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Guerra in Ucraina: gli Usa di Trump sono pronti a una nuova Yalta?

Guerra in Ucraina: l’attacco missilistico russo sulla città di Sumy – oltre 30 morti civili, tra cui alcuni bambini – ha improvvisamente riacceso i riflettori sul conflitto in corso da più di tre anni ai confini orientali dell’Europa. Dopo alcune settimane in cui tutto, a detta dell’infosfera, si riduceva ai dazi in parte imposti e in parte minacciati da Donald Trump e le relative conseguenze sui mercati azionari, riscopriamo il bubbone delle rivendicazioni imperialiste russe di fronte all’inarrestabile espansione della Nato.

I media occidentali, quasi tutti ostili al tycoon che risiede alla Casa Bianca, rilanciano con piacere la sua sparata elettorale sulla fine della guerra entro 24 ore dal suo insediamento a Washington. In questo caso, però, non pensiamo che si stiano ancora illudendo di poter erodere la credibilità del presidente Usa presso la sua opinione pubblica. Ci pare, piuttosto, che vogliano distogliere l’attenzione dal cuore del problema russo-ucraino-americano che non è cambiato e, almeno apparentemente, non è stato ancora affrontato. Ciò che spiega del resto come mai, nonostante le aspettative suscitate dal ritorno di Trump, la situazione appaia in stallo.

Zone d’influenza e…

La Russia pretende di satellizzare l’Ucraina, esattamente come ha fatto con la Bielorussia di Lukashenko. Ciò significa: Ucraina fuori dalla Nato, meglio se fuori anche dall’Ue, un regime che risponda a Mosca almeno quanto a se stesso e per niente agli Usa. Per Mosca, il governo di Kiev dev’essere sostanzialmente un suo fantoccio. Non c’è quindi posto per Zelensky, uomo di Washington tanto più dopo la resistenza accanita portata avanti dal 2022 in poi. La smilitarizzazione del Paese, tra le pretese esose dei russi, appare in assoluto la meno realistica nella misura in cui integrerebbe praticamente la sua annessione, secondo alcuni obiettivo fallito già tre anni fa. Più realistico pensare ad una zona demilitarizzata, anche se resterebbe il rebus del suo controllo internazionale.

Il problema di Trump è questo: ammesso che personalmente voglia per davvero il reset completo delle relazioni con Mosca e una sostanziale acquiescenza alle richieste russe (compresa la cessione della sovranità ucraina sui territori occupati dall’armata putiniana), è in grado di imporsi in questo senso negli States?

Infatti, mentre Putin è sicuramente in grado di impegnare la volontà del proprio Paese nelle relazioni estere anche con le svolte più drammatiche come una guerra di aggressione in piena regola, non è detto che lo stesso valga per Trump. Può essere che il tycoon abbia giocato in chiave elettorale con la stanchezza delle opinioni pubbliche occidentali e la voglia di isolazionismo dell’America profonda che vota per lui. Può essere che subisca il fascino dell’uomo forte che vorrebbe ma non può essere, almeno non fino in fondo. Il punto, però, è se gli Usa siano favorevoli al riconoscimento alla Russia della sua zona d’influenza, comprensiva della Piccola Russia (nome dell’antico governatorato zarista in Ucraina) oltreché della Russia Bianca (la citata Bielorussia).

Dazi e reset con Mosca

Proprio in queste ore, sul suo account social del free speech Truth, il presidente americano ha rilanciato un suo vecchio cavallo di battaglia, cioè l’accusa al duo Biden-Zelensky di essere i responsabili del conflitto. Sta bene, nel senso che per interloquire idealmente con Trump dovremmo accettarne la base di partenza. Poi, però, come procede il discorso? Adesso che Biden è sparito dalla circolazione e Zelensky è stato strapazzato in diretta planetaria nello Studio Ovale, cos’è cambiato? L’Ucraina non è più per gli Usa il campo interposto di scontro con la Russia? Mosca non rappresenta ancora un avversario strategico dell’America? Logorare la Russia non si conferma un obiettivo di lungo periodo per Washington? Il Deep State americano permette il miglioramento delle relazioni?

A questo punto possiamo fare un parallelo con la famigerata storia dei dazi. Sappiamo tutti quanto sia stata contrastata la scelta del presidente di Usa di approcciarsi allo squilibrio della bilancia commerciale a stelle e strisce con questo strumento. E sappiamo anche che, a fronte della sospensione della tassazione per 3 mesi nei confronti di quasi tutti i partner degli scambi con alcune notevoli eccezioni (su tutte, la Cina), nessun dubbio si affaccia sui grandi media internazionali circa il fatto che si sia trattato di una marcia indietro. Ebbene, ci sarà un motivo se una scelta come questa, apparentemente tanto invisa dentro e fuori gli Usa, Trump l’abbia presa e si riservi ancora di usarla, mentre nulla si muove sul fronte ucraino. Le forniture di armi e l’assistenza satellitare e d’intelligence a beneficio di Kiev continuano. Le sanzioni a carico di Mosca, pur con tutti i loro limiti ed elusioni grazie alle famose triangolazioni, sono ancora in vigore. L’incontro al vertice Trump-Putin non è in agenda, né si sa se ci finirà mai.

La spallata alla rivalità con la Russia

Sempre nelle scorse ore, il leader americano ha mostrato di dare credito all’ipotesi dell’errore per spiegare le vittime civili di Sumy. Ciò sembra contraddetto almeno in parte da una dichiarazione del ministro degli Esteri russo Lavrov, che ha parlato della città colpita come del luogo di un summit tra vertici militari ucraini e occidentali. Il tycoon avrebbe anche spostato la possibile deadline del conflitto a settembre, prendendosi un lasso di tempo decisamente più lungo rispetto alle ipotesi di soluzione-lampo del recente passato.

Settembre o dopo, il nodo da sciogliere resta la pretesa russa di definire in due a tavolino i confini delle rispettive zone d’influenza, in perfetto stile Yalta. Dal punto di vista di Putin, Trump non dovrebbe fare altro che assestare l’ennesima spallata al politicamente corretto: gli Usa hanno praticato questa politica spartitoria più di chiunque altro, solo con più stile e valendosi (tra gli altri) del privilegio di farlo quasi sempre a distanza. C’è una differenza, però, rispetto al politicamente corretto in generale. Mentre, quando si parla di cultura woke, orientamento progressista e conservatore divergono abbastanza anche in America, sull’ostilità verso la Russia per ragioni strategiche e politico-culturali c’è una solida tradizione di convergenza bipartisan negli Usa e transatlantica in Occidente. Trump dovrà scegliere e, se non dovesse lasciare la strada vecchia per la nuova, difficilmente potrà perpetuare lo stallo attuale.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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