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Giovanni XXIII patrono dell’Esercito: ma cosa resta del Papa buono?

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San Giovanni XXIII diventa il patrono dell’Esercito Italiano. La decisione avrà il carisma dell’ufficialità dal 12 settembre. Ma è venerato come tale già da qualche tempo. Nel 2011, tre anni prima della canonizzazione, l’allora Ordinario Militare per l’Italia monsignor Pelvi aveva promosso il culto di Giovanni XXIII tra i soldati. Domani, l’attuale Ordinario monsignor Marcianò consegnerà al Capo di Stato Maggiore generale Errico la bolla della Congregazione per il Culto Divino.

Una decisione giusta?

La scelta della Chiesa, ad onor del vero, ha suscitato qualche perplessità. Poiché la gente associa nel ricordo il “Papa buono” alla sua ultima enciclica “Pacem in terris”, sembra strano accostarlo alla pastorale dei militari. Nella sua biografia, c’è però una spiegazione. Oltre ad aver prestato il servizio di leva nel 1901, al tempo della Grande Guerra don Roncalli era tenente della Sanità e cappellano militare. Basta questo? Ricordiamo che, quando non anche imposta, la pace va comunque preservata. Oggi lo si fa con le operazioni di peacekeeping, in cui da tempo si distinguono le nostre Forze Armate. Poi, per chi crede, il santo protettore è uno che intercede: è sufficiente domandare che implori la pace.

Ancora molto amato

Che cosa resta allora di Papa Giovanni XXXIII, a oltre 50 anni dalla morte (1963)? La sua memoria è ancora viva. Questo è vero anche presso la gente comune. Certo, meno di quando, per usare una sua celebre espressione, riprese il pellegrinaggio verso il cielo. Appena la sua memoria prese posto fra il ricordo dello ieratico Pio XII e la successione del tormentato Paolo VI, la simpatia popolare era soprattutto per lui.

Il Papa del Concilio 

La sua impronta oggi è ben visibile soprattutto nella vita della Chiesa, attraverso le conseguenze pastorali del Concilio Vaticano II. Papa Roncalli aveva avuto solo il tempo di inaugurarlo (1962) e di presiederne la prima sessione. Nessuno può dire se ne avrebbe approvato le conclusioni, né se esse sarebbero state le medesime. Per non parlare della loro applicazione, che tanto è costata a Papa Montini. Angelo Roncalli aveva avuto l’intuizione dell’assise ecumenica e soprattutto il coraggio di darle corso. Facendo questo, aveva ripreso un’idea già accarezzata da Papa Pacelli, ma poi lasciata cadere.

Una visione profetica

Qualcuno potrebbe dire che l’età avanzata in cui Giovanni XXIII aveva assunto il pontificato gli abbia infuso l’audacia necessaria. In seno alla Chiesa, si preferisce più opportunamente parlare di visione profeticaDi sicuro, aveva compreso l’esigenza dell’aggiornamento del linguaggio e degli atteggiamenti della Chiesa. E di certo avrà riflettuto anche sulle conseguenze di questi cambiamenti sull’annuncio del Vangelo e sulla dottrina della Chiesa. Ma è toccato comunque ad altri farsene carico dopo di lui.

Giovanni XXXIII e la sapienza del cuore 

Papa Giovanni è ricordato soprattutto per la sapienza del cuore. Era esperto in umanità; infatti, ne aveva conosciuta molta e variegata. L’esperienza al servizio della diplomazia pontificia lo avrebbe portato nel medio e vicino Oriente. Sarebbe stato un primo cambiamento importante per lui, prete bergamasco votato inizialmente agli studi storici e patristici. Aveva così imparato di riflesso la pastorale ordinaria, facendo da segretario a monsignor Radini Tedeschi, piacentino e vescovo di Bergamo. Negli anni bergamaschi (1905-1914), il futuro papa era entrato anche in contatto con i fermenti politici e sociali che avvicinavano le masse alla politica. E aveva visto riavvicinarsi i cattolici italiani allo Stato Unitario.

Sofia, Parigi e Venezia

Altri cambiamenti decisivi sono stati per lui l’episcopato e la diplomazia in Oriente. Visitatore (1925) e poi Delegato apostolico in Bulgaria (1931), quindi Delegato apostolico in Turchia e Grecia (1934). Lì monsignor Roncalli aveva stretto amicizia con Franz von Papen e si era prodigato per salvare tanti bambini votati allo sterminio nazista. In più, aveva promosso il cattolicesimo locale e mantenuto rapporti fraterni con le maggioranze ortodosse. Infine, Pio XII lo aveva voluto nunzio a Parigi (1944), poi cardinale e patriarca di Venezia (1953). In Francia, si era impegnato a liquidare le scorie della guerra e di Vichy, sanando la ferita del collaborazionismo. Mentre in laguna aveva ripreso a fare il pastore con l’odore delle pecore, come direbbe il suo ultimo successore Francesco. Fermezza sui principi e carità nel tratto sono state le sue linee guida. Ed è stato fedele al motto che si era scelto: Obbedienza e Pace. Un dettato indubbiamente perfetto anche per il nostro Esercito.

L’esempio seguito da Francesco

Gli anni del pontificato, dal 1958 alla morte, sono i più noti. Sono stati intensi, ad onta della loro breve durata. E densi soprattutto di testimonianze di carità e di umanità. Le visite natalizie ai carcerati e ai bambini ricoverati. Il pellegrinaggio a Loreto e Assisi. Il commovente “discorso alla luna”. Senza dimenticare l’impegno profondo per la pace, come il radiomessaggio per scongiurare la crisi dei missili di Cuba. Un tempo isolato e inaccessibile, il contatto diretto del Papa con la gente è l’eredità più sentita di Papa Giovanni XXXIII. E Francesco è in questo un emulo tutt’altro che pigro.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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