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Giuseppe Conte: burattino o burattinaio?

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Giuseppe Conte è alle prese con una difficile trattativa per passare da premier del governo giallo-verde a quello giallo-rosso. Ma chi è davvero l’ultimo e forse il prossimo inquilino di palazzo Chigi? L’avvocato del popolo, come si era definito in Parlamento nel 2018, oppure il disinvolto manovratore di questi ultimi giorni? Il burattino, com’è stato chiamato dal belga Verhofstad al Parlamento europeo, o il burattinaio, come l’ha definito il quotidiano francese Le Figaro?

L’epoca scudocrociata

Per rispondere partiamo da De Gasperi e dalla nascita della Repubblica. La lista è lunga: Fanfani, Pella, Scelba, Segni, Tambroni, Leone, Moro, Rumor, Colombo, Andreotti, Cossiga, Forlani. Dal 1946 al 1983, per quasi quarant’anni, i presidenti del Consiglio sono tutti targati Democrazia cristiana. Tutti ad esclusione del repubblicano Spadolini, il primo “laico”, un esperimento quasi in vitro di Pertini che voleva spianare la strada a una presidenza Craxi.

Di ognuno dei big della Dc si conosceva cursus honorum e background culturale. Partiti dalla sagrestia, dagli scout o dall’oratorio, i potenti democristiani erano quasi tutti passati per il seggio in Parlamento e spesso erano stati ministri dell’Interno prima di sedere a palazzo Chigi.

Iscritti alla Dc fin dalla più tenera età, partecipavano a congressi combattuti, fondavano correnti (forze nuove, dorotei, san Genesio, nuove cronache, basisti e via inventando) ed erano fortemente radicati nella loro circoscrizione elettorale. Coccolavano i loro elettori dai quali non potevano allontanarsi, pena un inesorabile declino politico.

Craxi e l’alieno

Del secondo presidente “laico”, Bettino Craxi, si sapeva tutto. Dalla carriera locale a Milano al congresso del Midas, quando il giovane dirigente con un gruppo di fedelissimi scardinava la segreteria De Martino e riusciva a farsi incoronare capo del Psi.

Dopo di lui tornano i Dc; ancora Fanfani, poi Goria, De Mita e Andreotti, che deve lasciare il posto a Giuliano Amato nel 1992. Da Amato, delfino ed eminenza grigia di Craxi, si passa al primo presidente tecnico, Carlo Azelio Ciampi, forse il primo premier “alieno” e slegato dai partiti. Ma per lui parlava la lunga esperienza in Bankitalia che ne faceva un grand commis, un fedele servitore dello Stato.

Da Arcore a Gentiloni

E siamo al 1994 e al primo governo Berlusconi. Un imprenditore amico di Craxi che fonda un partito azienda e vince le elezioni. Un breve intermezzo di un altro big di Bankitalia con Lamberto Dini, e poi torna la politica col primo governo Prodi, altro Democristiano doc.

Nel 1998 siamo al primo presidente comunista, Massimo D’Alema, seguito da Giuliano Amato. Poi, tra il 2001 e il 2011 si alternano governi Berlusconi e Prodi. Nel 2011 arriva Mario Monti. Un signor nessuno? Ma neanche per scherzo. Era stato due volte Commissario europeo, designato la prima volta da Berlusconi e la seconda da D’Alema, tanto per dire com’era poco collaterale alle istituzioni.

Infine ecco Letta, Renzi e Gentiloni, e siamo agli immediati predecessori di Giuseppe Conte, che avevano lo stesso background di Pella o Tambroni: la corsa all’interno del partito, l’impegno a livello locale, il passaggio negli organismi dirigenti e via discorrendo.

Conte e la favola di Cenerentola

Questa cavalcata tra gli ex premier per certificare senza dubbio che Giuseppe Conte è davvero un “alieno”. Prima di lui, chi non era un politico a tutto tondo oppure non era stato in Banca d’Italia o alla Commissione Ue non si era mai seduto a palazzo Chigi.

Ma non basta. Il professore può vantare una carriera degna di “Cenerentola”: fino al 2018 era uno dei mille avvocati e docenti universitari italiani. Aveva solo avuto la fortuna di collaborare con Guido Alpa, uno dei migliori giuristi italiani, con solide frequentazioni istituzionali, e di avere come allievo il 5 Stelle Alfonso Bonafede. Bonafede avanza la sua candidatura a ministro della Pubblica amministrazione nel progetto di governo del Movimento che avrebbe dovuto vedere Di Maio come premier.

Quando nel corso delle convulse trattative tra Di Maio e Salvini i 5 Stelle capiscono che non riusciranno a conquistare palazzo Chigi, allora estraggono Giuseppe Conte dal cilindro. Il professore cinquantenne si presenta come uno stimato accademico, lontano dalla politica e non iscritto a nessun partito, dunque un nome “terzo” che avrebbe accontentato tutti.

Da burattino a burattinaio

E Giuseppe Conte diventa premier. E da premier, all’inizio impacciato e succube di Di Maio (ricordate il fuori onda “Lo posso dire questo?” e Di Maio risponde “No”?) piano piano prende gusto al suo ruolo di mediatore e pacificatore, spesso all’ombra del Quirinale. Riesce non male nei vertici internazionali, anche se torna a mani vuote ad esclusione dei due nei quali scongiura la procedura d’infrazione della Ue. E alla fine fa pure la voce grossa e dà a Salvini che ha aperto la crisi un benservito da ricordare.

A questo punto non è detto che l’assenza di esperienza politica di Giuseppe Conte sia un ostacolo al successo del suo tentativo di formare l’esecutivo 5 Stelle-Pd, le cui difficoltà sono sotto gli occhi di tutti. Non politico e non tecnico, Conte è un tertium genus che può fare tutto e il contrario di tutto. E infatti, altra sua caratteristica peculiare nella storia repubblicana, è l’unico capo del governo che potrebbe rimanere tale con due opposte maggioranze. Roba da far invidia allo stesso Andreotti, che pure sembrava averle viste tutte.

Resta un’ultima domanda: potremo attenderci dall’avvocato del popolo altre giravolte e altri giri di valzer? Probabilmente sì, ma di sicuro senza che la sua espressione sorridente e rassicurante si lasci scappare il benché minimo senso di vergogna.

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