Giorgia Meloni: com’era prevedibile, l’equivoco delle Europee si perpetua nel post-voto. La contemporanea veste di presidente del Consiglio italiana e leader dei Conservatori europei mette la presidente di Fratelli d’Italia in una posizione controversa.
Nonostante tutti sapessero che il voto dell’8 e 9 giugno non avrebbe cambiato i rapporti di forza in seno all’assemblea di Strasburgo, a destra c’era necessità di dare risalto al proprio avanzamento. Di questo si è trattato, in effetti e con proporzioni molto considerevoli in Francia e in Germania, i due Paesi maggiori dell’Unione europea. Macron è stato più che doppiato dai frontisti di Le Pen e Bardella; mentre Scholz è stato staccato di 2 punti dall’estrema destra di Alternative für Deutschland.
Senza trascurare, naturalmente, il risultato di Meloni in Italia (poco meno del 29%). Il fatto è che la somma in tutta Europa dei voti di Popolari, Socialisti e Democratici e liberali di Renew Europe fa ancora 399 seggi, 38 in più della maggioranza assoluta, attestata a 361. Conservatori non indispensabili, dunque, almeno sulla carta. E, stante l’indisponibilità degli altri due alleati tradizionali del centro, esclusi dai giochi e dagli incarichi apicali di Bruxelles (chiamati, chissà perché, top jobs).
Qualche imbarazzo
Meloni dunque in mezzo al guado? Sarebbe bastato non mettercisi, dice qualcuno. Sarebbe stato possibile, però? Difficile, avendo due alleati nazionali che, rispetto alla candidatura di Ursula von der Leyen a succedere a se stessa, hanno due opinioni alternative: Tajani per il sì, Salvini per il no. E con un panorama a destra, in Europa, alquanto balcanizzato (pare si vada delineando addirittura un terzo gruppo, accanto ad Ecr e Identità e democrazia). Quest’imbarazzo politico di Meloni, rappresentato dalla sua astensione in seno al Consiglio europeo sull’indicazione di von der Leyen e sottolineato dai voti contrari su quelle di António Costa e Kaya Kallas, nuocerà all’Italia? Si vedrà quando si delineerà la composizione della nuova Commissione, anche se non appare molto probabile.
L’Italia avrà un commissario?
La verità è che la smania contagia tutto e tutti, in primis l’informazione. Prima, non si è aspettato l’esito della consultazione, che comunque si sapeva non avrebbe rivelato un maremoto, bensì un più modesto mare mosso. Adesso, non si aspetta di vedere come voteranno i gruppi e i singoli eletti a Strasburgo. Infatti, i 38 voti di prevalenza del cartello tradizionale non sono assolutamente al riparo dal pericolo dei franchi tiratori e dal possibile, eventuale rimescolamento delle carte.
Infine e più gravemente, si continuano a mescolare piani diversi, perché la composizione della Commissione europea è essenzialmente una questione di peso degli Stati membri. È vero che il gioco degli specchi è una conseguenza della natura ibrida dell’Europa istituzionale, ma la realtà non può finire messa in secondo piano dall’immaginazione. L’Unione europea è una cooperazione, sia pure a tratti esasperatamente rafforzata, tra Stati sovrani. Se, com’è effettivamente avvenuto, la Commissione ha assunto un peso crescente nell’ambito delle sue istituzioni, gli Stati membri devono dire la loro sulla sua composizione: l’hanno detta e la diranno. Per cui, anche l’Italia avrà il suo vicepresidente e commissario, con deleghe di un peso tale che non potrà discostarsi dal dato di fatto che il nostro è il terzo Paese dell’Unione.
La finzione politica
E allora, dove sta il problema? Il problema sta in quella che rischia di essere nient’altro che una finzione politica. C’è il piano della politica politicante e su questo tutti si barcamenano. Ovviamente chi, come Giorgia Meloni, è espressione di una parte che viene da una tradizione pluridecennale di ostracismo, deve barcamenarsi anche di più. Poi, c’è il piano della geopolitica e, rispetto a quest’altro, sappiamo che tanto i singoli Paesi quanto il simulacro di Unione europea che c’è devono stare, di buon grado o proprio malgrado, con gli Stati Uniti, cioè compiere le loro stesse scelte. Quindi, c’è il piano culturale e valoriale e, su quest’ultimo, chi riesce a smarcarsi sul serio? E a quale prezzo potrebbe farlo?
Le patenti della sinistra
Giorgia Meloni, è vero, ha sottolineato con molta enfasi la spocchia verso i Conservatori manifestata dalle designazioni per gli incarichi apicali fatte dalla “maggioranza Ursula”. I voti, però, sono voti e i 188 seggi dei Popolari, uniti agli 83 dei Conservatori e ai 75 dei Liberali (che comunque non li avrebbero prestati per l’allargamento a destra), farebbero 346, 15 in meno della maggioranza richiesta. La scelta di lasciare fuori quello che è il terzo gruppo di Strasburgo da tutti e tre gli incarichi (presidenza di Commissione e Consiglio, nonché il Rappresentante della politica estera) è sicuramente criticabile e conferma la pretesa della sinistra di dare patenti di legittimità a chi vuole. Si è trattato, però, di una spartizione possibile tra tre forze, due delle quali assolutamente indisponibili a guardare a destra.
Atlantismo tetragono
Per far sì, però, che la riprovazione di Meloni verso la spocchia di sinistra e il conformismo popolare non sia, per l’appunto, solo una finzione, bisogna vedere se, in cosa e quanto la presidente del Consiglio si discosti dai suoi avversari irriducibili e dai suoi mancati alleati sugli altri due piani di cui si diceva prima. Della geopolitica, lo sappiamo tutti, non c’è neanche bisogno di parlare. L’atlantismo tetragono di Meloni è stato e si conferma il passe-partout indispensabile dell’underdog. È ancora disposta a fare finta di non sapere che l’Ucraina potrà fare ciò che vogliono Mosca o Washington, ma non quello che vorrebbero a Kiev. O a parlare di Stato palestinese: senza acqua, aria, terra e armi soltanto sue, s’intende.
La voce del padrone
E dei valori, cosa dobbiamo dire? Citeremo solo due voci, l’una di un influente commentatore della carta stampata, Federico Fubini, e l’altra nientemeno che di Marina Berlusconi, presidente di Fininvest e Mondadori. Fubini, in un programma di La7, ha letteralmente seppellito la destra sotto una sfilza di (presunte) fobie di cui soffrirebbe: omo, trans, xeno, e chi più ne ha più ne metta. La figlia prediletta del Cavaliere, in un’intervista rilasciata al Corriere della sera, dice di apprezzare il governo di centrodestra ma di trovarsi in sintonia con la «sinistra di buon senso» su aborto, eutanasia e diritti Lgbt, perché «ognuno dev’essere libero di scegliere». “La voce del padrone” era il nome di una vecchia etichetta discografica: Fubini e Marina Berlusconi, declinandolo in tutt’altro contesto, gli fanno eco nella politica italiana e Meloni l’avrà ben sentito.
Cambiamenti di poco conto?
I risultati di ieri del primo turno delle legislative anticipate in Francia, convocate con un apparente azzardo da Macron dopo la sua débâcle alle Europee, sembrano confermare che, spontaneamente o con dighe elettorali anche occasionali (l’ipotizzata, surreale desistenza al secondo turno tra il Nuovo Fronte Popolare ed Ensemble), l’onda di destra montante possa ancora finire per essere minimamente contenuta.
La questione, però, rimane la stessa: non sarà che, tuttora e chissà per quanto, cambierebbe comunque poco?
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







