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Guerra in Ucraina: dopo un anno, siamo al punto di partenza

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Volodymyr Zelensky, presidente dell'Ucraina

Guerra in Ucraina: dopo quasi un anno (24 febbraio 2022) e in attesa di una nuova offensiva russa, giudicata imminente, siamo al punto di partenza. La domanda di fondo è questa: come verrà gestito il periodo successivo al termine delle ostilità, che è di là da venire, ma a cui non si può fare a meno di pensare? L’Ucraina sostiene che la Russia avrebbe già perso e che, comunque, non potrebbe vincere. Se, però, pensassimo a dopo un effettivo cessate-il-fuoco, sembra difficile che la Russia possa anche perdere.

Ucraina e Corea

Prima di spiegare questo punto di vista, diciamo una parola sull’anniversario, ormai prossimo, dello scoppio del conflitto. Si dirà che è il primo: dando, dunque, in qualche modo per scontato che ne verranno altri, o almeno un altro. Qualcuno ha ipotizzato uno scenario simile a quello della guerra di Corea, durata un triennio (1950-1953) e, formalmente, mai conclusa. Le somiglianze sono diverse: un’aggressione, una guerra per procura, uno stallo sostanzialmente sine die. Ciò che più sgomenta, però, è la sinistra ricorrenza dello spettro nucleare, agitato stavolta direttamente da una delle parti in causa.

Vincere per Kiev

Si accennava al non troppo divertente gioco dell’oca, che ci riporta al punto di partenza. Qual è questo punto? La circostanza per cui, in via di fatto e salvo una guerra aperta tra Usa (Nato) e Russia, l’Ucraina non potrà sostanzialmente prescindere dalla volontà di Mosca. In via di fatto, lo sottolineiamo. Il diritto, è chiaro, sta dalla parte dell’Ucraina, che a ragione rivendica integrità, sovranità e indipendenza. Se, però, uno Stato molto più grande e più forte muove guerra ad un altro, molto più piccolo e meno forte, è il secondo che ha interesse a scendere a patti con il primo. Ecco in che senso la Russia, alla lunga, non può neanche perdere.

Sconfiggere la Federazione Russa, per l’Ucraina, vorrebbe dire non doverla ragionevolmente temere in futuro. Vincere, in effetti, non è una questione momentanea e meno ancora istantanea. Vincere, per l’Ucraina, significa potere convivere normalmente con un vicino grande 28 volte, dotato (a differenza di Kiev) di uno dei due maggiori arsenali atomici esistenti e che si è già prodotto in un’invasione. Se vincere volesse dire evitare l’annessione, l’Ucraina effettivamente l’ha già fatto. Se, invece, dovesse significare tornare ai confini del 2021, o del 2013 (Crimea) e stabilirsi nel campo occidentale, allora sarebbe un’altra storia, probabilmente infinita. L’Ucraina, probabilmente, dovrà perdere dei territori, anche se non sarebbe giusto. E dovrà restare fuori dalla Nato: salvo, lo ripetiamo, una guerra aperta tra i Paesi che compongono quest’ultima e la Russia.

Si vedrà a cosa dovrà rinunciare la Russia, perché il suo disprezzo per le regole essenziali del diritto internazionale non deve certamente restare senza conseguenze. Ma sarebbe il colmo se, per farla pagare ai russi, l’intera Europa dovesse offrirsi di diventare teatro di guerra.

La distruzione del Paese 

Intanto, il logoramento (sanzioni economiche e sostegno militare al nemico), che dovrebbe piegare la Russia a più miti consigli, non risparmia nemmeno l’Ucraina. Nel senso che il prolungamento della sua coraggiosa resistenza, assicurato in misura affatto esclusiva, ma certo determinante, dall’invio statunitense, britannico ed europeo di armi, spinge i russi a devastare il Paese sempre più in lungo e in largo. Ciò avviene, nella generale disapprovazione ed esecrazione, senza particolare riguardo per la popolazione civile ed eleggendo, anzi, normalmente le infrastrutture non militari ad obiettivi dei bombardamenti.

D’altra parte, fintantoché vi sarà reciproca identificazione tra il sentire profondo degli ucraini e la loro leadership, incarnata dal presidente Volodymyr Zelensky, si dovrà prendere atto che, come Vladimir Putin preferisce un’Ucraina distrutta anziché libera, così per i suoi abitanti vale l’eguale e il contrario. Ciò, però, non ci impedisce di domandarci se la scomparsa dall’orizzonte della prospettiva diplomatica non dipenda anche da mancanze altrui. Vale a dire, ovviamente, da carenze del posizionamento internazionale degli Stati Uniti.

La sindrome della Guerra fredda

Che gli Usa avessero già prima della guerra e mantengano tuttora un proprio interesse in Ucraina, è palese. Essi, dopo la fine della Guerra fredda e lo scioglimento dell’Urss e del Patto di Varsavia, hanno voluto attrarre nella propria orbita, sotto l’ombrello Nato, tutti i Paesi che erano stati satelliti sovietici. Non v’è n’è uno che abbia fatto eccezione: Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Bulgaria e Ungheria. Con l’adesione alla Nato dei Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania), è stato fatto il salto di qualità, con l’inclusione addirittura di ex Repubbliche dell’Urss. Senza contare, per altro verso, l’allargamento ormai prossimo a Finlandia e Svezia, deciso proprio dopo l’invasione dell’Ucraina.

A parte la Bielorussia (saldamente in mano al fidato autocrate Lukashenko), la Russia non ha mai nascosto che, per quanto la riguarda, la perdita dell’Ucraina come zona d’influenza e di “rispetto” tra sé e l’alleanza militare sotto l’egida statunitense è fuori discussione. Una linea rossa non superabile, a qualunque costo: da un anno a questa parte, abbiamo capito cosa volesse dire. Per parte loro, anche se stavolta non hanno invaso nessuno, gli Stati Uniti, decidendo di armare uno dei contendenti (sia pure quello aggredito), abdicano al ruolo di mediatore di ultima istanza.

Mosca fa la guerra e Washington?

L’ordine delle relazioni internazionali, per come è venuto configurandosi dopo la Seconda guerra mondiale, è oggi privo, nei riferimenti, di entrambi i soggetti che ne hanno funto da equilibratori per decenni. La Russia, membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu, anziché richiamare all’ordine chi devia dalla linea, è la prima a trasgredirla e nel modo peggiore. Gli Usa si mantengono in una posizione insostenibile, sul piano delle trattative, che, infatti, stentano persino ad essere prospettate. L’Europa, benché pretenda di chiamarsi Unione, non esiste se non al traino oltreatlantico. E la Cina, pure sbilanciata verso il colosso euro-asiatico, sta alla finestra, sperando come sempre di lucrare vantaggi economico-commerciali.

C’è bisogno di un arbitrato. Torto e ragione esistono, specie il torto. Sino a quando non si andrà oltre, però, la guerra continuerà. E oltre può andare solo Washington, purché lo voglia. Dire che dovrebbe andarci prima di tutto Mosca, non serve: se avesse voluto farlo, non saremmo arrivati a questo punto.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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