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Giustizia: le domande del Corriere della sera (per conto dei giudici) e quelle dei lettori

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Giustizia: un articolo del Corriere della Sera, a firma del giornalista Luigi Ferrarella, parla della “seconda domanda”, che da qualche tempo si starebbero facendo i magistrati italiani. Da quando, pare di capire, è in carica il governo Meloni, sostenuto dalla maggioranza parlamentare di centrodestra. La prima, ovviamente, è: chi ha ragione, nelle cause che vengono loro prospettate nei tribunali? La seconda domanda, invece, sarebbe: che cosa rischiamo, se prendiamo la decisione verso cui ci stiamo orientando per legge? Ci accadrà qualcosa di bello o di brutto? Ci troveremo la vita setacciata dal ministro e dai suoi media fiancheggiatori? Saremo favoriti o danneggiati, nei contesti istituzionali che avranno voce in capitolo sulla nostra vita professionale? 

Da La Russa ad Apostolico

Il cronista di giudiziaria del quotidiano di via Solferino affastella, nel suo articolo del 9 ottobre, casi molto diversi tra loro. Si va da vicende direttamente (La Russa figlio), ovvero indirettamente individuate (DelmastroDonzelli e Santanchè), a casi genericamente evocati perché purtroppo ricorrenti (femminicidi, caporalato); per finire con ipotesi fortunatamente remote (violenze su soggetti sottoposti a misure di privazione o limitazione della libertà). Va da sé, però, che il caso che ispira tutta la riflessione sia quello di Iolanda Apostolico, il magistrato del Tribunale di Catania che ha disapplicato il decreto-legge governativo in materia di trattenimento dei richiedenti asilo provenienti da Paesi sicuri. 

L’originale e la copia

Non ci diffonderemo, qui, nel merito giuridico di questa vicenda. Né dei successivi polveroni mediatici, sollevati dalla scoperta e dal rilancio del filmato di 5 anni fa, relativo alla partecipazione della signora Apostolico a una manifestazione contro il trattenimento dei migranti, deciso dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Qui ci interessa riflettere sul fatto che il Corriere della Sera abbia assunto una posizione molto netta sulla politica della Giustizia del governo Meloni: vale a dire affermare che consisterebbe nel volere mettere diritto e giurisdizione sotto i piedi. E ci piace interrogarci anche in ordine a un altro fatto; ossia che, parlando di immigrazione irrispettosa delle regole, il Corriere si schieri di fatto a suo favore. Si tratta di due posizioni sorprendenti: la prima, relativamente sorprendente; la seconda, decisamente tale. Lo diciamo perché il quotidiano che è ancora il più venduto in Italia, se non dovesse mantenere una certa trasversalità d’opinione e transitasse nel campo delle testate d’area, sarebbe indistinguibile da quelle originali, che si fanno sempre preferire.

Opinioni… opinabili

Parlando della prima questione, è, in senso lato, almeno controversa. Che questo governo e la maggioranza di cui è l’espressione vogliano asservire la giurisdizione è tutto da vedere. È un’opinione, come tale anche non condivisibile. E si può non condividerla in sensi diversi. Andiamo a spiegarci.

Non è accettabile che l’assetto della giurisdizione attualmente in essere in Italia sia considerato l’unico lecito e possibile. Esistono, altrove, assetti della giurisdizione diversi, senza che questi ultimi rivestano necessariamente caratteri patologici. Anzitutto, onestà intellettuale e competenza impongono che si distingua tra giurisdizioni diverse: ordinaria, amministrativa, militare, e così via. Poi, bisogna porre attenzione alla differenza tra amministrazione della giustizia civile e amministrazione della giustizia penale. Infine (ma assolutamente non per importanza), bisogna considerare distintamente i profili dei giudici (i giudicanti, quelli che esercitano il potere di giurisdizione propriamente detto) e degli altri magistrati, che giudici non sono (i pubblici ministeri). 

I giudici, non diciamo asserviti, ma anche meramente non tutelati dai rispettivi ordinamenti contro le possibili ingerenze degli altri poteri, non sono compatibili con lo Stato di diritto e democratico. Il discorso relativo agli altri magistrati è completamente diverso. In tutti i casi, si può ritenere sia che l’attuale maggioranza parlamentare sia troppo sbilanciata nel senso di una ridefinizione dell’equilibrio tra poteri dello Stato, sia che essa abbia trascurato sinora di attendere a quest’esigenza.

Sapersi limitare

Permetteteci, però, di aggiungere un’altra considerazione, riguardo ai giudici. Detto che la delicatezza del loro compito – disporre della libertà e dei diritti delle persone – è tale da esigere la riduzione al minimo degli interventi sul loro operato da parte di organi appartenenti ad altri poteri, non si può non fare un appello alla loro coscienza. È il giudice che deve, per primo e da sé, limitarsi ragionevolmente.  I magistrati non dovrebbero affatto ignorare quando le loro decisioni siano tali da assumere, in concreto, un rilievo direttamente politico. E dovrebbero, per quanto possibile, desistere dal sostituirsi a quanti, diversamente da loro, tipicamente rivestono autorità ed esercitano funzioni politiche.

Credibilità e rapporti di forza

Da ultimo, c’è la questione di merito trattata dal magistrato di Catania, inerente alla gestione delle politiche di asilo e dei fenomeni migratori irregolari. Qui siamo di fronte a un giudice che disapplica direttamente (può farlo) le norme interne, in nome della loro presunta contrarietà alle normative comunitarie. E, per farlo, asseconda motivazioni (pure non formalmente determinanti ai fini della sua decisione) surreali, allegate dalle difese dei richiedenti asilo: voglio farmi curare a spese degli italiani anziché dei tunisini; avevo un creditore arrabbiato alle calcagna; mi cercavano i cercatori d’oro e via dicendo…

Dinanzi a un conflitto come questo, che rischia di travolgere la residua credibilità delle istituzioni nazionali (varranno pure qualcosa anche queste, oltre a quelle europee e internazionali!), il Corriere della Sera non ha dubbi. E schiera una delle sue due firme giudiziarie contro il Potere Esecutivo e quello Legislativo, quasi che di eccentrico, in questa vicenda, vi sia solo una normativa interna di dubbia compatibilità con le disposizioni europee.

Il Corriere risparmi ai suoi lettori almeno il finto equivoco delle decisioni “secondo legge”. Il giudice “bocca della legge” era una suggestione della Rivoluzione francese, nel contesto della quale l’unico automatismo era quello della ghigliottina. Il diritto positivo è il frutto dei rapporti di forza socio-culturali, economici e (se non dovesse essere una bestemmia) anche politici. Di questi, l’amministrazione della giustizia – cioè, l’applicazione della legge attraverso la sua interpretazione – è parte integrante.

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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