna delle quali scelta da Meloni. O l’attribuzione di una delle due all’opposizione, onde esasperare la visibilità della sua divisione in tre tronconi. Ovvero, la spartizione tra Lega e Forza Italia: salomonica conclusione, rispettosa della logica (ferrea, ahinoi, in Italia) del governo di coalizione. E che avrebbe tagliato le unghie degli azzurri nelle rivendicazioni sul governo. Adesso, gli Esteri per Antonio Tajani sembrano poca cosa: ammesso che li conservi, dopo la sceneggiata delle parole in libertà del suo capo.
La riforma istituzionale, grande dimenticata
La tristezza dello spettacolo che va in scena per la formazione del nuovo esecutivo, trascolorante in farsa con gli stravaganti atteggiamenti di Berlusconi, ammonirebbe il Paese riguardo all’urgenza di una riforma istituzionale. Peccato che la delega corrispondente, nel futuro governo, sembri una qualunque casella secondaria, utile solo a completare il risiko.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







