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Giulio Romano e l’erotismo del 500: a Mantova una mostra unica

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Giulio Romano, I due amanti (1523-24, 163×337 cm; Museo dell'Ermitage, San Pietroburgo)

Giulio Romano: Arte e Desiderio. A Mantova, fino al 6 gennaio, una grande mostra con questo titolo celebra l’allievo prediletto di Raffaello. I curatori dell’evento (Barbara Furlotti, Guido Rebecchini e Linda Wolk-Simon) hanno però voluto privilegiare un aspetto particolare e inconsueto del grande artista rinascimentale: le immagini erotiche e la loro interazione con le invenzioni figurative della prima metà del Cinquecento in Italia.

Le opere esposte provengono da venti istituzioni italiane e straniere. Tra loro, il Metropolitan Museum di New York; l’Ermitage di San Pietroburgo; il Louvre di Parigi; il British Museum di Londra; il Rijksmuseum di Amsterdam; la Galleria Borghese di Roma, la Galleria degli Uffizi e il Museo del Bargello di Firenze. Si spazia dai disegni ai dipinti, dalle sculture alle incisioni, dalle maioliche agli arazzi. E i soggetti (non tutti) sono esplicitamente erotici e sono accompagnati da sonetti licenziosi di Pietro Aretino. In particolare, la mostra accentra la sua attenzione sul monumentale dipinto di Giulio Romano, intitolato I due amanti (163×337 cm) e proveniente dall’Ermitage.

La magia di Palazzo Te

L’invenzione più fortunata, per non dire inevitabile, è la location della mostra: quel Palazzo Te che è il capolavoro di Giulio Romano (1492 o 1499-1546). Sorge nella prima periferia di Mantova ed è stato ideato e costruito per i Gonzaga tra il 1524 e il 1534. Si tratta di una villa suburbana nata come cornice delle feste della corte ducale. L’interno è interamente affrescato dal grande artista che ha lasciato due veri e propri capolavori: la sala dei Giganti e la sala di Amore e Psiche. Ma la magia del luogo è determinata dal fatto che sia la struttura muraria (simile a una grande villa romana, con continui rapporti tra interno ed esterno, tra verde e acqua) sia l’impianto pittorico, trasmettono un’unità di visione che rispecchia per intero la personalità dell’allievo di Raffaello.

Il fascino di Giulio Romano

D’altra parte stiamo parlando davvero di un artista unico. Giulio Romano racchiude in sé il crepuscolo della grande stagione del Rinascimento che trascolora nel manierismo. Ed è intrigante, nel passare le sale di Palazzo Te, notare da un lato la lezione del grande Urbinate e dall’altro l’inizio del sensazionalismo manierista che, passando dal Giambologna, precorre l’altra grande stagione: il Barocco di Bernini e Borromini e anticipa il Caravaggio.
Insomma, Giulio Pippi de’ Jannuzzi (questo il vero nome, Romano deriva dal suo luogo di nascita) è grande nella pittura come nell’architettura, che brilla nella sua casa mantovana (emulo, in quello, di Mantegna) come nella ricostruzione dell’abbazia di San Benedetto in Polirone o nei disegni per il duomo di Mantova.

Il pittore licenzioso

Ma come mai la mostra mantovana (affiancata da un altro evento a Palazzo Ducale sempre dedicato all’artista) si snoda sulla falsariga dei disegni erotici? Perché tutto il Rinascimento era allusivo. Ricordiamo che, oltre alle corti, la grande committente degli artisti era la Chiesa, che, ovviamente, non avrebbe permesso ostentazioni meno che castigate.

Siamo ai tempi del Braghettone che doveva ricoprire i nudi del Giudizio Universale, giusto per salvarlo dalla demolizione. Siamo vicini al Concilio di Trento che avrebbe dettato un severo altolà ai voli pindarici degli artisti. Ma allo stesso tempo siamo ai tempi del cardinal Bibbiena che si fa affrescare da Giulio Romano la “stufa” in Vaticano. La stufa è un piccolo locale che serviva da bagno. E questo potente cardinale prende a modello nientemeno che la recente scoperta Domus Aurea di Nerone e chiede affreschi in stile pompeiano, le grottesche, raffiguranti gli amori di Venere.

Dunque, l’amore per la trasgressione, il gusto del proibito, l’idea di poter raffigurare il corpo umano nudo nascondendosi dietro le Metamorfosi di Ovidio o l’Eneide di Virgilio. E Giulio Romano, molto più di Michelangelo, che della nudità vedeva l’aspetto eroico si diletta, e diletta ancora noi, con racconti pittorici degni di Fragonard e Boucher.

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