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Governo: tra nuovi sacerdoti e vecchi riti, cronaca di uno stallo annunciato

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Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Governo: cronaca di uno stallo annunciato. Non c’è altro titolo, pensando agli oltre 50 giorni trascorsi invano dalle elezioni del 4 marzo scorso. A oggi, siamo al secondo mandato esplorativo conferito dal Capo dello Stato. Dopo il presidente del Senato Casellati, è il turno di quello della Camera Fico. Come Casellati ha sondato il terreno di un’impossibile maggioranza centrodestra-5 Stelle, Fico farà altrettanto con una (possibile?) maggioranza 5 Stelle-Pd.
Il punto, però, secondo noi è un altro. Quanto sta andando in scena non solo non è un inedito nella storia repubblicana. È anche qualcosa di prevedibile e previsto, almeno dal gennaio dell’anno scorso. Vediamo perché.

 Italicum: scaduto prima del consumo

La sentenza numero 35/2017 della Corte Costituzionale è il necessario punto di partenza. Con questa decisione, la Consulta ha fatto strame dell’Italicum, la legge elettorale voluta da Matteo Renzi due anni prima.

Imposta a colpi di voti di fiducia alla maggioranza raccogliticcia e recalcitrante che il Fiorentino aveva costruito, era un mezzo enigma. Di buono, aveva che, prevedendo il ballottaggio per l’assegnazione del premio di maggioranza, avrebbe molto probabilmente assicurato governabilità. Di cattivo, aveva soprattutto un dettaglio, rivelatore della gigantesca ambiguità in cui era maturata la sua approvazione. Italicum, cioè, valeva solo per la Camera. Questo perché era stata promulgata quasi sotto una condizione sospensiva. Vale a dire, che il referendum dell’anno dopo approvasse la riforma costituzionale, rendendo indiretta l’elezione dei membri di Palazzo Madama.

Forse, Renzi dubitava che l’Italicum gli convenisse sin da quando l’ha fatto approvare. Temeva evidentemente di perdere l’eventuale ballottaggio contro il Movimento 5 Stelle, quando non anche di restarne escluso. A ogni modo, si sa com’è andato poi il referendum del 4 dicembre 2016. E così, come aveva fortemente voluto chi aveva inopinatamente agganciato l’Italicum alla riforma Boschi, la prima ha seguito la seconda nel burrone. Basti ricordare che i giudici costituzionali hanno posticipato appositamente l’udienza sulla legge elettorale, per attendere l’esito del responso referendario. E poi hanno decapitato l’Italicum del ballottaggio, lasciando sul terreno un proporzionale puro, per di più scoordinato fra le due Camere.

Rosatellum: tra guelfi e ghibellini

 All’Italicum è succeduto il Rosatellum. È la legge con cui abbiamo votato poco meno di due mesi fa, dal nome di Rosato, capogruppo Pd della scorsa legislatura. È un ottimo sistema per contarsi, come facevamo già tra il XII e il XIV secolo guelfi e ghibellini. Solo che adesso le fazioni sono diventate tre, più qualche sporadico drappello di mercenari di ventura. È una legge disseminata di ostacoli e gingilli, per i solutori più esperti e tenaci di enigmi normativi. Per esempio: col sistema (di per sé scandaloso) delle candidature multiple, sembra abbia sortito di far eleggere meno donne del previsto nel Palazzo. Alla faccia delle quote rosa e dei vincoli di legge.

Per stare alla sostanza, il Rosatellum ha sottratto al suffragio universale la scelta di 2/3 degli eletti. E ci ha lasciato senza una maggioranza e senza un governo dopo le elezioni. Non per niente, era il più alto compromesso raggiungibile in Parlamento, ci hanno detto. E qualcuno ce l’ha anche ripetuto, come Berlusconi, che sarebbe disposto a riparlarne solo per allontanare lo spettro del ritorno anticipato alle urne.

Nuovo governo e liturgie del passato

Anche solo con due premesse formali come queste, si sarebbe forse potuto dubitare di come si sarebbero trascinate le cose? Senza contare, naturalmente, le divergenze di programma tra i tre schieramenti, sparate con la massima visibilità durante la campagna elettorale.

È per questo che l’itinerario seguito dal Quirinale per la formazione dell’esecutivo, sia pure ineccepibile sul piano della prassi costituzionale, finora non ha favorito la necessaria accelerazione. Che lo stallo ci sarebbe stato si sapeva anzitempo. Mattarella, dopo la formalità di un giro di consultazioni, avrebbe potuto dare subito l’incarico a Matteo Salvini. E, in caso d’insuccesso, a Luigi Di Maio. Se l’avessero rifiutato, ovvero avessero fallito, sarebbe toccata al Quirinale la scelta fra le elezioni anticipate e un governo tecnico. Come, salvo sorprese, gli toccherà comunque fare tra il 25 aprile e il 1° maggio.
Non vorremmo che lo stallo sia la rivincita delle liturgie del passato: quasi qualcosa di compiaciuto, benché con ostentata gravità. Anche perché, purtroppo, non sembra che il vecchio rito della politica sia mai stato davvero aggiornato, nel nostro Paese.

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