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Gli 80 anni della Repubblica Italiana e i “fil rouge” che ci legano da quel 2 giugno 1946

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La Repubblica Italiana compie 80 anni. Nasce il 2 giugno 1946: referendum istituzionale nell’allora Regno d’Italia per decidere se mantenere la forma monarchica dello Stato, ovvero optare per quella repubblicana. Da allora quest’ultima è diventata la nostra divisa, facendoci finalmente agganciare il treno della compiuta modernità politica.

Il clima in cui maturò il risultato era autenticamente storico. Il Paese era infatti reduce da un insieme di eventi di portata eccezionale, anche per nazioni di tradizione ben più risalente della nostra. Parliamo delle due Guerre mondiali, nel mezzo vent’anni di regime dittatoriale fascista e infine la lotta ingaggiata dalla Resistenza, che aveva assunto in mezza Italia i tratti stessi di una guerra civile.

In oltre tre quarti di secolo, le vicende repubblicane sono state anche molto diverse e questo era inevitabile per ragioni di principio (il tempo è cambiamento) e pratiche (anche prima della globalizzazione e della rivoluzione digitale, tutti erano variamente influenzati dagli altri e viceversa). Tuttavia, ci sono dei fil rouge che tengono insieme la dinamica delle nostre vicissitudini collettive. Facendo una rapida carrellata delle principali tappe di questa storia, cercheremo di evidenziarli.

Sovranità popolare e suffragio universale

Prima, però, dobbiamo dire qualcosa sull’importanza del 2 giugno di 80 anni fa. Con la celebrazione del referendum istituzionale, si affermarono due principi capitali e nuovi per l’Italia: la sovranità popolare e il suffragio universale.

Il conferimento della scelta della forma istituzionale dello Stato ai cittadini determinava ipso facto per loro l’archiviazione della condizione di sudditi. Da questo punto di vista, si può dire che la “Res” fosse già diventata “publica” con il riconoscimento del potere costituente in capo al popolo. Infatti, la Costituzione che sarebbe sortita dai lavori dell’Assemblea costituente, eletta contestualmente al voto sulla forma istituzionale, sarebbe stata per l’appunto votata dai rappresentanti dei cittadini e non più concessa dalla Corona, come lo Statuto Albertino del secolo precedente. Il cambiamento era epocale, al di là della percezione immediata della massa dei contemporanei. Questo era tanto più vero nel caso dell’Italia, in cui il carattere costituzionale della Monarchia era molto meno sostanziale di quanto già non fosse negli altri grandi Paesi ancora non repubblicani del tempo.

Quanto al suffragio universale, ricordiamo che il 2 giugno 1946 divenne effettivo sia qualitativamente – la sovranità del popolo, cioè la Repubblica, vuole dire eguaglianza – sia quantitativamente, nel senso che in quell’occasione le donne votarono per la prima volta. Il suffragio più largo consentito sotto la Monarchia dallo Stato liberale era quello universale maschile, risalente a Giovanni Giolitti (1913).

Lo stinto liberalismo di Casa Savoia 

Una parola a sé merita la parte sconfitta del referendum, la Monarchia, o per meglio dire la sua forma storica nazionale, cioè la dinastia Savoia. I fatti avevano già condannato la Real Casa prima della consultazione popolare. Non parliamo soltanto della guerra persa e prima ancora, risalendo, le leggi razziali, il colonialismo anacronistico, il radicamento del regime dopo la fascistizzazione dello Stato, la copertura del delitto Matteotti e la stessa accondiscendenza alla cosiddetta Marcia su Roma.

La monarchia sabauda era stata sempre di debolissime convinzioni liberali. Era infatti approdata tardivamente alla formalità costituzionale, quando le altre grandi monarchie (dietro ai loro Paesi, ovviamente) avevano già compiuto il passaggio dallo Stato liberale a quello sociale. Lo scarso rispetto dei Savoia per il popolo si era manifestato soprattutto nella Grande Guerra, quando la vittoria era stata fatta largamente dipendere dalla “carne da cannone”, gettata senza troppi riguardi nelle trincee.

Nonostante la verginità politica di Umberto II, il “Re di maggio” del 1946, le scelte infelici e dettate dalla paura di suo padre Vittorio Emanuele III avevano già fatto deragliare il convoglio reale. Al figlio toccò liquidare un’esperienza complessa benché breve, i cui meriti risorgimentali furono sepolti dalle complicità fasciste. Umberto lasciò il Paese per l’esilio portoghese senza vellicare le resistenze conservatrici e, tuttavia, il suo proclama del 13 giugno (nel contesto della polemica con il governo di Alcide De Gasperi) conteneva un’affermazione incredibile.

