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Grillo e l’attacco al Quirinale: diversivo o elogio della democrazia che non decide?

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Grillo all’attacco del Quirinale. Dal palco di “Italia a 5 Stelle”, annuale kermesse del Movimento, il comico punta dritto contro il colle più alto di Roma. E spiazza quanti se lo aspettavano sulle difensive, dopo il pasticciaccio brutto del decreto fiscale. Obbligando il partito e palazzo Chigi a dissociazioni formali e informali di circostanza, per il quieto vivere istituzionale.

La figuraccia rimediata da Di Maio sul condono, il vecchio uomo di spettacolo l’ha risolta con un gag muta, messa in scena con lo stesso vicepresidente del Consiglio. Il cofondatore ha porto al capo politico una manina finta da manichino, prima di prestarsi a un abbraccio di circostanza. E partire lancia in resta contro i poteri a suo dire spropositati del capo dello Stato italiano.
Ma le cose stanno davvero così? La prima cosa che è venuta in mente a molti, sentendo la tirata contro le competenze del Quirinale, è stato il ballon d’essai. Il diversivo spettacolare, utile a distogliere l’attenzione dalle miserie dei compromessi mal riusciti sotto la coperta sempre più lacera del contratto di governo. Ma c’è qualcosa di più.

Grillo e il vilipendio

Proprio perché è un comico, cioè un attore, Grillo non parla a vanvera, specie in un’occasione preparata. È il caso, allora, di considerare attentamente a quali poteri del Presidente della Repubblica il garante del Movimento si sia riferito nel suo intervento di domenica 21 ottobre. L’ha messa giù da esemplificazione. Ma gli esempi che ha portato vogliono dire qualcosa, anzi secondo noi parecchio.

Tanto per cominciare, ha introdotto l’argomento lamentando la perdurante sussistenza del reato di vilipendio, cioè della tutela penale dell’onore del capo dello Stato. Insomma, mettendo subito in chiaro che il problema è l’autorità costituita. L’opportunità di questo tipo di guarentigia è ampiamente discussa da tempo. E il problema non è neanche il conflitto d’interessi di Grillo, che, come ricordava lui stesso, andrà a processo per alcune passate dichiarazioni su Napolitano. Il punto è: il garante ha voluto, per caso, lanciare un messaggio in favore della libertà di espressione di qualunque cosa? Se, in tempi di fake news e di haters, a Grillo sembra questa la priorità, faccia pure. Ma non sembra riformistica una proposta politica che vellica lo spirito dei tempi, tra l’altro in ciò che non fa loro onore.

Ruoli di garanzia

Veniamo al dunque. Per dire in che cosa i poteri del Presidente della Repubblica non sono più in linea con il suo modo di pensare, Grillo si è riferito a due competenze in particolare. Vale a dire, il comando delle Forze armate e la presidenza del Consiglio superiore della magistratura (articolo 87 della Costituzione). In più, ha citato la potestà di nomina di 5 senatori a vita (articolo 59, comma 2°). Passiamole brevemente in rassegna.

  • L’alto comando delle Forze armate non ha portata effettiva. Il Presidente non si intromette nell’ordinaria gestione di esercito, marina e aeronautica. Presiede il Consiglio supremo di difesa, organismo di programmazione e di controllo, utile più che altro a tenere informato il capo dello Stato sulle politiche del Governo. L’alto comando è previsto a garanzia del principio di cui al 3° comma dell’articolo 52 della Carta fondamentale: “L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”.
  • La presidenza del Csm è una prerogativa più delicata. Dovrebbe servire a garantire indipendenza e autonomia all’autorità giudiziaria, ma anche a non consentirne l’arroccamento e la sottrazione alla leale collaborazione con gli altri poteri. Peccato che la Costituzione stessa depotenzi questa facoltà presidenziale, quando impone l’elezione del vicepresidente da parte del Consiglio. Così, l’alter ego del capo dello Stato nella gestione quotidiana del Csm non risponde al Presidente della Repubblica, che non dispone se non teoricamente del suo mandato.
  • La nomina dei senatori a vita è uno dei residui di potere regio sopravvissuti nel regime repubblicano. Se un tempo il problema era l’equilibrio con cui il Presidente faceva le sue scelte, oggi nessuno si scandalizzerebbe se si pensasse di cancellare l’istituto.

Controriforma o riformismo?

Il messaggio di Grillo, depurato della sua portata contingente di diversivo, si riduce insomma a elogio della democrazia che non decide. Infatti, anziché proporre che il vertice dello Stato sia elettivo a suffragio universale e per questo munito di più poteri, il comico genovese propone di sottrargliene a regime invariato. Dimostrando tra l’altro di non avere una precisa nozione di come una Costituzione sia un sistema congegnato come tale: in esso, tutto deve tenersi il più possibile.
L’ideologia di Grillo sembrerebbe una democrazia diretta senza ombra di mediazione istituzionale. Impossibile, con decine di milioni di abitanti, in un mondo interconnesso e interdipendente. Più probabilmente, il suo credo si riduce a un Paese dove ognuno fa un po’ come gli pare.

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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