Cultura

Guercino a Piacenza: in mostra anche il quadro più misterioso del Seicento

Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino: Et in Arcadia ego (1618)

Guercino a Piacenza” prosegue con grande successo. Basti pensare agli oltre 5mila visitatori del periodo pasquale che hanno visto la mostra. Ma quanti di loro si saranno soffermati nella sontuosa cappella ducale del Caramosino di Palazzo Farnese davanti al quadro “Et in Arcadia ego“? Si tratta di un dipinto del Guercino che per gli amanti del mistero rappresenta un vero e proprio totem. Ecco la sua storia.

Dipinto a Venezia

Il quadro di solito è esposto alla Galleria nazionale di palazzo Barberini, a Roma. Risale agli anni tra il 1618 e il 1622. Ed è stato eseguito durante il periodo veneziano del Guercino, prima del suo soggiorno romano. Rappresenta due giovani pastori che sbucano da una fitta boscaglia e guardano un teschio, poggiato su una pila di mattoni, sul quale è posata una mosca. E sulla pila di mattoni è incisa la frase “Et in Arcadia ego”.

Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino: Autoritratto (1635)

Parole misteriose

Diciamo subito che ad oggi nessuno è riuscito a decifrare la frase, se non andando per supposizioni. Letteralmente significa semplicemente “anch’io sono in Arcadia”. Ma che cosa vuol dire? L’Arcadia è una regione storica della Grecia, a sud di Atene. Ma dalla fine del Rinascimento e fino al Romanticismo, l’Arcadia è stata identificata con un luogo letterario immaginario. Dove l’uomo vive in perfetta armonia con la natura, una sorta di paradiso terrestre. Di conseguenza per alcuni la frase misteriosa significa che la morte (rappresentata dal teschio) è presente anche in un luogo idilliaco come l’Arcadia (“io sono presente addirittura in Arcadia”). Per altri invece significa che anche chi aveva raggiunto la gloria terrena (Arcadia) aveva dovuto soccombere alla morte.

Una moda del Seicento

In ognuno dei casi, poteva trattarsi di un normalissimo memento mori. E cioè dell’avvertimento che ogni velleità terrena è prima o poi destinata a perire. I memento mori come le analoghe vanitas e i cupio dissolvi (desiderio di fondersi ed annullarsi nella natura al momento della morte) erano molto di moda nella Venezia del Seicento. Dunque, è del tutto naturale che il Guercino ne avesse fatto il soggetto di un dipinto. Ma è stato comunque il primo ad ispirarsi a questa frase. E pochi anni dopo un altro pittore molto in voga segue le sue orme.

I Pastori dell’Arcadia di Poussin

Nicolas Poussin (1594-1665), pittore francese contemporaneo del Guercino (1591-1666), ne realizza successivamente addirittura due versioni, il cui titolo originale è sempre “Pastori dell’Arcadia”. Una nel 1627 (oggi a Chatsworth House, in Inghilterra). E una seconda nel 1640 (esposta al Louvre). In entrambi i casi rivela chiaramente la sua ascendenza dal grande pittore emiliano. Sulla tomba, che è la protagonista dei dipinti è incisa infatti la stessa frase: “Et in Arcadia ego”, esaminata con attenzione dai pastori che le stanno attorno. Secondo i critici, la donna che li accompagna è la personificazione della morte.

Nicolas Poussin; Pastori dell’Arcadia (1640)

Dal Web al Santo Graal

Anche sul web si sprecano commenti e interpretazioni più o meno esoteriche che cercano di spiegare questa misteriosa vicenda. Secondo alcuni “Et in Arcadia ego” è un’anagramma. E cela un’altra frase: “Tego Arcana Dei”, da tradursi con “vattene, io celo i misteri di Dio”. Secondo altri l’anagramma va letto come “Arcam Dei Tango Iesu”, che dovrebbe significare “Io tocco la tomba di Dio – Gesù“. Altri ancora (i più visionari di tutti) affermano senza timore di smentita che il paesaggio dipinto da Nicolas Poussin sia identificabile. Si tratterebbe dei dintorni di Rennes le-Château, alle pendici dei Pirenei francesi. E che di conseguenza la tomba sia il luogo dove è celato il Santo Graal. Anche per Dan Brown, l’autore de “Il codice da Vinci”, Nicolas Poussin era uno dei gran maestri del priorato di Sion assieme a Leonardo da Vinci, Isaac Newton, Sandro Botticelli, Victor Hugo, Claude Debussy e Jean Cocteau.

Guercino e Umberto Eco

Allora anche il Guercino era partecipe di una “scienza occulta” che accomuna i Templari, i Rosacroce e i protocolli del priorato di Sion? Sono convinto che si tratti di una semplice coincidenza. La frase “Et in Arcadia ego” è tratta dalle egloghe di Virgilio che a sua volta non ne dà un’interpretazione conclusiva. Ma tant’è, il fascino resta: una frase misteriosa posta in un dipinto dal significato altrettanto oscuro. Questo è bastato anche Umberto Eco per scriverne nel suo Pendolo di Foucault. E come lui l’hanno fatto altri autori meno informati e più inclini all’aspetto fantastico ed esoterico della storia.
Resta il fatto che il Guercino è il primo a tradurre in un dipinto la frase misteriosa “Et in Arcadia ego“. E nessuno finora ha ancora scoperto che cosa avrà mai voluto dire.

Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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