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Giorgia Meloni visita la mostra dedicata a Enrico Berlinguer: una mossa azzeccata?

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Giorgia Meloni e Ugo Sposetti

Giorgia Meloni omaggia la memoria di Enrico Berlinguer: la presidente del Consiglio, a battenti ormai chiusi per il pubblico, si è recata giovedì sera al Mattatoio di Roma, nel popolare quartiere di Testaccio, dov’è in corso una mostra dedicata allo storico segretario del Pci. Accolta da Ugo Sposetti, già senatore comunista, deputato e tesoriere dei Ds, che le ha fatto da cicerone, la leader di Fratelli d’Italia ha visitato i padiglioni dell’esposizione. I luoghi e le parole di Enrico Berlinguer, inaugurata lo scorso 15 dicembre, andrà avanti sino al 25 febbraio.

Meloni ha sostato davanti a prime pagine de L’Unità e a manifesti di propaganda elettorale; sfogliato libri e riviste; ripassato le vicende dell’Italia repubblicana attraverso le foto e il materiale audiovisivo. Ha potuto vedere persino alcuni effetti personali del leader sardo, come gli occhiali e l’orologio indossati nell’ultimo comizio abbreviato dall’ictus mortale, il 7 giugno 1984. Quindi, prima di congedarsi, ha apposto la sua firma sul libro delle visite, accompagnata da una dedica significativa: “Il racconto di una storia, politica. E la politica è l’unica possibile soluzione ai problemi”.

Il dovuto e il sentito

Non siamo rimasti affatto sorpresi dalla scelta di Meloni. Anzitutto, il ruolo istituzionale da lei attualmente ricoperto avrebbe giustificato anche una partecipazione ufficiale, anziché una visita in forma privata. Berlinguer è stato uno dei principali esponenti politici della prima parte delle vicende dell’Italia repubblicana e le istituzioni, ricordandolo nel 40° della sua scomparsa (l’11 giugno prossimo), celebrano la memoria del Paese.

Una visita riservata, d’altra parte, consente di coniugare quanto è sentito con ciò che è dovuto. Per di più, la radicale alternatività di merito politico intercorrente tra l’attuale presidente del Consiglio, erede del Movimento sociale italiano e uno dei tre capi storici (con Gramsci e Togliatti) del Partito comunista italiano suggerisce una discrezione non solo di maniera.

Due vite per la politica

Dunque: cosa sente di avere in comune Meloni con Berlinguer? Senza dubbio, la passione per la politica. Si tratta di due personalità che hanno fatto della politica la ragion d’essere stessa della loro vita. L’opzione totalizzante è stata tale nel senso letterale del termine. Il compagno Enrico e la patriota Giorgia non si sono dedicati ad altro, se non alle rispettive vite private. Entrambi hanno vissuto per la politica e di politica.

A pensarci, approfittare – senza malizia, semplicemente non lasciandosela sfuggire – di quest’occasione commemorativa per rivendicare un valore oggi ampiamente disconosciuto come tale, qual è il professionismo politico, è un bel colpo per Giorgia. Oggi sono del tutto venuti meno i partiti novecenteschi, con quanto implicavano in quella prospettiva: la militanza, la disciplina, le scuole di formazione, i quotidiani chiamati “organi”, il cursus honorum dai territori al livello nazionale. C’è, però, ancora qualcuno che fa politica e basta, non se ne pente e, anzi, lo rivendica.

Impegno civile e sforzo collettivo

Veniamo allora alla dedica di Meloni. “La politica” è diventata addirittura (con un’evidente iperbole retorica) “l’unica possibile soluzione dei problemi”, ha scritto la premier sul libro delle visite. Cosa ha inteso dire, la presidente del Consiglio, con quest’enfasi? Se, anziché di una personalità notoriamente laica e d’impostazione filosofica materialista, si fosse trattato della commemorazione di una personalità cattolica, Meloni avrebbe potuto citare anche san Paolo VI, con la sua “politica come forma più alta di carità”.

La leader di Fratelli d’Italia si riconosce nell’impegno civile, sociale, nazionale di Berlinguer e, forse, anche nell’afflato internazionale che ne ha sovente caratterizzato la politica. Naturalmente, i contenuti di quell’impegno sono stati essenzialmente alternativi, molti preferiscono si sottolinei opposti, rispetto a quelli ai quali Meloni ispira il proprio, di impegno. In un’epoca, però, di disincanto, di rassegnazione, di cinismo, senz’altro di marcato individualismo come quella presente, il richiamo allo sforzo collettivo è un’eco evidente dell’insegnamento di Enrico Berlinguer, che anche un’avversaria come Giorgia Meloni rinnova volentieri. “Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno” è una citazione attribuita al politico sardo, che sembra appropriato ricordare in quest’ottica.

Almirante e l’omaggio a Berlinguer 

Non possiamo concludere senza rievocare, a beneficio di quanti hanno memoria più lunga, l’omaggio di Giorgio Almirante alle spoglie di Enrico Berlinguer, nell’atrio di Botteghe Oscure, in quel lontano giugno 1984. Lo facciamo non per istituire un’analogia con la visita di Meloni dell’altra sera, bensì per rimarcare le differenze tra le circostanze, i personaggi e le epoche. Quella visita fatta “dal nemico all’opposto” aveva suscitato scalpore. Il segretario del Msi se l’era cavata sobriamente (era un riconosciuto oratore), dicendo di avere semplicemente voluto onorare la memoria di un uomo onesto.

Era vero, ma non era tutto. Diciamo che il bisogno di manifestare apprezzamento per le qualità umane del segretario comunista era valso a sollevare il velo di pudore (o di ipocrisia, decidete voi), che impediva a quanti non potevano, o non volevano vedere il fatto che gli ex fascisti – quelli di allora erano stati davvero tali – solo formalmente erano esclusi dal gioco politico. Almirante e Berlinguer, in segreto, si vedevano e si parlavano, specie negli anni del terrorismo.

E adesso?

Oggi, quando non ci sono più di mezzo furori ideologici e, soprattutto, retroterra di guerre civili e generali, non vorremmo che le cose non siano migliorate, o peggio si siano deteriorate. Speriamo, anche se forse non troppo fondatamente, che sia più forte il senso di comune appartenenza civile e nazionale. La buona politica che, non da sola, è sicuramente una leva importante di risoluzione dei problemi, deve servire prima di tutto a fondare e radicare questa consapevolezza.

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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