Guerra in Ucraina: il 2026 potrebbe portarsela via come ci auguriamo, benché purtroppo non sia detto e benché la tanto sospirata pace non sia sovrapponibile al cessate il fuoco e ad eventuali garanzie provvisorie d’interposizione internazionale. Molto più modestamente ed egoisticamente, lasciateci sperare che il nuovo anno almeno attenui la propaganda dei fronti contrapposti, che anche nel nostro campo non cessa di attingere vette prima d’ora impensabili.
Più che sorpresi, ci lascia quasi sgomenti la disinvoltura con cui la nostra stampa – come buona parte di quella del campo occidentale, è dato presumere – denuncia la propaganda della Russia, mentre essa stessa si esercita in sforzi che è difficile non considerare largamente analoghi, cioè eguali e contrari. O si sceglie un basso profilo consapevole delle colleganze di fatto (c’è perfino il modo di dire francese, “A la guerre comme à la guerre”), o si dice solo quello che si vuole ma senza fare la morale agli altri.
L’invasione dell’Ucraina non è la prima in Europa…
Porteremo un solo esempio, l’ultimo in ordine di tempo nel quale ci siamo imbattuti. Sul Corriere della Sera di lunedì scorso, Goffredo Buccini ha scritto il pezzo «Il destino in ostaggio», centrato sul contrasto tra le buone ma velleitarie intenzioni dell’Ue a proposito della guerra di Putin e le controverse ma concrete azioni degli Usa di Trump. Spicca, certo, l’arbitrarietà dell’auto-proclamazione della superiorità etica europea. Né si può fare a meno di notare l’opinabilità delle soluzioni proposte per rendere più efficace la politica di Bruxelles: l’inspiegabile superamento dell’unanimità, l’elezione diretta continentale di un fantomatico presidente Ue e l’attribuzione di una sedicente iniziativa legislativa al cosiddetto Parlamento di Strasburgo.
Quando, però, Buccini raccoglie il giogo soave e il carico leggero della condanna di Putin, bollando come «criminale» la sua guerra a Kiev, il giornalista la spara grossa. Non tanto quando fa notare la macroscopica contraddizione tra la levata di scudi legali paventata da Mosca contro il possibile impiego dei suoi asset finanziari congelati in Europa a sostegno dell’Ucraina (comunque abortito) e la scelta pure russa d’invadere uno Stato sovrano per regolare a forza questioni politiche di potenza. Quanto, piuttosto, quando afferma testualmente: «(…) l’invasione dell’Ucraina resta un unicum in Europa dal 1945 in poi». E l’invasione dell’Ungheria nel 1956? E quella dell’allora Cecoslovacchia nel 1968? Nella foga di maledire Putin, Buccini cancella dalla memoria due aggressioni manu militari in terra integralmente europea, compiute proprio dalla forma storica della Russia del tempo, l’Urss.
Scelte di campo, ma senza fake e omissioni
Se potessimo interloquire direttamente con il noto giornalista del quotidiano di via Solferino, ci obietterebbe che quelle contro Imre Nagy e Alexander Dubček erano azioni sovietiche di consolidamento dei regimi comunisti ungherese e cecoslovacco, nel contesto dell’alleanza militare del Patto di Varsavia e non delle invasioni pure e semplici in senso stretto e contestuale. Questo, però, Buccini non lo ha specificato, né tanto meno si è preso la briga di richiamare ai suoi lettori le coordinate storico-politiche del tempo. Semplicemente, ha ignorato quei fatti di aggressione, in ossequio al formalismo che nel medesimo pezzo stava deprecando con toni tra lo sdegnato e il sarcastico.
Passi la scelta di campo, che il Corriere e quasi tutta la stampa nazionale hanno fatto e rinnovano ogni giorno. È una scelta anche condivisibile in termini di principio, purché non ci si spinga sino a sclerotizzarla, ignorando la complessità originaria e dunque anche remota delle controversie russo-ucraine e la concretezza dei rapporti di forza sul terreno. Perché, però, negare la storia? Perché dare vita ad un’autentica fake news, sia pure indirettamente e per omissione?
La risposta, proprio ricorrendo per esemplificare ai fatti del 1956 e del 1968, ce l’eravamo già data parlando del prestito Ue all’Ucraina deciso in luogo dell’utilizzo dei beni russi congelati. Allora, gli Usa erano reduci dalla spartizione dell’Europa decisa a Yalta e gli occidentali non si sognavano di contrastare con aiuti militari agli aggrediti i carri armati degli aggressori che entravano a Budapest e a Praga. Adesso, dopo la fine dell’Urss, gli Stati Uniti rivendicano il protettorato di tutto il Vecchio continente e, così, l’opposizione ai carri armati russi si spinge in Occidente non solo alla resistenza militare ma anche a cancellare il passato, ignorandone drasticamente delle parti significative.
Una pace realistica e un’informazione “demilitarizzata”
L’auspicio che formuliamo per il 2026, in conclusione, è anzitutto e naturalmente per la pace. Non chiedeteci di usare il cliché «giusta e duratura», perché quello sconfina nell’utopia e finge di ignorare la realtà, tendenza quest’ultima che abbiamo già stigmatizzato. La Russia non è interessata alla composizione giuridico-negoziale delle questioni che la contrappongono all’Ucraina, diversamente non l’avrebbe invasa. Mosca vuole l’annessione dei territori che ha preso in tutto e in parte e la riduzione sostanziale di Kiev a satellite. Il primo obiettivo può essere raggiunto spargendo ancora molto sangue non solo al fronte ma anche tra i civili, il secondo rischia di essere un fomite permanente di tensioni addirittura sul baratro atomico. Tutti devono rinunciare a qualcosa, sapendo che la giustizia è imperfetta almeno quanto la pace e le due non possono completamente divergere.
L’altro auspicio, infinitamente più modesto ma non meno sincero, è che il mondo dell’informazione possa affrancarsi almeno un po’ da una chiamata alle armi, che fatalmente non ne accresce la credibilità presso l’opinione pubblica. Ci sono vie diverse per sforzarsi di distinguere i fatti dalle opinioni (senza peraltro poterci mai riuscire del tutto): ignorare il passato per aggravare il presente non sembra tra quelle all’altezza di quest’impegno.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







