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Il green pass di Draghi farà saltare il centrodestra?

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Mario Draghi e le proteste di piazza contro il Green pass

Green pass: quello che avrebbe dovuto essere il jolly contro nuove chiusure e il temibile lockdown, si sta rivelando fonte di inesauribili polemiche, ancora prima di trovare applicazione, manifestazioni di piazza comprese. Il G-day è fissato al prossimo 6 agosto: lo ha stabilito il Consiglio dei ministri di giovedì scorso. Tuttavia, è stata la conferenza stampa di Mario Draghi dopo la riunione del Governo a dare il via ad una spirale di reazioni, che non si è ancora interrotta. 

L’avvertimento

Secondo molti commentatori, le parole del presidente del Consiglio avrebbero segnato l’inizio della seconda fase della sua esperienza a palazzo Chigi. Draghi avrebbe giocato d’anticipo rispetto all’inizio del semestre bianco, il prossimo 3 agosto. Una sorta di avviso ai naviganti della maggioranza trasversale: niente scherzi, l’impossibilità per il capo dello Stato di sciogliere anticipatamente le Camere non equivale al “Liberi tutti”. Ne va della credibilità europea del Paese, in pieno periodo di erogazione dei fondi per la ripresa post-Covid. Forse, però, l’obiettivo del premier – e, comunque, l’effetto del suo governo – è normalizzare, o meglio ancora disarticolare definitivamente, il centrodestra italiano.

Il dogma vaccinale 

Che cosa ha detto di tanto eclatante Super Mario? Ha scelto, stranamente, un tono sopra le righe. Mano di velluto in guanto di ferro, invertendo il modo di dire. “L’appello a non vaccinarsi è l’appello a morire, sostanzialmente. Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire: non ti vaccini, ti ammali, contagi, qualcuno muore”. Bersaglio grosso nel mirino: Matteo Salvini, che pochi giorni prima aveva escluso l’utilità del vaccino per i giovani (specie i minori) e fatto intendere che tra 40 e 60 anni bisognerebbe lasciare del tutto libertà di scelta.

Draghi, invece, non lascia adito a dubbi. Se c’è una parola d’ordine, condivisa a livello internazionale, noi non possiamo sottrarci al farla nostra. Oggi questa parola è il vaccino. Lo schema è quello del dogma e dell’eresia. C’è un canone anche della fede laica; chi non vi si conforma è fuori, cioè scomunicato. A questo punto, qualcuno potrebbe chiedersi dove sia finito il celebre pragmatismo del presidente del Consiglio. Semplicemente, esso consiste nell’accettare il mantra della comunicazione e dell’establishment. Detto, fatto: vaccinarsi significa vivere e lasciar vivere, non vaccinarsi significa morire e far morire.

Se al Governo vuoi andare…

Sicché, secondo noi, più che un richiamo all’ordine per la sua maggioranza, il premier ha confermato che il suo Governo è la casa di correzione (quando non anche di disarticolazione) del centrodestra italiano. Se la Lega e, eventualmente, Fratelli d’Italia volessero, domani, egemonizzare un centrodestra di governo, dovranno assumere posizioni accettate a livello euro-atlantico. Quali che esse siano, s’intende.

L’idea che Draghi volesse mettere in riga la maggioranza non ci sembra quella più azzeccata. Il premier non soffre di alternative credibili, soprattutto perché Draghi era Super Mario già prima di insediarsi a palazzo Chigi. Non ha bisogno di stare dove sta. Sono i partiti che gli chiedono di fare la parte che non piace a loro. Il presidente del Consiglio, però, li richiama anzitutto alla professione di fede, sotto pena di scomunica. Tanto, poi, il lavoro sporco (elettoralmente parlando) lo fa il Governo un po’ alla volta: oggi il green pass; domani, magari, l’obbligo vaccinale, se l’immunità di gregge non dovesse essere raggiunta.

Giorgia, attenta al fuorigioco! 

Incredibilmente, dal nostro punto di vista almeno, Giorgia Meloni si è fatta lasciare da Draghi in fuorigioco non di centimetri, ma di metri. La leader di Fratelli d’Italia sembra sempre sul punto di spiccare il volo, poi però si trattiene e si riaccomoda. 

Il suo problema ci sembra essenzialmente di metodo. I contenuti, ovviamente, ognuno è libero di giudicarli come crede. Non si può vellicare qualsiasi opinione, senza specificare per quale motivo la si appoggi. Se ci si schiera contro il green pass, si deve specificare perché. Perché il vaccino non proteggerebbe in assoluto dal contrarre il virus, anche se per lo più ne escluderebbe la degenerazione nelle forme più gravi della malattia? Perché gli esercenti non sono legalmente in grado di imporre l’esibizione del pass agli avventori recalcitranti? Perché il tampone (una delle 3 alternative, assieme al certificato vaccinale e a quello di avvenuta guarigione) non è accessibile facilmente a tutti? Perché non ci sarebbero attualmente abbastanza vaccini per soddisfare la domanda indotta dal nuovo regime di autorizzazione selettiva? Perché il Governo non ha il coraggio di stabilire direttamente (e con legge, passando per il Parlamento) l’obbligo vaccinale?

A seconda della motivazione, la contrarietà al green pass assume un significato diverso, che ciascuno è chiamato ad apprezzare. L’impressione lasciata dalla contrarietà generica, non meno che categorica, della Meloni è, invece, quella della pesca a strascico. Siccome le opinioni sono le più svariate, soprattutto fra i contrari alla misura, Fratelli d’Italia potenzialmente se le intesta tutte. Il passepartout è paventare la dittatura ed evocare l’incostituzionalità delle misure governative. Peccato che l’inflazione insensata, cui la sinistra ha sottoposto queste categorie negli ultimi 25 anni, le abbia leggermente deprezzate. Peccato, soprattutto, che buttarla in rissa continui ad abbassare il livello della politica.

 Gli imbarazzi di Salvini 

Chiudiamo con Matteo Salvini. La sua scelta di entrare nella maggioranza d’emergenza sapeva molto di tattica, all’inizio. Più passa il tempo, però e più sa di strategia, forse malgrado le sue stesse intenzioni. Il leader della Lega accetta lo schema prospettato implicitamente quando sono state poste le basi del Governo Draghi. Il presidente del Consiglio fa i fatti, i leader politici fanno le parole. Le due funzioni corrono, apparentemente, parallele. La responsabilità politica, piaccia o non piaccia, rimane però in capo a quanti, in Parlamento, confermano la fiducia al Governo. 

Qui sta il problema politico di Salvini e di tutta l’area di centrodestra. Da una parte, la Lega accetta di abbaiare ma non mordere e, del resto, in questo Parlamento non riuscirebbe comunque a farlo. Dall’altra, Fratelli d’Italia sta fuori dai giochi ma, senza elaborare ed articolare la sua posizione, finisce spesso in fuorigioco. In entrambe le declinazioni, al centrodestra sono richieste delle abiure. In qualche caso, potrebbero non essere inopportune delle correzioni di rotta. Per saper non cedere al fideismo esportato in politica, però, bisogna crescere in cultura politica, più che nei sondaggi.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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