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Guerra a Gaza: inutile illudersi, fra Israele e palestinesi non basterà una tregua

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(foto Naaman Omar apaimages)

Guerra a Gaza: la tanto invocata e contrastata tregua delle operazioni militari israeliane, quando sarà, non potrà che rivestire carattere tattico, cioè non sarà che una parentesi prima di nuove fiammate di violenza e lutti. 

Un tema complesso, tanto nel suo nucleo quanto nei suoi particolari, viene generalmente presentato dai media all’insegna di slogan. Al vecchio (e per nulla archiviato) “Due popoli, due Stati”, fatto proprio almeno pubblicamente dalle stesse cancellerie, si sostituisce oggi, nell’impellenza umanitaria palestinese, il nuovo mantra: “Tregua”. Il problema consiste nel sapere quale prodotto si vorrebbe spacciare sotto quest’etichetta.

7 ottobre o 1948?

Cominciamo dal 7 ottobre scorso. Non perché il vasto raid terrorista palestinese di Hamas, con le sue brutalità efferate, abbia rappresentato l’inizio, né un nuovo inizio. Tutti vorrebbero che la loro ultima delusione fosse riconosciuta come il più grande tradimento della storia del mondo: peccato che non sia così. L’inizio è nel 1948, quando, dopo avere ottenuto, grazie anche al ricorso al terrorismo, la fine del mandato britannico in Palestina stabilito tra le due Guerre mondiali, il sionismo, con l’accordo delle grandi potenze, è riuscito a farsi Stato. Da allora, quelle di Israele sono guerre e quello della Palestina è terrorismo. Questo è avvenuto anche perché i palestinesi e, più ancora, gli Stati arabi hanno rifiutato la delibera dell’Onu sui due Stati.

Si diceva del 7 ottobre. Impreparazione di Israele? Sottovalutazione del pericolo? Qualcuno può credere che lo Stato ebraico ignorasse tutto quello che aveva sempre denunciato e che solo dall’8 ottobre, dopo le uccisioni, gli stupri e i rapimenti, si sta incaricando di distruggere con l’offensiva su vasta scala a Gaza? L’immensa rete di cunicoli, le numerosissime armi (per quanto per lo più rudimentali), il controllo della Striscia da parte di Hamas e il monopolio da parte sua dei fondi affluenti dall’estero erano tutti elementi noti al governo di Tel Aviv, il quale anzi ha incoraggiato – permettendola – la scissione politica tra Gaza e Cisgiordania. Questo ha prodotto la completa delegittimazione della già non particolarmente autorevole Autorità palestinese, a conferma del fatto che l’idea di un altro Stato non sta né in cielo, né in terra.

Carenze palestinesi e diffidenze arabe

Oltre al fatto terroristico del 7 ottobre – i circa 1.200 morti e gli ostaggi, in maggioranza ancora detenuti – contano anche le sue modalità, raccapriccianti in molti casi. Questo, però, non fa sì che la ragione storica passi tutta dalla parte di Israele, né ovviamente che esso stesso sia la ragione.

E i palestinesi? Bisogna dire che, in oltre 75 anni, nonostante le espulsioni forzate patite subito (anche prima della proclamazione unilaterale dello Stato d’Israele) e la condizione d’inferiorità strategica successiva, non sono stati in grado di esprimere una leadership e una strategia coerenti e performanti. Ciò è stato, probabilmente, effetto della diffidenza (se non dell’ostilità) verso le loro ragioni da parte dei Paesi arabi e causa del discontinuo favore nei loro confronti dell’opinione pubblica internazionale. Non nascondiamoci, poi, che i palestinesi difettano vistosamente di coesione e disciplina, carenza che fa dubitare addirittura dell’autenticità di un loro disegno originariamente nazionale.

In più, il ricorso al terrore, cioè la minaccia indiscriminata rivolta anche contro i civili, al netto delle obiezioni morali, o è strumentale e limitato nel tempo, oppure si ritorce contro chi ne fa uso. Alla lunga, non nasconde l’impotenza e diventa un’arma (sia pure impropria) in mano ai nemici più forti. Inutile sottacerlo: le rappresaglie israeliane sono un fattore di parziale riequilibrio del saldo demografico, comunque marcatamente sbilanciato in favore dei palestinesi.

La non-terzietà statunitense

Il problema, nel suo insieme, è tuttora privo di soluzioni. La sua internazionalizzazione, prospettiva peraltro alquanto ridottasi nell’arco degli ultimi vent’anni, rimette paradossalmente tutto nelle mani di Israele. Infatti, delle due parti in causa, solo lo Stato ebraico è provvisto di soggettività internazionale: ecco perché, propriamente, non c’è alcunché da mediare. 

In più, come nel caso dell’Ucraina, un arbitrato è impossibile. Infatti, gli Stati Uniti sono tutto fuorché terzi rispetto alla vicenda. Le amministrazioni democratiche danno un “penultimatum” dietro l’altro a Israele, mentre quelle repubblicane si appellano perfino alla derivazione del cristianesimo dal giudaismo per motivare la loro opzione filo-israeliana.

Donald Trump, già inquilino della Casa Bianca dove punta a tornare, ha esplicitato le cose durante il suo mandato (2017-2020): gli accordi di Abramo sono stati conclusi apertamente sopra la testa dei palestinesi, che hanno appreso direttamente dalla stampa i contenuti che avrebbero dovuto riguardarli. Scomparsa l’Urss e con la Russia impegnata a rimarcare con la forza la propria zona di rispetto euro-atlantica, non c’è altra potenza che possa bilanciare l’unilateralismo statunitense nella questione israelo-palestinese.

Biden e una dose di cinismo

Il presidente americano Joe Biden è in difficoltà per ragioni elettorali. Ha bisogno di non alienarsi troppi voti democratici, mentre le vittime civili dell’offensiva di Israele veleggiano verso le 30mila (fossero anche la metà, sarebbero 12 volte e mezzo quelle del 7 ottobre). D’altra parte, in vista delle presidenziali di novembre, Biden ha il fiato sul collo di un rivale come Trump che, tra le altre cose, aveva già trovato il tempo di riconoscere Gerusalemme come capitale indivisa d’Israele: un tabù mai formalmente infranto dagli americani in mezzo secolo. Per non parlare del condizionamento che, come ogni presidente, Biden subisce dal lobbismo della diaspora ebraica americana.

Anche l’arma della ragionevolezza, cioè il richiamo al fatto che non sia possibile estirpare Hamas non come organizzazione militare ma come espressione del rifiuto palestinese verso Israele, è scarica. Lo Stato ebraico dà per scontata l’avversione nei propri confronti, così come i palestinesi sanno che le sfumature tra laburisti, Netanyahu ed estremisti ortodossi valgono solo dentro Israele e non nei loro riguardi. La sorte politica dell’attuale primo ministro israeliano e il tentativo di salvare parte degli ostaggi ancora in vita giocheranno qualche ruolo nelle dinamiche delle prossime settimane e dei mesi a venire. Nel medio periodo, purtroppo, si andrà avanti tra azioni terroristiche più o meno scomposte e selvagge e aggressioni militari più o meno vendicative e sproporzionate.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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