Scriveva infatti il Re ormai deposto che, procedendo il Governo a commissariare la guida dello Stato prima che la Corte di Cassazione si fosse pronunciata sui reclami vertenti sull’esito del referendum, era stato leso «il potere indipendente e sovrano della Magistratura». Ecco un filo rosso che s’intravede nella matassa: persino chi era stato Re sposava la sovranità diffusa, cioè il proliferare di tante sovranità!

Dalla Costituente ai giorni nostri

L’altro filo rosso che si dipana lungo la storia della Repubblica, accanto alla sovranità diffusa o meglio autoreferenzialità spinta, è il compromesso. Un compromesso fu l’Assemblea costituente: compromesso come metodo per scrivere la Costituzione della neonata Repubblica e compromesso in se stessa, perché era contemporaneamente Parlamento in attesa delle prime elezioni politiche. Un altro compromesso era stato delegare ai partiti non solo l’ovvio compito di scrivere la Carta, ma anche quello di votarsela, ritirando subito il potere costituente riconosciuto al popolo con la scelta della forma istituzionale. 

L’ordalia elettorale del 1948 – ovest/est, democrazia/dittatura – vide prevalere la Democrazia cristiana, che inaugurò il suo lungo predominio con l’epoca forse più efficace del suo governo, quella del centrismo degasperiano. L’Italia sfruttò l’effetto ripartenza dal disastro post-bellico, ma De Gasperi seppe mettere a frutto anche le lezioni di buona amministrazione che gli venivano dalle sue origini austriache.

Con gli anni ‘60 fu il turno del centrosinistra fanfaniano e moroteo. Potremmo riassumerlo come un sano riformismo, consapevole della necessità di alcuni cambiamenti e determinato a realizzarli, ma senza perdere la bussola e il radicamento nella tradizione del popolo italiano.

Il 68 e gli anni ’70, caratterizzati dallo sfondamento del Pci nei campi della cultura e del costume, e dalla sua penetrazione nella magistratura associata, sono stati un tempo di riformismo più aggressivo e a tratti eversivo della nostra cultura popolare e cristiana. Cominciati all’insegna del compromesso storico, si sono conclusi con la solidarietà nazionale per fronteggiare il terrorismo e il dramma del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro.

Gli anni ’80 e i primi ‘90 hanno visto succedersi l’avventura craxiana (governare poteva voler dire decidere, anche se non sempre per il meglio), i rivolgimenti europei susseguenti alla fine dell’Urss e le offensive giudiziarie antimafia e anticorruzione. 

Con la seconda metà degli anni ’90 inizia il ventennio berlusconiano. I trionfi e la centralità politica di Silvio l’arcitaliano seguono il cambiamento della legge elettorale in senso maggioritario, con la fine dei partiti della Costituente, e inaugurano un bipolarismo che non esitiamo a definire macchiettistico, caricaturale. Le forme istituzionali non cambiano né con Berlusconi, né con quanti dopo di lui ci hanno riprovato (Renzi e parzialmente Meloni).

La sovranità se ne va verso l’Unione europea (per cercare riparo dalle diffidenze sulla sostenibilità del nostro gigantesco debito pubblico) e verso i poteri tecno-economici. Oggi siamo stretti tra stagnazione, condanna demografica e rinnovati vincoli esterni, in un contesto internazionale non più bipolare ma multilaterale, quindi forse meno ingiusto e certamente più instabile.

Avventura e destino comuni

L’augurio che facciamo alla nostra ottuagenaria Repubblica è di riuscire a mettere effettivamente radici tra di noi. Non basta non avere un Re per essere una Repubblica. Tanto peggio se sostituissimo a quella del monarca tante altre “sovranità”: magistrature, autonomie locali, corpi costituiti, ordini professionali, sindacati e via dicendo.

Occorre sentirsi parte di un’avventura e un destino comuni, pubblici appunto. A Massimo d’Azeglio, predecessore di Camillo Benso di Cavour nel governo di quel Regno di Sardegna che avrebbe realizzato per successive annessioni il Regno d’Italia, si attribuisce la celebre frase: «Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani». A noi sembra che le cose non siano ancora cambiate a sufficienza. Se vivrà davvero la Repubblica, allora vivrà veramente anche l’Italia.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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