Giustizia: in un’intervista pubblicata da La Stampa di Torino il presidente del locale tribunale, Massimo Terzi, esprime le sue personali “linee guida” per la ripartenza. Partendo dall’intervento del guardasigilli Bonafede in Senato nel quale lo stesso annuncia la fine dei processi virtuali a partire dal 1° luglio e il ritorno alla normalità, il presidente Terzi mette subito le mani avanti. «Normalità? Beh, non dipende da noi. Bisogna considerare il quadro sanitario. Credo che la riapertura debba avvenire con equilibrio. Ma avrebbe poco senso tornare a come era prima. Questa pandemia ha causato problemi, certo, ma dovrebbe essere una opportunità per migliorare. Le dico soltanto questo: il sistema Giustizia non è collassato con il personale “in presenza” soltanto due giorni a settimana perché in quelle ore poteva lavorare senza interruzioni. La produttività è aumentata del 50 per cento»; e aggiunge: «Mi sembra ottima la prassi di chiedere documentazione via mail anziché di persona. Anche gli ingressi su appuntamento aiutano l’efficienza degli uffici».
Tribunali alla Zalone
Cosa vorrà dire che «il sistema non è collassato»? Durante la pandemia il sistema giustizia, già disastrato e spesso sanzionato dagli organi comunitari per la sua lentezza, è sceso al 10% del suo già comatoso rating. E non è collassato? Forse non se n’è accorto solo il serafico presidente torinese. Altra gaffe non da poco, a nostro parere, affermare che «la produttività è aumentata del 50 per cento» col personale presente solo due giorni a settimana… Dato che, secondo diverse notizie, il personale delle cancellerie non ha accesso da casa al sistema informatico del ministero, vuol dire che la curia torinese è popolata di centinaia di Checco Zalone che campano sul posto fisso senza muovere paglia.
Chi va in cancelleria?
Veniamo al «chiedere documentazione via mail anziché di persona». Vorremmo spiegare al presidente torinese, che forse nella sua carriera ha frequentato molto poco le cancellerie, che fino ad oggi (ieri?) l’accesso alla documentazione avveniva così: l’avvocato entra in cancelleria, tra i borbottii lievemente infastiditi degli operatori presenti che raramente alzano il capo dal loro lavoro; saluta, si avvicina all’armadio del giudice, trova la catasta dei fascicoli riuniti per udienza (deve conoscere, in anticipo, il nome del giudice e la data dell’udienza, ovvio), trova il suo fascicolo, lo porta alla più vicina fotocopiatrice, estrae le copie che gli servono, riporta il fascicolo esattamente dove l’ha trovato; poi, salutando sempre cortesemente, guadagna l’uscita. Lavoro del cancelliere? Nullo. Un vago borbottio che sostituisce il saluto.
Le mute di Portici
E durante la pandemia? Molto semplicemente la maggior parte delle cancellerie sono rimaste impermeabili a richieste a mezzo telefono, mail e pec. Silenti come la muta di Portici. È anche vero che, dal punto di vista della giustizia civile, l’informatizzazione ha ridotto moltissimo l’esigenza di recarsi fisicamente in tribunale per ritirare atti e documenti, che sono già disponibili sulle piattaforme informatiche; e, senz’altro, l’unica cosa buona della recente circolare Bonafede sarà l’obbligo di depositare in modo informatico anche gli atti introduttivi del giudizio.
Cosa vuol dire? Che finora, nonostante da anni sia in vigore l’obbligo di inviare in tribunale tutto in formato digitale, l’obbligo non si estendeva agli atti introduttivi. Spieghiamo meglio: l’atto che inizia il giudizio poteva fino ad oggi essere depositato in cartaceo. Documenti compresi. E molto spesso la grande massa dei documenti sono allegati proprio al primo atto. E certamente non era la cancelleria che si metteva a scannerizzare tutto. Dunque il processo civile nasceva cartaceo per diventare poi digitale. Che tutto questo sia finito ci sembra un bene, ma finisce lì. Perché l’accesso al tribunale solo su appuntamento – come adombrato dal presidente torinese – snatura completamente l’esercizio della giustizia, come la snaturerebbe il processo penale in streaming.
Agorà o smart working?
Il tribunale – lasciatelo dire da chi lo frequenta giornalmente da oltre un quarantennio – è la cosa più simile che esista all’agorà ateniese o al foro romano; l’incontro quotidiano tra giudici e avvocati, spesso casuale, in corridoio, è meglio di qualunque corso di aggiornamento. Perché tra gli avvocati ci sono anche professori universitari o comunque cultori di determinate materie che nello scambio di opinioni col magistrato riescono a fargli cambiare opinione più spesso di quanto s’immagini. E viceversa, è ovvio: l’avvocato deve, si ribadisce, deve, parlando col cliente che vuole iniziare un giudizio, sapere com’è l’opinione dei magistrati del suo foro.
Magistrati che, a loro volta, indirizzano gli avvocati ad evitare determinati sbagli, avvertono che è cambiato l’orientamento sugli assegni di divorzio o sugli sfratti per uso diverso dall’abitazione. Nello stesso tempo l’avvocato comunica al giudice che la sua sentenza è stata cassata o riformata in appello, oppure confermata. Quante cause si sono evitate grazie all’incontro a tu per tu – spesso casuale – tra due avvocati che hanno deciso di mettersi d’accordo? Insomma, trasformare la giustizia in una serie di appuntamenti ad horas la renderebbe, e non ci si nasconde che molti magistrati lo preferirebbero, in un giudizio calato dall’alto come se fosse il Corpo di Cristo. L’avvocato dovrebbe genuflettersi, accettare la particola a mani giunte e allontanarsi a capo chino.
Tribunale e avvocati
Alberto de Sanctis, presidente della Camera Penale di Torino, strabuzza gli occhi nel leggere le dichiarazioni del presidente del tribunale, Massimo Terzi. E commenta: «Peccato che le cancellerie non siano solo al servizio dei giudici ma anche delle parti, del pubblico». E sullo smart working aggiunge: «È stata consentita quella modalità di lavoro in un settore dove era impossibile applicarla. Il personale non ha gli accessi alla rete interna. Ma se anche li avesse cambierebbe poco: come fa un cancelliere a darmi la copia di un documento se lavora da casa e il fascicolo è in ufficio?». Ma il più grave è che gli avvocati hanno accesso, dai loro studi, al processo civile telematico, mentre i cancellieri che lavorano in smart working no. «E sarebbe una riforma a costo zero», conclude il presidente dei penalisti torinesi.
Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.
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